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mercoledì 12 luglio 2017

REPRESSIONE TEDESCA AL G20

Germania, dal G20 alla repressione

    ALTRENOTIZIE
di Mario Lombardo
Dopo gli scontri tra polizia e manifestanti nel corso del G20 di settimana scorsa ad Amburgo, la classe politica tedesca ha promesso di intensificare gli sforzi per criminalizzare e mettere a tacere quello che ha definito come “estremismo di sinistra” con la scusa di limitare gli episodi di violenza nel corso degli eventi internazionali.

Il coro di denunce nei confronti di quanti hanno partecipato alle proteste – in larghissima misura pacifiche – ha visto protagonisti i politici di quasi tutti i partiti tedeschi, impegnati in una vera e propria offensiva contro il dissenso, perfettamente in linea con il rilancio del militarismo e delle ambizioni da grande potenza della Germania in atto ormai da alcuni anni a questa parte.

Come accade in pratica in occasione di qualsiasi vertice internazionale di alto livello, anche ad Amburgo la repressione delle forze di sicurezza è arrivata puntuale in seguito, da un lato, alla militarizzazione della città e alla drastica riduzione dei diritti di movimento e di espressione e, dall’altro, a provocazioni attentamente studiate.

Il primo confronto tra polizia e manifestanti si era verificato già giovedì scorso alla vigilia dell’apertura dei lavori, anche se gli stessi giornali ufficiali avevano dovuto riconoscere il clima del tutto pacifico che prevaleva tra i gruppi intenzionati a protestare contro i leader dei venti paesi più industrializzati del pianeta.

La presenza di qualche manifestante mascherato e l’azione di individui isolati, come al solito riconducibili a gruppi anarchici o ai “black blocs”, notoriamente infiltrati in maniera pesante dalla polizia, hanno fornito l’occasione per procedere con l’assalto ai dimostranti, risoltosi nelle consuete scene di guerriglia urbana e in un numero imprecisato di feriti e arrestati.

Singolarmente, i vertici della polizia di Amburgo avevano avvertito prima della marcia di protesta che anche soltanto nascondere il viso sarebbe stato considerato un atto di violenza, così da rendere inapplicabile il diritto di espressione e di “libera assemblea” garantito dalla costituzione tedesca.

Ciò che è seguito ai primi scontri di giovedì è stata un’escalation di violenze e interventi delle forze di sicurezza, la cui responsabilità è stata attribuita a gruppi antagonisti di “estrema sinistra”, bersaglio appunto degli sfoghi dei politici tedeschi.

All’interno del governo di coalizione di Berlino, le voci più dure sono state probabilmente quelle degli esponenti del Partito Socialdemocratico (SPD). Ciò è dovuto in parte anche al tentativo da parte di questo partito di recuperare terreno a destra con proposte politiche reazionarie dopo il crollo nei sondaggi a poco più di due mesi dalle elezioni federali.

Il ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, ha parlato di “danno d’immagine” per la Germania a causa di una vera e propria “orgia di violenza” fine a se stessa, contro la quale “uno stato… deve sapersi difendere”. Il compagno di partito di Gabriel, il ministro della Giustizia Heiko Maas, ha invece chiesto una risposta collettiva europea all’esplosione dell’estremismo di sinistra, cominciando con la creazione di una sorta di lista nera a livello continentale.

Il carattere strumentale delle dichiarazioni dell’esponente del governo Merkel è confermato dal fatto che un archivio di questo genere esiste già a livello europeo ed è servito nei giorni precedenti il G20 di Amburgo a bloccare alle frontiere tedesche centinaia di attivisti di sinistra, oltretutto monitorati negli spostamenti dalle loro città di provenienza.

Sul fronte opposto, ma sempre nel governo Merkel, il ministro dell’Interno della CDU, Thomas de Maizière, ha spiegato che “gli eventi del G20 devono rappresentare un punto di svolta nel nostro modo di considerare la propensione alla violenza dei gruppi di sinistra”.

Il “punto di svolta” auspicato da de Maizière, figlio di un alto ufficiale della “Wehrmacht” nazista, consiste nell’adozione di misure permanenti destinate a combattere “l’estremismo di sinistra”, non essendo più sufficiente la sola repressione violenta nel corso di manifestazioni o proteste occasionali. Lo stesso ministro ha d’altra parte paragonato la presunta minaccia che sarebbe esplosa ad Amburgo a quella “islamista” e “neo-nazista”.

In concreto, come ha spiegato Christian Lindner, leader del Partito Democratico Libero (FDP), al governo fino al 2013 nel secondo gabinetto Merkel, ciò dovrebbe ad esempio consistere nel “monitoraggio più attento” degli estremisti di sinistra da parte dell’intelligence domestica.

Che l’intenzione dell’establishment tedesco sia nulla di meno che il restringimento degli spazi del dissenso, in particolare quello orientato all’anti-capitalismo, è chiaro anche dalle dichiarazioni di svariati politici – dal segretario generale della CDU, Peter Tauber, al deputato della CSU, Stephan Mayer, al capo di gabinetto della cancelleria federale, Peter Altmaier – sulla necessità di chiudere gli spazi urbani “occupati” da gruppi di sinistra.

Nel mirino ci sarebbero in particolare le occupazioni della “Rigaer Strasse” a Berlino o del teatro “Rote Flora” di Amburgo, già oggetto di tentativi violenti di sgombero da parte delle forze di polizia nel recente passato.

L’ossessione sui disordini e le violenze che avrebbero provocato i manifestanti di sinistra ad Amburgo sono in primo luogo il riflesso di una crescente irritazione tra le classi dirigenti di qualsiasi paese nei confronti di movimenti popolari di opposizione alle politiche anti-sociali e anti-democratiche dilagate dopo l’esplosione della crisi del capitalismo internazionale tra il 2008 e il 2009.

Sia il puntuale soffocamento con metodi violenti delle proteste da parte delle forze di polizia sia le iniziative proposte dai politici tedeschi nei giorni scorsi sono perciò il tentativo di soffocare ogni forma di protesta e di resistenza provenienti da sinistra.

Inoltre, la criminalizzazione di quella che viene dipinta come una frangia estremista alimenta l’illusione che esista un ampio consenso popolare sulle attuali forme di governo “democratiche”, mentre è al contrario sempre più forte e diffusa l’opposizione alle politiche ufficiali, caratterizzate ovunque da disuguaglianze sociali esplosive, militarismo e restringimento degli spazi democratici.

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