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giovedì 31 maggio 2018

GRANDI DONNE! ORA POSSONO LAVORARE COME MAFIOSE ANCHE LORO!

Donne di mafia crescono

-Marisa Denaro– L’epoca delle donne mute e sottomesse, dedite solo alla gestione della famiglia è passata anche all’interno delle organizzazioni criminali mafiose.
Le mafie sono più aperte, meno maschiliste e hanno lasciato campo libero a molte donne. L’ apertura è data giocoforza dal crescente numero di mafiosi rinchiusi nelle carceri e così, a  gestire i loro affari, ci pensano mogli, compagne, sorelle e madri.
Il ruolo delle donne nelle mafie non è comunque una cosa nuova, durante il processo alla Mafia delle Madonie del 1928, su 153 imputati 7 erano donne accusate di avere compiti di assistenza ai latitanti e gestione della raccolta della guardiana, il pizzo. Sfatato anche il pregiudizio del carcere duro esclusivamente maschile con Teresa De Luca Bossa, prima donna finita al 41 bis.
Le donne di mafia hanno attraversato un secolo di criminalità evolvendosi da donne dedite al folocolare con il compito di trasmettere il codice culturale mafioso e il rispetto delle regole della famiglia e messe ai margini quasi estranee alle attività dei consorti, a vere e proprie boss o complici nelle attività illecite dei clan.
Sono soprattutto le donne di famiglia storiche di mafia quelle che partecipano attivamente all’attività criminale spesso come prestanome e utilizzando le loro preparazione negli studi, divengono fondamentali per i boss nella gestione del patrimonio illecito
Non solo donne che portano ambasciate in carcere o che assistono i latitanti ma vere  corriere e trafficanti di droga come Angela Russo soprannominata “Nonna eroina”  divenuta corriere della droga da Palermo al Nord Italia e arrestata nel 1982.
Le donne di Camorra sono sempre state le più coinvolte, già nel1981 Rosetta, sorella del boss Raffaele Cutolo gestiva la contabilità del Clan. Anni dopo Maria Liccardi, oltre ad essere stata la prima donna collegata ad associazione mafiosa latitante, era a capo dell’Alleanza di Secondigliano o come Carmela Riemma trafficante di droga.
Sono in grado di sbrigarsela da sole le donne di Camorra,  come accadde il 26 maggio 2002 quando a Lauro le donne dei clan Graziano e Cava si sono scontrate e sul campo sono rimasti tre morti e 6 feriti.
Le ‘ndrine calabresi riservano alle donne un ruolo importante anche con potere decisionale , lavorano a fianco dei mariti nella gestione dei traffico illecito seppur non siano gerarchicamente inquadrate all’interno delle locali.
Seppur ancora la società mafiosa, maschilista e patriarcale, non ha ancora definitivamente consentito una emancipazione vera e propria, le donne si stanno dimostrando essenziali per la sopravvivenza dei clan, sia per dare nuovo eredi ma soprattutto, nella gestione e nel riciclaggio dei capitali illeciti come nel trasporto della droga.
Non esiste una vera e propria affiliazione se non marginale nel ruolo di sorelle d’omertà. La donna di mafia ha il compito di inculcare nei figli alcuni valori cardine quali l’omertà, la vendetta, il disprezzo dello Stato e delle istituzioni.
I boss in gonnella sono in costante crescita, gestiscono droga, prostituzione, usura e spesso sono in grado di essere più concrete ed incisive di più rispetto agli uomini. Capaci di uccidere, di organizzare spedizioni punitive, di gestire la piazza di droga, come di provvedere alla raccolta del pizzo, sono più abili nel gestire anche da sole, un impero criminale di milioni di euro.
Il potere femminile, in teoria è temporaneo, il tempo necessario per far scontare la pena in carcere ad un uomo della famiglia, in pratica il loro potere acquisito sul campo prosegue anche in presenza degli uomini
 Le quote rosa all’interno della criminalità organizzata si stanno facendo strada, seppur il sistema maschilistico-patrialcare delle mafie, in apparenza, non sia mutato per nulla.

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