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lunedì 21 maggio 2018

EBREI VS ISRAELIANI

La voce degli ebrei contro Israele su Gaza e Gerusalemme

Migliaia di persone che condannano l’uso della forza e la colonizzazione. Ma anche rabbini che criticano lo spostamento dell’ambasciata americana. Le parole di chi si dissocia dalle politiche di Netanyahu.
L’attrice di Gerusalemme Natalie Portman ha rispedito al mittente, «a causa dei recenti avvenimenti», il premio da 1 milione di dollari che quest’anno le sarebbe stato insignito da Israele come paladina dei valori ebraici. La star israeliana, naturalizzata americana, non si sentiva a posto con la coscienza a ritirare pubblicamente il premio Genesis, considerato il Nobel ebraico, nel Paese d’origine, mentre lungo il confine con Gaza si contavano già decine di morti palestinesi, uccisi dagli spari degli agenti o intossicati dai gas. Non erano ancora gli oltre 60 manifestanti morti e gli oltre 2 mila feriti della strage del 14 maggio 2018, in concomitanza con l’inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, ma le violenze ininterrotte dal 30 marzo bastavano a dire no.
GLI EBREI CONTRO. Con Portman, che con la sua eco ha lanciato un segnale forte e simbolico, altre decine di migliaia di ebrei sono schierate contro la colonizzazione del governo di destra radicale di Benjamin Netanyahu, un’occupazione sdoganata dal presidente americano amico Donald Trump. In Israele, gli attivisti di sinistra sfilano per le strade di Tel Aviv, ma gli oppositori non sono la maggioranza: negli ultimi sondaggi, l’ambasciata degli Usa a Gerusalemme e il suo riconoscimento come unica capitale di Israele ha tra il 66% e il 73% dei consensi degli abitanti ebrei (tra gli arabi israeliani il 6%). Nel mondo, gli ebrei filo-palestinesi come Portman sono invece molti di più e forte, soprattutto tra i giovani ebrei americani, è la disaffezione verso lo Stato e le politiche di Israele.
 
Una terra per due popoli e due Stati. Getty
In un’indagine di febbraio 2018 sulla – vasta – comunità ebraica della Baia di San Francisco, in California, appena l’11% tra i ragazzi tra i 18 e i 34 anni si è detto davvero attaccato a Israele e il 34% considera davvero importante l’esistenza di uno Stato ebraico. Un approccio critico già emerso da uno studio approfondito del 2013 del Pew Research Center sugli ebrei americani, secondo il quale, pur restando forti per la maggioranza le radici ebraiche, solo per il 38% degli interpellati (di varie generazioni e più o meno religiosi) Israele sta facendo uno «sforzo sincero nel cercare la pace con i palestinesi». Appena il 17% reputava utile continuare a costruire insediamenti nella West Bank e anzi per il 44% si scontrava con l’interesse della sicurezza nazionale.
IL NO DAGLI USA. Oltreoceano gli ebrei scettici sono aumentati di pari passo con i governi sempre più radicali e sionisti di Netanyahu e con l’elezione, nel 2016, di Trump. «Oltraggiato anche dal ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran», avvenuto in «stretta coordinazione con il primo ministro israeliano Netanyahu», il grande gruppo Jewish voice for peace (Jvp), promotore dagli Usa di diverse petizioni filo-palestinesi, ha iniziato a organizzare marce e mobilitazioni internazionali sin dai primi morti alla frontiera con Gaza. Il contemporaneo trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme equivale alla «celebrazione dell’annessione», ha chiosato il direttore di Jvp Rebecca Vilkomerson, «una nakba continua, la catastrofe imposta da Israele ai palestinesi».
Non possiamo restare in silenzio di fronte all’uccisione continua, da parte dei militari israeliani, di uomini, donne e bambini disarmati
I rabbini di Jewish voice for peace
 
Manifestanti israeliani contro gli insediamenti in Palestina. Getty
Diversi rabbini membri dell’organizzazione denunciano la «profanazione di Gerusalemme con l’irresponsabile e immorale mossa di Trump», dichiarando di «non poter restare in silenzio di fronte all’uccisione continua, da parte dei militari israeliani, di uomini, donne e bambini disarmati, impegnati in una protesta non violenta». Dall’inizio della Grande marcia del ritorno dei confinati di Gaza, Jvp ha preso parte a oltre 45 dimostrazioni negli Usa. Anche il movimento giovanile di ebrei americani di IfNotNow, appoggiati dal senatore Bernie Sanders, ebreo socialista e leader della sinistra dei democratici, si sta mobilitando contro «l’incubo dell’occupazione dei palestinesi» e le «spaventose violenze di Gaza».
GLI ATTIVISTI DI TEL AVIV. La chiamata ai membri a decidere e attuare forti mosse, «contro il massacro commesso in nostro nome» ha accusato il portavoce di IfNotNow Ethan Miller, è per il 17 maggio. Anche nella Tel Aviv liberal e progressista – piuttosto che nella Gerusalemme ripopolata di sionisti e ortodossi – l’attivismo di sinistra non fa sconti al duo Netanyahu-Trump. Scritte «in memoria e in solidarietà» delle vittime palestinesi sono apparse nelle strade. E all’indomani della strage di Gaza – e nel 70esimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele – centinaia di oppositori hanno manifestato per «non essere associati al massacro in corso». Tra loro, Alon-Lee Green del movimento Standing Together, era turbato dalle «surreali e indigeribili immagini della cerimonia di Ivanka Trump a bere champagne all’inaugurazione dell’ambasciata.
guarda il video cliccando il link sotto riportato

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