Il Comune di Roma s’immola per tentare di salvare Atac e “rinuncia” a mezzo miliardo di euro pur di evitare il fallimento della sua azienda dei trasporti. E stavolta non ci sono letture interpretative che tengano. Con una delibera approvata in Assemblea Capitolina, il Campidoglio corregge la richiesta di concordato preventivo consegnata presso il Tribunale fallimentare di Roma e si mette in coda alla lista dei creditori. Questo significa che il primo euro dei circa 500 milioni vantati nei confronti della municipalizzata – i cui debiti totali ammontano a 1,3 miliardi – verrà recuperato solo dopo che sarà pagato l’ultimo centesimo a tutti gli altri creditori privati.
In proiezione, si calcola che l’estinzione totale potrà avvenire negli anni ’40 di questo secolo. La “specifica” – nel testo originale si indicava già la postergazione dei crediti capitolini ma non l’effettiva tempistica di rimborso – fa parte di un documento controdeduttivo di 200 pagine complessive, redatte a replica del contenuto del decreto del 20 marzo scorso del tribunale fallimentare. E’ ragionevole pensare, a questo punto, che l’udienza fissata per il 30 maggio non porterà all’atteso pronunciamento dei giudici bensì a una proroga di almeno altre quattro settimane.

IL PROVVEDIMENTO E I DUBBI DELLA RAGIONERIA – Il provvedimento è stato necessario in quanto il collegio dei giudici fallimentari avevano contestato una “non conformità di legge” rispetto al fatto che il Comune iniziasse a recuperare il proprio credito nel 2027, contestualmente ai creditori chirografari. Una correzione non indolore per le casse capitoline. L’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti, è stato infatti costretto ad attingere al fondo emergenziale per coprire totalmente l’importo dovuto da Atac, accantonando altri 240 milioni di euro “a rendiconto”, “circa la metà del credito vantato da Roma Capitale”.
Ma il Comune dove ha preso questi 500 milioni di euro per giustificare l’operazione? Lo spiega proprio Lemmetti: “Sono stati coperti con avanzi di bilancio – ha detto l’uomo dei conti della Giunta Raggi – nel 2017 ce n’erano per 2 miliardi. Quindi, oltre al salvataggio, restano fondi in abbondanza per altre emergenze”. In sostanza, il Campidoglio lo scorso anno non è riuscito a spendere una cifra monstre di 2 miliardi di euro per i vari servizi in gestione – manutenzione del verde, rifiuti, ecc – ed ora si trova sì un tesoretto provvidenziale, ma anche soldi in meno rispetto agli altri servizi che, a questo punto, saranno recuperati fra 25-30 anni. La manovra da mesi è vista con diffidenza dal ragioniere generale, Luigi Botteghi, che a gennaio aveva sottolineato il rischio di “riflessi contabili sul bilancio di Roma Capitale” e che oggi ribadisce: “Il primo rilievo è rafforzato dagli effetti delle modifiche proposte” e “in tal modo si riduce ancora più la probabilità, già minimale, di recupero almeno parziale dell’ingente massa creditoria”.

IL GIALLO DELLA FIRMA DI GENNARO – Un piccolo giallo ha accompagnato l’approvazione della delibera. Sulla proposta datata 15 maggio vi erano state apposte le firme degli assessori Gianni Lemmetti (Bilancio), Alessandro Gennaro (Partecipate) e Linda Meleo (Mobilità) oltre a quelle dei capi dipartimento Giampaoletti e Nardi. In extremis – e con un tratto di penna – è stata però eliminata la sottoscrizione di Gennaro, che poche ore prima aveva annunciato le sue dimissioni. “Solo una valutazione di opportunità”, hanno spiegato fonti capitoline, minimizzando i dubbi espressi dal Partito Democratico circa un possibile disaccordo sull’operazione da parte dell’assessore uscente. “Retropensieri” in parte giustificati da quanto accaduto nell’autunno scorso, quando l’ex titolare al Bilancio, Andrea Mazzillo, fu rimosso da Virginia Raggi proprio dopo aver contestato l’operazione. Intanto il Campidoglio si affretta a precisare: “Appare singolare che si insinuino dubbi sulla volontà dell’ex assessore di condividere un atto da lui stesso predisposto e presentato, anche se votato successivamente alle sue dimissioni”.
LE ALTRE “CORREZIONI” – La postergazione, come detto, è solo una delle correzioni adoperate da Atac rispetto alla prima versione del concordato, sebbene l’unica che necessitasse un passaggio in Consiglio. I consulenti della società capitolina – a fine aprile l’advisor Ernst & Young aveva ottenuto altri 200mila euro per “riscrivere” il documento – hanno aiutato i vertici di Atac e quelli del Campidoglio a scrivere circa 200 pagine di spiegazioni, precisazioni e controdeduzioni.

Fra le altre cose, è stata effettuata una perizia più accurata sul valore dei beni immobili presenti nel patrimonio di Atac e sul loro effettivo possibile utilizzo, così come e’ stata rivista la valutazione del valore dei treni. Specifiche prodotte anche sulle campagne pubblicitarie, sulle prospettive di aumento della bigliettazione – l’apertura della stazione della metro C di San Giovanni dovrebbe aiutare – e sul rinnovo del parco mezzi, mentre ai fini dell’esito concordatario non preoccupa il contestato rimborso di 55 milioni alle banche operato nei giorni precedenti al varo della procedura, in quanto nel peggiore dei casi – salvo gli eventuali illeciti di cui si sta occupando la Procura – gli stessi istituti di credito sarebbero costretti a restituire la quota ristabilendo la situazione di partenza. Corsa contro il tempo, infine, per la fidejussione necessaria all’iscrizione dell’azienda nel Registro Elettronico Nazionale del Ministero dei Trasporti.
SI SPERA IN UN GOVERNO “AMICO” – Difficile, in ragione della consistenza delle controdeduzioni, che il verdetto del collegio giudicante possa arrivare nella seduta del 30 maggio. Più probabile che il tutto slitti a fine giugno. Nel frattempo si continua a lavorare per il paventato “piano B”. Rispetto allo scenario ipotizzato da un possibile di un governo M5S-Pd, l’evoluzione politica e il contratto di governo fra i pentastellati e la Lega non hanno modificato le attese. Anzi. E’ probabile che un esecutivo gialloverde assegni Trasporti e Sviluppo Economico al M5S e che questo – sperano in Campidoglio – possa permettere al Comune di Roma di ottenere aiuti concreti sia nell’ambio del cosiddetto “patto per Roma” sia per un’eventuale gestione straordinaria di Atac in caso di bocciatura del concordato.
Intanto, il Dipartimento capitolino Mobilità si è premunito pubblicando le linee guida sulla gara per la gestione delle linee periferiche. Oltre alla conferma dei 30 milioni di chilometri oggi in capo al consorzio Roma Tpl, il Campidoglio ha deciso di mettere a disposizione dei privati altri 15 milioni di chilometri, facendo scende la quota gestita da Atac da 94 milioni a 79 milioni (quelli che realmente, in effetti, la società capitolina riesce ad espletare).