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domenica 2 luglio 2017

LA UE ABBANDONA L'ITALIA SUI MIGRANTI

L’Europa non capisce cosa è la Libia e lascia sola l’Italia

Parole al miele, tante. Sostegno concreto, nessuno. Nella sostanza, una presa in giro. Così l’Europa dei muri e dell’ipocrisia ha risposto alle richieste italiane di una condivisione dell’intervento sull’emergenza migranti nel Mediterraneo, la rotta più battuta e più mortale.
L’Europa resta ostaggio dell’asse del Nord, quella che ha sempre guardato alla sponda sud del Mediterraneo come minaccia e mai come cruciale luogo geopolitico di cooperazione. Una Europa miope non riesce a mettere a fuoco gli eventi che stanno segnando il Nord Africa, con il tratto comune dell’instabilità che si fa sempre più esplosiva. A cominciare dalla Libia. Intervenire in uno Stato fallito, con un governo rintanato in una base navale a Tripoli, guidato da un primo ministro la cui autorevolezza è pari a zero. Far finta di mostrare i muscoli, anche “solo” con un blocco navale, in un Paese dove sono presenti 200.000 uomini armati sotto innumerevoli bandiere, più che una scelta avventurista è una colossale idiozia. Che diventerebbe tragica se si provasse ad attuare. Perché la Libia, al di là di qualche esibizione terrestre di teste di cuoio di varie nazionalità (un manipolo anche italiano), era e resta una terra di nessuno, alla ricerca, paradossi della Storia, di un “nuovo Colonnello”, o, se vogliamo attualizzare, di un “Sultano” modello Erdogan, non tanto per stabilizzare l’instabilizzabile, ma per assurgere al ruolo di “Gendarme” del Mediterraneo centrale.
In questo puzzle irricomponibile, l’Italia prova ad esercitare la diplomazia delle “due carte”: da un lato sostenendo il premier-architetto al-Serraj, senza però togliere dal tavolo la “carta” Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, il generale indipendentista che tiene in scacco il Parlamento di Tobruk – l’unico riconosciuto internazionalmente, quello in teoria favorevole a Serraj – e che si muove alle strette dipendenza del suo protettore esterno: il “Pinochet delle Piramidi”, il presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi. La versione libica del “modello turco” – stato di polizia al servizio dell’Europa costruttrice di muri e di hotspot-lager – è dunque Khalifa Haftar, un tempo al servizio di Gheddafi, oggi messosi in proprio con un esercito bene addestrato, meglio armato, e sostenuto dall’Egitto di al-Sisi e dagli Emirati Arabi Uniti. Haftar mentre tiene in scacco politicamente Tripoli, sul campo concentra le sue forze armate in Cirenaica, con due obiettivi: sbarazzarsi del Consiglio della shura dei rivoluzionari a Bengasi e liberare Derna. Al momento per il “generalissimo” combattere l’Isis è l’ultimo dei problemi. Al primo posto, c’è l’odiato Serraj.
“Non molla Haftar – annota Angelo Del Boca, il più autorevole storico del colonialismo italiano in Nord Africa – perché è ben consapevole che se riconosce l’autorità del nuovo “premier”, non sarà mai il leader militare della nuova Libia, come ha sempre aspirato a diventare”.
Altro che stabilizzazione: in Libia è guerra di tutti contro tutti. Le milizie islamiste di Tripoli e Misurata, che godono del sostegno dei berberi del deserto, contro quelle di Zintan alleate di Haftar. Lo stesso uomo forte della Cirenaica comincia a perdere pezzi. Quanto al premier “unificatore”, è difficile vederlo in questi panni quando anche nella capitale del suo governo, Tripoli, milizie ostili e in guerra l’una contro l’altra controllano interi quartieri e perfino l’aeroporto. L’insicurezza regna sovrana. A darne conto non sono solo i tanti signori della guerra in campo, ma le lunghe code a Tripoli davanti alle banche: il contante scarseggia, il cambio del dinaro è in caduta libera. E come non bastasse, oltre ai due governi rivali della Libia orientale e occidentale ci sono anche due banche centrali. Nessuna illusione di costruire, sulle macerie della scellerata guerra del 2011, uno Stato di diritto, nel momento in cui è già una impresa immaginare la Libia del futuro possa configurarsi ancora come una parvenza di Stato unitario, visto che potenti attori regionali operano alacremente per la tripartizione del territorio con la costituzioni di tre protettorati: Tripolitania, Cirenaica, Fezzan.
Sul fronte jihadista, le insidie più temibili vengono dai qaedisti di Ansar Al Sharia – che può contare su almeno 5.000 miliziani, schierati tra Bengasi e Derna- dallo Stato islamico. Attorno ad Hon, capoluogo del distretto di Giofra tra Sirte e Sebha, sono stati creati alcuni campi di addestramento per accogliere e formare combattenti provenienti dal Sahel e dal Senegal e uomini di Boko Haram che stanno dando una decisa impennata agli organici di Isis in Libia. Del resto, uno dei principali obiettivi di al-Baghdadi in Libia è proprio questo: ingrossare la truppa e arruolare nuovi combattenti. Radicarsi nel centro-sud della Libia consente a Isis di penetrare i canali del contrabbando e dei traffici illegali e sfruttarli accedendo così a nuove risorse. Esattamente quanto accaduto in “Siraq”. Oggi, la forza dello Stato islamico in Libia si può stimare in circa 8.000 uomini. Il nucleo forte è costituito da foreign fighters rientrati nel Paese nordafricano e da quadri intermedi del gruppo giunti nel Paese negli ultimi mesi, in particolare da Tunisia, Yemen, Algeria, Sudan, Mali, Niger e Ciad. Al gruppo hanno poi via, via aderito elementi scissionisti di Ansar Al Sharia, combattenti africani e appartenenti, soprattutto giovani, della tribù dei Gheddafi Qadadfa. Sconfitta a Sirte, l’Isis si è spostata verso il confine con la Tunisia, a Surman, un’altra città costiera a circa 60 km dalla capitale, dove gli affiliati di al-Baghdadi hanno distribuito volantini con indicazioni per le donne, minacciando il ricorso alle armi per chi non si adegua. I confini meridionali della Libia controllati dal Daesh e dai Tuareg sono spesso teatro di arruolamenti forzati di massa tra i migranti in transito nel deserto e provenienti da sud.
Ma più che nel governo dell’ex architetto al-Serraj, che può contare sul sostegno di Qaatar, Sudan e Turchia, il futuro della Libia sembra essere nel suo passato. Se si vuole contrastare “l’ordine” del Califfato, occorre puntare sull’ordine tribale. E delle tribù più importanti, più radicate. Warfala, Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al Farjane, al Zuwayya, Tuareg. Le stesse che nel 1911 affrontarono gli italiani durante la guerra di Libia. Sono le tribù, oltre 140, alle quali appartiene l’85% dei libici, a essersi sollevate in Libia contro Gheddafi, non i giovani intellettuali né le masse operaie, che nel Paese sono perlopiù composte da lavoratori stranieri. Sono loro che hanno assestato il colpo definitivo al regime del Colonnello. E con le grandi tribù la comunità internazionale dovrà fare i conti per contrastare l’avanzata jihadista ed evitare che il Paese nordafricano si trasformi in una “nuova Somalia” a trecento chilometri dalle coste italiane.
Una realtà nella quale il commercio illegale di migranti attraverso il Mediterraneo è ormai un traffico da 323 milioni di dollari l’anno nella sola Libia: risorse che vengono incanalate verso gruppi terroristici, tra cui il Daesh, secondo un rapporto pubblicato dal Global Initiative Against Transnational Organized Crime, una rete di esponenti di forze dell’ordine e gruppi per lo sviluppo, con il centro di analisi Rhipto in Norvegia. La migrazione forzata è quella illegale (ma volontaria) è diventata una delle maggiori fonti di reddito in Libia, e un vasto spettro di gruppi stanno approfittando, afferma il rapporto. Come nell’era Gheddafi, gruppi di miliziani in Libia hanno continuato a raccogliere migliaia in centri di detenzione per migranti, e continuano a farlo. “Chiunque può accedere ad un barcone può concludere un profitto significativo mettendo i migranti in mare”. Di solito i contrabbandieri chiedono 800-1000 dollari a persona per il passaggio in Libia e poi altri 1.500-1.900 per il viaggio attraverso il Mediterraneo, spesso estorcendo il denaro con la forza. E in Libia nasce e si sviluppa il “patto d’azione” tra le organizzazioni criminali e i gruppi jihadisti. I gruppi criminali tradizionali ormai specializzati nel traffico di persone organizzano i trasferimenti dei migranti attraverso le zone desertiche del Sahara non controllate dalle forze di polizia, dai Paesi del Corno d’Africa fino ai territori che si affacciano sul Mediterraneo. Una volta raggiunta la Libia entrano in contatto con gruppi tribali, signori della guerra e terroristi che “gestiscono” quest’area dove non esiste nessun controllo istituzionale. E’ in questa terra di “nessuno” che si concretizza il business e la collaborazione tra i gruppi criminali tradizionali specializzati in tratta di vite umane e i gruppi terroristici legati all’Isis. I terroristi “concedono” l’utilizzo del territorio e quindi la sosta dei migranti in quella fascia di costa sotto il loro controllo in cambio di una parte dei soldi richiesti per la traversata. Ovviamente, considerando il numero dei migranti imbarcati ogni volta su questi barconi è facile comprendere che si stratta di un giro d’affari di milioni di dollari. E di migliaia di morti.
Questa è oggi la Libia: terra di predoni e signori della guerra. Con l’Italia lasciata sola in un Mediterraneo sempre più instabile e destinato sempre più ad essere la rotta principale dei migranti.

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