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martedì 11 luglio 2017

PARLA NICOLA AIELLO MINACCIATO DAI MAFIOSI

Mafia, intervista al gip di Palermo Nicola Aiello dopo le due minacce dei giorni scorsi

ARTICOLOTRE
-Elisabetta Cannone - Si sta occupando di uno dei processi per mafia più grossi di Palermo, quello contro il clan di Borgo Vecchio, con 40 boss alla sbarra. C'è anche un collaboratore di giustizia di calibro: Giuseppe Tantillo. Forse proprio per questo, Nicola Aiello gip di Palermo, lo scorso 5 luglio arrivando di mattina in tribunale, ha trovato una croce disegnata sulla porta del suo ufficio. Tre giorni dopo, un altro avvertimento. Questa volta indirizzato non solo a lui ma anche a chi da sempre si occupa di mafia per le pagine palermitane del quotidiano La Repubblica, il giornalista Salvo Palazzolo. Questa volta il messaggio era in una lettera anonima arrivata alla redazione del giornale e diceva di “Finirla con Borgo Vecchio”. Un riferimento chiaro quindi al processo che si svolge in questi giorni. 
Abbiamo raggiunto il dottor Aiello e ci siamo fatti raccontare com'è andata quella mattina e cos'è cambiato da quel giorno nel suo lavoro e nella sua vita.
Dottor Aiello, com'è andata quella mattina del 5 luglio?
Parliamo di mercoledì scorso: sono arrivato in ufficio e appena salito ho visto la cancelliera che mi è venuta incontro con una faccia strana e mi ha detto “Hai saputo cos'è successo?”. Sul momento mi sono preoccupato, pensavo fosse successo qualcosa a un collega. A quel punto mi ha mostrato la porta sulla quale avevano già messo un foglio A4 di stampante per coprire la croce. In realtà sono stati gli addetti alle pulizie, che arrivano verso le 7.30, ad averla trovata. Mi hanno detto che avevano già chiamato i carabinieri, venuti poi a fare i rilievi e prendere le impronte. 
Io nel frattempo sono andato al carcere dell'Ucciardone perché avevo un'udienza.
Cosa ha pensato, che effetto le ha fatto quella croce? 
Mi ha spiazzato, non me l'aspettavo. All'inizio ho pensato che fosse il gesto di un balordo, cosa che ho riferito anche al procuratore Scarpinato quando ci siamo visti, se non sbaglio, la mattina dopo. Considerato che nel corridoio ci sono le telecamere su entrambi i lati, mi è sembrato più il gesto di un cretino o di un balordo. Perché uno che fa una cosa del genere... Oppure certo di una persona che sfida quasi in modo plateale la giustizia. Venire con questo caldo in tribunale, tra l'altro di pomeriggio, mi sembra abbastanza insolito. Devo dire che non l'avevo ricollegato a un processo in particolare. Poi venerdì mi ha chiamato Salvo Palazzolo (cronista del quotidiano La Repubblica edizione Palermo, che scrive di mafia, e che ha ricevuto un'intimidazione attraverso una lettera anonima arrivata nella redazione del giornale, ndr) dicendomi che gli era arrivata una lettera con delle minacce indirizzate anche a me.
M è sembrato più il gesto di un mezzo pazzo, di uno di quei personaggi che ogni tanto girano in tribunale perché magari ci sono udienze. Magari è uno di questi. Non è un gesto intelligente, per mirare a cosa poi? A farmi paura? 
Come la interpreta quella minaccia?
Non so nemmeno se definirla una minaccia. Forse più che altro è un voler creare tensione e basta. Di sensazioni sgradevoli nel mio lavoro se ne vivono quasi tutti i giorni.
Il suo ufficio è in una sezione nuova, con lavori per aumentare le misure di sicurezza. Eppure qualcuno è riuscito a fare quel gesto. 
Sì in effetti è un luogo abbastanza sicuro, grazie anche ai lavori che sta facendo la Procura generale. Il problema è che ci sono due telecamere: una da un alto e una dall'altro. Quella che doveva essere fondamentale, inquadrando tutto il corridoio, in realtà è impallata da un armadio poco prima della mia porta, che contiene i faldoni di processi che non possono stare nelle stanze perché sono molto grossi. L'altra telecamera, del lato opposto, era proprio rotta, quindi non può nemmeno riprendere chi esce. 
Si sente sicuro?
Mi sento sicuro?! Mi sento come mi sono sempre sentito. Al di là della minaccia non credo che sia cambiato alcunché. Ho reiterato ai miei capi la richiesta di non avere la tutela. Non credo sia utile averne una: se decidono di ammazzarti ti ammazzano. Inoltre sembrano soldi dello Stato spesi male, nel senso che non cambia molto averla. Per ora mi hanno accontentato a metà, imponendomi una misura di protezione un po' particolare della quale non conoscevo nemmeno l'esistenza: la vigilanza concordata. Ogni volta che vado a casa o esco da casa, mezz'ora prima devo telefonare. Insomma un po' quella che impongo io a chi sta agli arresti domiciliari...
Quindi avviso i carabinieri che arrivano sotto casa, però poi faccio venti metri e vado da solo. 
Negli interrogatori ha notato differenze nell'atteggiamento degli imputati? 
No. interrogatori in questa settimana non ne ho avuti. Nei giorni successivi sono venuti molti difensori a manifestare la loro solidarietà. Per il resto non credo che gli imputati cambieranno il loro comportamento. Credo che a loro importi poco di quello che è successo. 
La città e i colleghi come hanno reagito? Li sente vicini? 
Devo dire di sì. Ho ricevuto tantissime telefonate di colleghi, anche di qualche avvocato, miei conoscenti che ovviamente mi hanno chiamato. Ho sentito sicuramente la solidarietà di molte persone. Ieri ho anche scoperto, e ci ho anche sorriso su a dire il vero, che hanno organizzato una pedalata di solidarietà venerdì prossimo in città per me e Salvo Palazzolo. Non so se andarci, effettivamente andare con la bicicletta mi sembrerebbe un po' troppo...
Si sente un bersaglio?
Mah... Un bersaglio lo siamo un po' tutti per il lavoro che facciamo. Quando mi riferiscono di commenti poco gentili di qualche imputato non mi sconvolgo più di tanto perché obiettivamente non è che noi magistrati siamo simpatici, è ovvio insomma... Quello è un po' il gioco delle parti. Fa parte del mio lavoro e basta. 
Le rifaccio una domanda che le avevo fatto tempo fa: come ci si sente a fare il giudice in processi di mafia in una città come Palermo?
Sicuramente Palermo è una città diversa dalle altre. Non ho mai lavorato altrove, però immagino sia completamente un'altra cosa. Una volta parlando con un collega che lavora a Mantova, questi mi raccontava di andare in tribunale in bicicletta tranquillamente. Qui si vive in un contesto particolare e non solo per i reati di mafia. Anche per quelli comuni hai a che fare con persone diverse. Anche la conformazione territoriale è differente: sei qui al tribunale, oppure in viale Strasburgo e basta fare 100 metri per finire allo Zen, ovvero in piena zona rossa. Diciamo che ricorda un po' Napoli, con i quartieri tutti molto vicini. Non c'è una ghettizzazione dei quartieri particolari, ma s'incrociano con quelli cosiddetti “bene”. Dopo quello che è successo, la cosa che più di tutto mi da fastidio è che, per ovvie ragioni, in questo periodo non vado più come prima nei quartieri popolari a comprare il pesce. 
Quindi si auto limita?
Sì, lo faccio per due motivi: non mi va di gravare sui carabinieri, sulla polizia, su chi mi deve stare dietro. Per esempio sabato mattina sono andato a lavorare e un carabiniere è rimasto tutto il tempo davanti alla porta del mio ufficio aspettando che tornassi a casa. Mi rendo conto che stare in tribunale di sabato mattina è dura, per questo a un certo punto mi son detto di non fare come il sabato precedente e rimanere fino alle 21. Così Alle 13 gli ho detto di andarcene via, a casa. Ho portato con me lo zainetto e ho continuato a casa. Ecco, diciamo che “mi pesa pesare” sugli altri. Adesso cerco di limitare le uscite a quelle di cui non posso fare a meno. Questa situazione ovviamente mi infastidisce. Stasera per esempio mi piacerebbe andare a correre. Penso che andrò alle 19, ma alle 18.30 dovrò chiamare i carabinieri. 
Ha mai pensato di cambiare sede?
La scorsa settimana ho presentato una domanda di “tramutamento”, ovvero un trasferimento, alla Procura e al Tribunale di Roma. Poi però alla fine mi sono detto “ma perché andarmene via? Io resto qua, questa è casa mia e ci resto.” Quindi penso che revocherò queste domande. Anche se Roma mi piace molto. 
Le pesa cambiare idea e decidere di rinunciare a questo trasferimento?
Non sono costretto e nessuno mi sta costringendo a rinunciare al trasferimento. Però in questo momento, alla luce di quello che è successo, voglio rimanere qua. In genere la domenica ho sempre evitato di lavorare, ma stavolta, anche per non andare a mare e non creare tutti i problemi di spostamenti che ne sarebbero seguiti ho scelto di stare a casa. Ho lavorato fino alle 10 di sera. Però prima o poi tutto questo passerà. 
Lei ha detto di non aver paura, perché chi fa questo mestiere mette in conto una serie di cose. Ma paura per i suoi familiari?
Sì quello certo. Però vorrei essere chiaro su una cosa: non è che non ho paura, sarebbe strano se non l'avessi. Tuttavia è un sentimento che va metabolizzato, razionalizzato. Mi dispiace di più per gli altri. Quando ho visto quella croce sulla mia porta, sul momento ho avuto una sensazione sgradevole. Ma se penso a mia moglie o a mia madre che ha letto quello che è accaduto sul giornale, ovviamente mi dispiace. Loro la vivono in modo diverso, al di fuori del contesto in cui lavoro io e quindi sono molto più preoccupate di me. 
Le hanno di fare o non fare qualcosa?
Mi hanno detto di non uscire... Ma è una cosa impossibile. O quantomeno di farlo accompagnato. 
Tra qualche giorno sarà il 19 luglio, un'altra data significativa per Palermo, in cui si ricorda la strage di via D'Amelio. Quel giorno del 1992 la mafia uccise il giudice Paolo Borsellino. Come l'affronterà?
Come tutti gli anni: il 19 se non mi sbaglio sarà un mercoledì, quindi sarò in udienza. Credo che la cosa che farebbe maggiormente piacere a Paolo Borsellino è pensare che qualcuno in sua memoria resti a lavorare, così come faceva lui. Di sera, invece, abbiamo organizzato una partita. 
Il resto della giornata sarò a lavorare e a ricordare un uomo che sebbene non ho conosciuto di persona lo sento idealmente legato a me. Ovviamente andrò alla partita, anche se non so quanto mi faranno giocare. Però un quarto d'ora lo voglio fare.
11 luglio 2017

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