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domenica 15 gennaio 2017

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STAINO VS RONDOLINO

Staino pubblica durissimo sms privato di Rondolino sull’Unità. E lui pensa a una querela…

Scontro sempre più acceso all’interno dell’Unità fra il direttore Staino e l’ex editorialista Rondolino. Quest’ultimo oggi contrattacca con un post al su Fb annunciando possibile denuncia.
“Sull’Unità di oggi compare, fra le lettere al giornale, un sms che ho inviato privatamente al direttore. Potrei imitare Staino e rendere pubbliche altre conversazioni private con lui, ma correttezza e dignità me lo impediscono. Nei prossimi giorni valuterò insieme con i miei avvocati come procedere”

TANGENTI ENI-CADILLAC

Tangenti Eni Nigeria – Jet, Cadillac e contanti: ecco chi ha preso il miliardo

L’azienda paga il governo della Nigeria, ma i soldi vanno solo a politici e prestanome: l’analisi delle autorità Usa e Bankitalia 
I dirigenti dell’Eni hanno preso tangenti? E quel miliardo di dollari che l’azienda petrolifera controllata dallo Stato ha pagato per i diritti di sfruttamento del colossale giacimento petrolifero Opl245 è finito tutto in mazzette al presidente nigeriano e altri politici e burocrati locali? Per i pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, che a fine dicembre hanno chiuso le indagini sulla vicenda, la risposta è “Sì” a entrambe le domande, tanto che sono indagati per corruzione internazionale l’ex amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni e il suo successore Caludio Descalzi, all’epoca a capo della divisione petrolifera del gruppo. Vista la rilevanza dell’affare e la gravità delle accuse, note dal 2014, anche l’Eni ha avviato una sua indagine interna per capire se c’è stata corruzione. Il collegio sindacale, l’organismo di controllo, si è rivolto allo studio legale americano Pepper Hamilton, che a sua volta ha coinvolto gli investigatori della Fg International Solutions. Il risultato è un report presentato sia all’Eni che alla Sec, l’autorità di Borsa americana, e trasmesso anche al dipartimento di Giustizia americano.
Ai soci e alle Ong che ne chiedevano conto, nell’assemblea degli azionisti 2016, i vertici dell’Eni si sono limitati a comunicare che “non sono emerse evidenze di condotte illecite in relazione alla transazione di Eni e Shell con il governo nigeriano del 2011 per l’acquisizione della licenza”. Ma il Fatto ha potuto leggere il rapporto integrale di Pepper Hamilton e di zone d’ombra nel comportamento dell’Eni ne emergono parecchie.
Il 28 maggio 2014 l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia trasmette alla Procura di Milano una serie di informazioni ricevute dalle autorità inglesi e americane: ne emerge il grafico che vedete qui accanto. Il 29 aprile 2011 l’Eni bonifica 1,092 miliardi di dollari a un conto vincolato del governo nigeriano presso la banca Jp Morgan Chase a Londra (non il conto abituale dello Stato, ma uno parallelo). Quei soldi poi vengono girati a una società aperta nel 2010 alle isole Marshall, Petrol Service, ma la banca che doveva riceverli – la Bsi di Lugano – li rimanda indietro. La somma allora inizia a disperdersi per mille rivoli: non un solo euro andrà al popolo nigeriano. Secondo quanto hanno ricostruito le autorità finanziarie di Usa, Gran Bretagna e Italia ben 523 milioni finiscono in società riconducibili a Abubakar Alyu, un presunto prestanome del presidente nigeriano Goodluck Jonathan che era la controparte istituzionale dell’Eni nell’affare. Alyu è indicato negli schemi con il soprannome di “mister Corruzione”.
Un’altra considerevole fetta della somma, 336 milioni di euro, finisce negli Stati Uniti su un conto della Rocky Top Resources, una società dietro la quale ci potrebbe essere Dan Etete, ex ministro del petrolio nigeriano che era anche dietro la Malabu, società titolare della concessione petrolifera per l’Opl245. Quei soldi servono a comprare, tra le altre cose, un jet Bombardier Vision 6000 da 56 milioni intestato a una fiduciaria dell’isola di Man (e diversi forum nigeriani danno conto di polemiche su un nuovo Bombardier del presidente Jonathan nel 2012), poi tre Cadillac Escalade 2011 da 195.000 dollari l’una. Auto che non arriveranno mai in Nigeria, però: il dipartimento di Stato Usa impedisce l’esportazione di veicoli blindati. Su altri 200 milioni di euro si apre una lite legale a Londra, li reclama Emeka Obi, un mediatore nigeriano coinvolto in una lunga fase di trattative e poi escluso quando l’Eni decide di trattare direttamente con il governo di Jonathan (ci sono quindi 10 milioni anche per l’ex ministro della Giustizia Bayo Ojo San che aveva riassegnato la concessione alla Malabu dopo una serie di contenziosi). Parte dei soldi di Obi, quelli rimasti a Londra, vengono sequestrati proprio su richiesta dei pm di Milano.
Quanto sapeva l’Eni? La versione ufficiale dell’azienda in questi anni è che ha trattato solo e soltanto con il governo nigeriano senza avvalersi di intermediari. Incalzata dall’Ong Global Witness, Eni ha ribadito: “Riteniamo che il governo di una nazione sovrana non debba essere messo in discussione e che l’aver siglato un accordo direttamente con esso garantisca la completa trasparenza della transazione”. Una versione che, a leggere il rapporto di Pepper Hamilton, è almeno incompleta. Fin dal 2007, ricostruiscono gli avvocati americani assoldati dal collegio sindacale dell’azienda, Eni sapeva che dietro la Malabu c’era Dan Etete che, da ministro del petrolio tra il 1995 e il 1998, aveva assegnato il giacimento Opl 245 alla Malabu, la cui proprietà era schermata. Il 23 febbraio del 2007 alcuni dirigenti Eni (Claudio Mastrangelo, Fabrizio Bolondi e Lionello Colombi) incontrano all’hotel Four Seasons di Londra emissari della Malabu, e c’è anche Etete. Nel memo di quell’incontro, infatti, Etete viene indicato come “il titolare della Mamabu”, con un refuso.
Nel 2009 Eni inizia a trattare con un intermediario, Emeka Obi, sedicente banchiere d’affari titolare della Energy Value Partners e che parla a nome della Malabu (e di Etete). Obi esordisce facendosi pagare un “gettone di partecipazione” (Participation Fee) da 661.857 dollari soltanto per consentire all’Eni di accedere a una “data room virtuale” relativa all’Opl 245. Una specie di banca dati. Si tratta di una mazzetta di benvenuto? I sospetti di Pepper Hamilton e del collegio sindacale di Eni sono così concreti da richiedere un supplemento di indagine agli investigatori di Fg International Solutions: il responso è che la certezza non si può avere, ma i dipendenti Eni interpellati dicono che era la prima volta che assistevano a un pagamento simile per accedere ai dati, peraltro poco rilevanti. Fg non riesce a stabilire se poi dai conti di Obi quei soldi siano finiti a membri del governo nigeriano.
Il report di Pepper Hamilton chiarisce invece che nel 2011, al momento dell’accordo finale sul giacimento, “durante i negoziati e l’esecuzione dell’accordo il personale dell’Eni era consapevole del vincolo contrattuale in base a cui il 100 per cento di 1,092 miliardi da pagare al governo nigeriano doveva poi essere pagato a Malabu”. Addirittura c’erano rappresentanti di Malabu alle riunioni con Eni e il governo. E il ministro della Giustizia Adoke ha riferito in Parlamento che Eni e Shell erano consapevoli di dove finiva la somma.
Tutti i soldi sarebbero andati quindi a quella società che dal 2007 l’Eni sapeva essere riconducibile a Etete. Non solo: dal 2010 il Risk Advisory Group, cioè l’intelligence interna all’Eni, aveva ricostruito i legami fortissimi tra Etete e il presidente Jonathan, “ci sono voci secondo cui Etete avrebbe pagato per l’istruzione dei figli del presidente”.
Perché si mobilita mezzo governo nigeriano – eliminando anche il mediatore Obi che, secondo i pm, avrebbe dovuto far arrivare i soldi anche a manager e mediatori italiani come Luigi Bisignani– a fare da intermediario per un ex ministro del petrolio? La risposta sembra essere in quel flusso di denaro finito in jet, Caddilac, contanti e bonifici che secondo i magistrati di Milano legittima l’accusa di corruzione internazionale.

AMRI SI FACEVA DI COCA ED ECSTASY

Strage di Berlino, media tedeschi: “Anis Amri faceva uso di cocaina ed ecstasy”

Strage di Berlino, media tedeschi: “Anis Amri faceva uso di cocaina ed ecstasy”
MONDO
Le autorità tedesche stanno ora verificando se durante l’attacco al mercatino di Natale con un Tir era sotto effetto di droghe
Anis Amri consumava regolarmente cocaina ed ecstasy ed era anche uno spacciatore. Lo riferiscono i media tedeschi citando un rapporto degli investigatori sul killer di Berlino ucciso dopo giorni di caccia all’uomo in una sparatoria con la polizia a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, il 23 dicembre scorso. Le autorità tedesche stanno ora verificando se il tunisino durante l’attacco del 19 dicembre al mercatino di Natale con un tir fosse sotto effetto di droghe. Il parlamento tedesco discuterà delle inchieste in una sessione speciale domani. In Tunisia, suo Paese d’origine, Amri era stato accusato varie volte per il possesso e il consumo di stupefacenti e anche dopo il suo arrivo in Germania – precisa Die Welt – aveva continuato a spacciare.
Secondo il rapporto, inoltre, sembra che Amri fosse arrivato a Berlino diversi giorni prima dell’attacco. Nei mesi precedenti si era recato in Belgio, dal Nord Reno-Westfalia. Difficile però ricostruire la sua rete di contatti, visto che sul telefono cellulare in suo possesso sono stati trovati solo due numeri memorizzati. Tuttavia, scrive ancora Die Welt, sembra che il giovane avesse connessioni in tutta Europa, specialmente in Italia, dove era stato in carcere.

ARMANI VESTIRA' LA TRUMP

Lo stilista ha dichiarato che non avrebbe alcun problema a disegnare un abito per la first lady rompendo così una sorta di cordata del mondo della moda, compatto nel dire "no" alla signora Trump 
Giorgio Armani si è reso disponibile a vestire Melania TrumpUno dei più grandi stilisti del mondo veste la First Lady degli Stati Uniti d’AmericaNiente di particolare, verrebbe da dire: chi non lo farebbe? Ebbene, la cosa non è così semplice. Trovare un designer disposto ad occuparsi del look della signora Trump sembrava infatti cosa piuttosto complessa, almeno fino a qualche ora fa.
La scarsa simpatia del mondo della moda per Melania ha radici lontane: quando, poco dopo l’elezione del marito a presidente degli Stati Uniti, la bionda slovena aveva dichiarato di voler essere “laFirst Lady più glamour dai tempi di Jackie Kennedy” in molti avevano storto il naso. Bella donna, Melania, come ti aspetti che sia una ex modella apparsa nelle copertine dei più importanti magazine del mondo. Ma la spontanea eleganza di Jacqueline, quel suo disarmante sorridere in ogni foto o pubblica apparizione, quella naturalezza con cui seppe diventare un’icona per le donne di tutto il mondo (“Sì, sono il signore che ha accompagnato Jacqueline Kennedy a Parigi”, disse il Presidente John durante una visita ufficiale) sono caratteristiche che nella signora Trump viene difficile rintracciare. A maggior ragione perché a ‘fare melina’ intorno alla First Lady ci si è messo l’intero mondo della moda, o quasi.
In principio fu Tom Ford, schietto nel dire di non avere alcuna intenzione di vestire la signora Trump perché troppo lontana dal suo gusto estetico (e come gli si può dare torto) e perché, a suo parere, la moglie del Presidente dovrebbe rappresentare la nazione e dunque non indossare abiti troppo costosi, come quelli della sua linea. Da lì, altri rifiuti illustri, da Humberto Leon, direttore creativo di Kenzo, alla stilista francese Sophie Theallet che con il suo invito ai colleghi a boicottare ‘la nuova @flotus” ha alzato l’asticella della polemica. Tutti contro la first che ha difeso un marito sessista senza batter ciglio, minimizzando, apparentemente distaccata come cyborg. Tutti contro la first lady accusata di copiare i discorsi dalla precedente adoratissima Michelle, per altro senza sapere raggiungere nemmeno un decimo della sua empatia. O semplicemente, tutti contro la first lady impopolare: cose di marketing, di product placement. Perché alla fine anche di questo si tratta, quando si fa indossare un abito della propria linea alla donna più fotografata del mondo.
Questa la situazione, almeno fino a qualche giorno faPerché nella querelle sono intervenuti due pesi massimi, Dolce & Gabbana e Giorgio Armani. Ad aprire le danze è stato Stefano Gabbana, anima più “social” della coppia di designer siciliani. Poco dopo Capodanno, Stefano ha postato sul suo profilo Instagram la foto di Melania con indosso un tubino nero firmato D&G. Commento:”Grazie Melania Trump”#DGWoman. Apriti cielo: commenti indignati, utenti scandalizzati. Ma nessuna marcia indietro da parte della coppia.
E se l’apprezzamento di Gabbana riguardava una scelta fatta da Melania in totale autonomia (l’abito sfoggiato al gala di Palm Beach se l’era comprato da sola, la nostra, e c’è da pensare che non abbia problemi a fare lo stesso anche in futuro), ad alzare il tiro ci ha pensato ‘Re Giorgio’. Subito dopo la sfilata della linea Emporio, infatti, Armani ha dichiarato di non avere alcun problema a vestire la Trump: “Di mestiere cerco di vestire le belle donne e Melania lo è, se mi chiedesse un vestito perché no?”. Lo stilista ha anche aggiunto di aver notato un certo cambiamento di stile nel Presidente che, a suo dire, sarebbe, “migliorato fisicamente, ha meno ciuffone e un modo di porgersi meno enfatizzato, più discreto”. L’augurio di Armani è che gli americani si “possano ravvedere su ciò che farà, se farà delle belle cose avranno sbagliato, altrimenti avranno avuto ragione”. Vien da pensare che ‘Re Giorgio’ si aspetti un cambiamento anche da parte della first lady, o meglio, un cambiamento nella percezione che il mondo ha di lei. Che le apparizioni pubbliche ben ponderate, i discorsi preparati da uno staff di comunicazione adeguato, la vita a New York con il figlio di 10 anni Barron e tutto quello che girerà intorno alla sua figura la rendano più apprezzata. Amata, addirittura. Certo è impossibile, a oggi, pensare che Melania riesca a sfiorare la popolarità e l’apprezzamento gargantuesco ottenuto da Michelle Obama. “Hai ricoperto un ruolo cui non aspiravi e lo hai fatto a modo tuo, con grazie, grinta, stile e buon umore. Hai resto la Casa Bianca un posto che appartiene a tutti e la nuova generazione ora guarda più in alto, perché ti ha preso a modello”, le ha detto il marito Barack durante l’ultimo discorso ufficiale a Chicago. Gli si può dare torto?

L'AUMENTO DEI MINORI MIGRANTI

Migranti, in aumento i minori. Mattarella: realtà che interroga le nostre coscienze

Il messaggio del Capo dello Stato nella Giornata Mondiale del Migrante

Migranti, minori non accompagnati

globalist15 gennaio 2017 "Il numero dei 'migranti minorenni, vulnerabili e senza voce' giunti nelle nostre regioni è in crescita”. A lanciare l’appello è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. “Sono anche in aumento il numero dei bambini che approda in Italia senza i genitori. Si tratta di una realtà che interroga le coscienze di ciascuno e l'intera società. In discussione sono, infatti, valori fondanti della civiltà perché nei diritti e nelle opportunità dei più giovani si specchia il grado di umanità, di libertà, di coesione dell'intera comunità", ha spiegato il Capo dello Stato.

Migranti, minori non accompagnati
In un messaggio alla Fondazione Migrantes, Mattarella ha aggiunto: "Viviamo un tempo di grandi cambiamenti e di epocali movimenti di persone, la crescita dei flussi migratori, sospinti da guerre, da violenze, da squilibri ambientali e sociali, da ingiustizie, suscita ammirevoli espressioni di fraternità e solidarietà, ma anche reazioni di paura, e talvolta di chiusura". "È necessario affrontare alla radice i problemi che questi fenomeni pongono con intelligenza e lungimiranza, senza rinunciare ai principi di rispetto della vita e della dignità dell'uomo, che sono parte della identità europea e sui quali poggia la speranza stessa di un futuro migliore”.

"L'integrazione degli immigrati, a partire proprio dai più giovani, che ci guardano con maggiore speranza, costituisce una opportunità per loro e per noi, e questa può produrre i risultati migliori se c'è rispetto della legalità e se l'Unione Europea diventa capace di corresponsabilità nel programmare le politiche e nel suddividere impegni e oneri. È questa una sfida che riguarda le persone come le comunità intermedie, le forze sociali, le istituzioni, per sconfiggere le paure e offrire ai giovani, a tutti i giovani, qualunque sia il colore della loro pelle, gli strumenti per diventare protagonisti e costruttori di un mondo sostenibile e più giusto", ha concluso il presidente Mattarella, facendo eco alle parole dette oggi, 15 gennaio 2016, durante l’angelus da Papa Francesco.