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venerdì 7 luglio 2017

NASCITA NON VOLUTA

Nascita indesiderata

ARTICOLOTRE
-Stefano Fernando Mimmo- Il caso su cui si è pronunciata la Suprema Corte riguarda il risarcimento del danno da  nascita indesiderata.
I sanitari non avrebbero informato correttamente la gestante sulla non attendibilità dell’analisi prenatale e sulla necessità di ripetere l’esame al fine di permettere alla donna di esercitare legittimamente, ed in tempo utile, il suo diritto all’interruzione terapeutica della gravidanza.
Il risarcimento da nascita indesiderata è stato affrontato tanto dalla giurisprudenza di legittimità italiana quanto da quella estera. Con tale locuzione si fa riferimento a tutti quei casi in cui la mancata o scorretta informazione imputabile al medico non ha permesso alla gestante di esercitare il suo legittimo ed inviolabile diritto all’autodeterminazione.
La sentenza  riflette su alcune questioni non sempre di facile e concorde soluzione: la natura del danno da nascita indesiderata, i soggetti coinvolti, la fonte (contrattuale o extracontrattuale) da cui deriva l’obbligo al risarcimento.
La giurisprudenza di legittimità ha spesso affermato che in tema di rapporto tra paziente e struttura sanitaria (pubblica o privata) la fonte è da rinvenirsi in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo.
Ne consegue che la responsabilità dell’ente sanitario nei confronti del paziente è di natura contrattuale (“contratto di spedalità”), così come la responsabilità del singolo sanitario che in qualità di ausiliario ex art. 1228 c.c. cura il paziente (“contatto sociale”).
L’autodeterminazione della gestante in merito alla scelta di un aborto terapeutico e una nascita a rischio genetico è un diritto inviolabile della persona e pertanto meritevole di essere integralmente risarcito come danno non patrimoniale.
Danno che in questo caso deriva direttamente dalla mancata informazione sull’esistenza di anomalie congenite del concepito e trova la sua legittimazione nel rapporto contrattuale tra la paziente e la struttura sanitaria.
La cassazione però si spinge oltre, riconoscendo non solo il risarcimento integrale alla madre per la lesione del suo diritto all’autodeterminazione, ma anche il risarcimento integrale del danno non patrimoniale al padre del nascituro.
La mancata rilevazione delle anomalie genetiche del concepito imputabile alla struttura sanitaria ha leso i diritti di autodeterminazione e di solidarietà familiare, sia della gestante che del padre.
Il padre infatti è tenuto giuridicamente insieme alla madre al mantenimento, alla crescita e alla protezione del nato non sano, ed è soggetto legittimato a al risarcimento integrale del danno  tenuto conto della gravità del sacrificio personale e della necessità di assistere una persona che abbisogna di continue cure, sorveglianza ed affetto.
Decidere sul portare avanti o meno una gravidanza a rischio genetico è una scelta molto penosa, togliere la possibilità alla madre unitamente con il padre di una tale scelta significa ledere il loro diritto ad autodeterminarsi, e senza autodeterminazione, ad avviso della Cassazione, non c’è dignità umana.

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