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martedì 18 luglio 2017

LANNINO SU VIA D'AMELIO

Speciale via D’Amelio. Il racconto di Franco Lannino, il primo fotoreporter arrivato sul posto

ARTICOLOTRE
Foto Lannino - StudioCamera
-di Elisabetta Cannone - Un boato squarcia il silenzio di una afosa e caldissima domenica pomeriggio palermitana. Sono le 16.58, in via Mariano D'Amelio in pochi secondi è l'inferno: macchina in fiamme, fuoco, brandelli di carne e sangue e pezzi di autovetture che volano per aria, una colonna di fumo nero si alza dalla strada. Lì la mafia uccide il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta; Agostino Catalano, Emanuela Loi (la prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina fatti saltare per aria con una autobomba piazzata in una 126 parcheggiata in quella via, sotto la casa della madre che il giudice palermitano era andato a trovare. Unico sopravvissuto è l'agente Antonino Vullo, ricoverato in gravi condizioni. 
Franco Lannino, dell'agenzia fotografica StudioCamera con Michele Naccari, è il primo fotoreporter ad arrivare sul posto. I suoi scatti hanno fatto la storia, raccontando la strage di via D'Amelio e soprattutto una foto avvolta ancora nel mistero. Venticinque anni lo abbiamo intervistato per farci raccontare com'è andata.
Franco, come hai saputo dell'attentato in via D'Amelio?
L'esplosione io l'ho vista: mi trovavo nelle alture sopra Palermo esattamente all'altezza di Baida, il quartiere che si trova in collina nella Conca d'Oro. Me lo fece notare mio figlio. Era una giornata molto calda tanto che stavo andando con la mia famiglia, mia moglie e allora il mio unico figlio, a San Martino a prendere un gelato. Vicino Baida, come dicevo, mio figlio mi fece notare una colonna di fumo che si alzava dalla parti del Cantiere navale, per intenderci per grandi linee. Ho capito che stava succedendo qualcosa di grave, perché la colonna era molto alta tanto da farmi pensare che c'era stato quantomeno un incendio o una esplosione. Essendo noi fotoreporter attivi 24 ore su 24, ho fatto inversione con la macchina e sono andato verso il luogo. Quando sono arrivato nelle vicinanze mi sono reso conto che si trattava di qualcosa di grave, tant'è che da un certo punto iniziavano le cinturazioni dei poliziotti e dei vigili urbani che mi hanno fermato in macchina e mi hanno detto cos'era successo, un'esplosione. A quel punto ho lasciato lì la macchina con la mia famiglia e a piedi mi sono diretto sul luogo. 
Ricordi la scena che hai visto appena sei arrivato?
Una scena da guerra. È esattamente la prima cosa che mi venne in mente. Io sono stato il primo ad arrivare sul posto. C'era una devastazione totale: macchine ancora in fiamme, il fuoco altissimo. Sono arrivati i vigili del fuoco, i carabinieri, la guardia di finanza. La scena era proprio terrificante ed era quella di una guerra. Noi fotoreporter abbiamo fatto il callo davanti a certi fatti, agli omicidi, ma queste stragi ci hanno segnato più degli altri omicidi anche perché la maggior parte di quelli nelle guerre di mafia coinvolgevano mafiosi o quantomeno delinquenti. Dal giudice Chinnici in poi le cose sono cambiate e rimane l'amaro in bocca, ti rendi conto che il livello è troppo alto, il tiro si è alzato e ci doveva essere una risposta forte da parte dello Stato.
Qual era, in quel momento, la reazione del quartiere?
C'era un popolo che si riversava per strada. Tant'è vero che nessuno si rendeva conto di camminare anche su pezzi di carne, su sangue, su olio, su benzina, su pezzi di lamiera. È stato qualcosa di veramente drammatico. Tra l'altro a quei tempi forse non c'era tutta questa cultura di cinturare la zona per cercare eventuali prove. Lì si era riversato un popolo. Io ho visto gente arrampicata sulle macchine per poter vedere meglio la scena. 
Quali erano i commenti?
Si sapeva già che era stata un'auto bomba che aveva ucciso il giudice Borsellino e con lui gli uomini della sua scorta. A parte i primi momenti di totale confusione, piano piano subentrò lo sgomento e poi la rabbia. Di tutti: cittadini, forze dell'ordine, magistrati. Ricordo anche il cardinale Pappalardo che venne lì a benedire quel poco che rimaneva di quei poveri corpi. Anche lui era sbigottito. 
Dall'uccisione del giudice Falcone, con la moglie e la scorta, non era passato molto tempo. C'era nell'aria, tra voi professionisti, la percezione che il giudice Borsellino potesse essere la prossima vittima?
Devo essere sincero: lo sapevamo tutti. Tutta Palermo, o quantomeno gli “addetti ai lavori” parlo di giornalisti, poliziotti, da intendere proprio come tutte le forze dell'ordine e anche i cittadini. Subito dopo che Falcone era stato ucciso, infatti, Borsellino fu uno dei più attivi per smuovere le coscienze. Ricordo di una fiaccolata di lui con la vedova Schifani. Così nell'immaginario collettivo ma anche nella realtà, idealmente prendeva il posto di Falcone e ahimè questo non è sfuggito ai mafiosi tant'è che poi è successo quello che è successo. 
Immagino che per lavoro conoscessi il giudice Borsellino, come lo ricordi?
Era una persona squisita, una bravissima persona. Molto cordiale sia con i giornalisti, sia con noi fotoreporter, con gli operatori ma anche con la gente comune. Era veramente una pasta d'uomo. 
Mi racconti della tua foto al capitano dei carabinieri che portava una borsa particolare?
È stato uno dei primissimi scatti. Arrivando sul posto, appena con un colpo d'occhio, mi sono reso conto della gravità della situazione, ho iniziato a scattare in automatico. Non guardavo nemmeno bene cosa inquadrare, lì qualunque cosa inquadravi facevi una foto valida dal punto di vista professionale. Il Capitano dei carabinieri mi passò davanti, mi tagliò la strada e più che la borsa notai quello strano giubbino che indossava e che in gergo si chiama “fraticello”. Era di un azzurro candido che mal si accostava a tutta la scena di fiamme, fuoco, sangue e fumo nero. Lo vidi un po' come una mosca bianca. Lì mi ricordo vagamente di avergli fatto questo scatto. Dato che lo conoscevo, credo che alla fine quella foto volessi regalargliela. Il problema è che andando all'interno, verso l'epicentro dell'esplosione, la scena cambiava totalmente e mi sono buttato a capofitto nel mio lavoro cioè fare nel minor tempo possibile belle foto per documentare al mondo quello che stava succedendo. Così quella al capitano fu l'ultima cosa a cui pensai. Tant'è vero che quella foto la ritrovai dopo circa 12-13 anni, non ricordo bene, mentre digitalizzavo l'archivio. Nel frattempo c'era stato l'avvento del digitale. In quell'occasione mi venne in mente la foto. Guardandola attentamene mi sono accorto che in effetti aveva in mano una borsa che poteva essere quella del magistrato. Alla fine comunque gli investigatori hanno appurato quello che hanno appurato, a quanto pare era proprio quella borsa. Poi i processi si sono conclusi, tra l'altro con la sua assoluzione. Il mistero rimane...
C'era qualcosa di strano in quello che ha fatto il Capitano?
No, nulla. Nella mia carriera ho documentato due guerre di mafia e ricordo che la prima cosa che si fa ovunque, in questi casi, è portare via velocemente quello che può essere un reperto molto interessante per poi analizzarlo con calma. Per la mia esperienza non era strano. Ho visto portafogli presi da parte degli investigatori ai morti uccisi da poco, con l'avvento dei telefonini la prima cosa che tolgono è il cellulare perché servono delle prove calde per poterle sfruttare a vantaggio della verità. Non era strano quindi che una borsa o altre borse venissero portate via. So ad esempio che agli uomini della scorta sia della strage di Falcone sia di quella di Borsellino vennero subito portate via e repertate le armi che sicuramente avevano. È strano invece quello che poi è successo: non si capisce bene quante e quali mani abbiano toccato quella borsa. 
Nei giorni successivi alla strage e dei funerali cosa ricordi?
La rabbia, molta molta rabbia. Più che altro ai funerali degli agenti che persero la vita nella strage di via D'Amelio. Molto più dei funerali, abbastanza composti, del giudice Falcone. Lì c'era proprio la rabbia che si tagliava col coltello, la gente era stanca e soprattutto i poliziotti, le forze dell'ordine erano stanche di morire in questa maniera senza essere difesi dallo Stato. Tant'è vero che in Cattedrale ci furono momenti di tensione quando uno sgabello dell'arcivescovado, in legno, volò in direzione dell'allora capo della Polizia Parisi. Fu la mano del giudice Ayala a proteggerlo, perché altrimenti si sarebbe fatto molto male. E pare che furono alcuni poliziotti a lanciarlo. 
Da quel giorno della strage, secondo te com'è cambiata Palermo rispetto alla mafia, al lavoro dei giudici e i giudici stessi?
È cambiato tantissimo e devo dire in meglio. Assolutamente in meglio. Innanzitutto la percezione dello Stato, nessuno si può permettere più di mirare così in alto e pensare di farla franca e lo Stato adesso si fa sentire. Diciamo che l'epoca delle stragi è finita con l'arresto di Riina, o quantomeno è cominciata a scemare, e dopo 25 anni devo dire anche come auspicio mi auguro e sono sicuro che quest'era non tornerà più. Palermo è molto cambiata in meglio. 
Da quando torni in via D'Amelio, in occasione dell'anniversario della strage, è cambiato qualcosa?
Non è cambiato nulla nell'entusiasmo e nel dire un fermo no alla mafia. Diciamo che negli anni ci sono stati un po' di alti e bassi, qualcuno magari non partecipa per vari motivi, vuoi politici o di opportunità. Però ho sempre potuto documentare una grande partecipazione e un forte no a tutto quello che è mafia. 
Quindi secondo te oggi, nonostante le minacce ad alcun magistrati non si potrebbe più verificare un episodio del genere?
Tecnicamente, ovviamente, nessuno può dire che non sarebbe più possibile. È chiaro che tutti ci auguriamo che non torni più quest'epoca. Comunque rispetto a prima adesso c'è mota più attenzione da parte dello Stato, di tutti gli investigatori. A un minimo sentore di minaccia mettono su tutto un apparato che farebbe desistere anche il più incallito degli stragisti. 
Seguendo Borsellino, specie dopo l'uccisione di Falcone, gli è mai sfuggito una frase o commento “mi hanno lasciato solo” o faceva capire di sentirsi isolato?
Dal dopo Falcone, ricordo un magistrato molto serio e scosso da quello che era successo però non l'ho mai visto dire, né sentito dire una cosa del genere. Nemmeno faro capire. Non credo che si sentisse lasciato solo. Credo che sicuramente lo Stato avrebbe dovuto essere più presente e capire quello che poteva succedere e ahimè poi è successo. Ripeto il sentore c'era che il sostituto di Falcone era Borsellino e quindi in quel momento io credo che lo Stato avrebbe dovuto essere più vicino a questa persona. Però non era lasciata sola, non credo che nessuno gli abbia mai girato le spalle. È stato un colpo troppo repentino, come in un ring dove ti arrivano due pugni ben assestati che ti fanno cadere ko. Direi che è questo quello che è successo.

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