Alla fine le leggi già scritte rischiano di tornare nel cassetto e il settore della balneazione di restare senza regole certe per il futuro. A più di otto anni dall’apertura della procedura d’infrazione (poi archiviata) nei confronti dell’Italia per la normativa relativa alle concessioni demaniali marittime e a più di dieci dall’approvazione della direttiva Bolkestein, il Paese potrebbe ritrovarsi al punto di partenza. Oggi le Commissioni Finanze e Attività produttive discuteranno il disegno di legge ‘Delega al Governo per la revisione e il riordino della normativa relativa alle “concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali ad uso turistico-ricreativo”. Un riordino che l’Europa chiede da anni. Il testo non piace agli operatori del settore e non convince chi ritiene che cristallizzi gli sconti fatti negli anni passati ai titolari delle concessioni. A pensarla così i deputati di Alternativa Libera, Massimo Artini e Tancredi Turco, secondo cui “il testo approvato dal consiglio dei ministri – dicono a ilfattoquotidiano.it – serve a rimandare ancora l’indizione delle gare visto che non fissa un termine entro il quale si dovranno affidare le nuove concessioni e, anzi, prevede un adeguato periodo transitorio per l’applicazione della disciplina di riordino”. Eppure il ddl (Atto Camera 4302) presentato il 15 febbraio 2017 dal ministro per gli Affari regionali rischia di non concludere il suo iter. La scelta di Enrico Costa di lasciare l’Esecutivo potrebbe rappresentare il colpo di grazia finale al provvedimento che perde il suo più autorevole sponsor. È sempre più concreta la possibilità che venga tutto rinviato alla prossima legislatura e che l’Italia si ritrovi davanti a una nuova procedura di infrazione.
TRA INFRAZIONI, SENTENZE E RIFORME MAI AVVIATE 
Già nell’ottobre 2008, infatti, due anni dopo l’approvazione della Bolkenstein, l’Antitrust aveva segnalato che le norme italiane sul rinnovo delle concessioni demaniali marittime violavano la concorrenza. Nel 2009 la Commissione Europea aprì una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Per superare le contestazioni, con la legge comunitaria 2010 venne eliminato il meccanismo del rinnovo automatico di quelle scadenza e si delegò il Governo ad adottare un decreto legislativo per il riordino della legislazione. Nel 2012 la Commissione archiviò la procedura d’infrazione. Peccato che il termine per esercitare la delega sia scaduto il 17 aprile 2013, senza che il Governo abbia prodottoalcun decreto legislativo. Anzi, il termine di durata delle concessioni demaniali in essere al 30 dicembre 2009 (e in scadenza entro il 2015) venne prorogato fino al 2020. A quel punto, però, l’Unione europea è intervenuta e il 14 luglio 2016 – giusto un anno fa – la Corte di Giustizia ha stabilito che il diritto comunitario non consente che le concessioni siano prorogate in modo automatico in assenza di procedure di selezione dei potenziali candidati.
IL TESTO IN DISCUSSIONE
Con il disegno di legge delega il Governo dovrebbe riordinare la normativa, cercando di rientrare nel diktat della Bolkestein. Relatore per la VI Commissione Finanze è il parlamentare di Alleanza Popolare Sergio Pizzolante, per la X Attività produttive Tiziano Arlotti del Pd. Il provvedimento delega il governo “ad adottare, entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge” uno o più decreti legislativi per la revisione della normativa, nel rispetto di quella europea. Ossia “mediante procedure di selezione – si legge nel testo – che assicurino garanzie di imparzialità e di trasparenza, prevedano un’adeguata pubblicità dell’avvio della procedura e del suo svolgimento e tengano conto della professionalità acquisita nell’esercizio di concessioni di beni demaniali marittimi, lacuali e fluviali per finalità turistico-ricreative”. Nel disegno di legge si prevede anche che vengano stabiliti “adeguati limiti minimi e massimi di durata delle concessioni”. I deputati di Alternativa Libera sottolineano come il testo non contenga limiti temporali precisi per l’indizione delle nuove gare. In effetti, si prevede un termine di 6 mesi per l’adozione dei decreti attuativi e non si dispone nulla in ordine ai tempi con cui le Regioni dovranno selezionare i concessionari. Quello che si prevede, invece, è “un adeguato periodo transitorio per l’applicazione della disciplina di riordino”.Ma c’è un altro aspetto che i deputati ritengono “gravissimo” e che riguarda “il prezzo di favore che si vuole fare ai concessionari”. La legge in discussione prevede una clausola di invarianza finanziaria: dall’attuazione dei decreti legislativi “non devono derivare nuovi o maggiori oneri né diminuzione di entrate a carico della finanza pubblica”. “Attualmente il canone medio di una concessione è di circa 5mila euro l’anno – spiegano i deputati – una cifra ridicola se rapportata agli incassi di uno stabilimento, ma che al governo sembra bastare”. Per Artini e Turco è scritto nero su bianco: “Anziché prevedere maggiori incassi, come avviene generalmente con tutte le leggi in materia di entrate, il testo si limita a dire che lo Stato non dovrà guadagnarci meno. Una follia se si pensa che negli ultimi due anni i canoni sono stati ridotti e lo Stato ha bisogno di soldi per combattere la povertà”. Insomma si fingerebbe di accontentare l’Europa, cristallizzando gli sconti e rinviando per l’ennesima volta l’applicazione dell’obbligo di mettere a gara le concessioni per gli stabilimenti balneari previsto nel 2006 dalla direttiva Bolkestein.
LE POLEMICHE 
Eppure, se da una parte c’è chi ritiene il testo troppo debole, dall’altra il provvedimento non piace ai diretti interessati ed è stato al centro di dure polemiche nei mesi scorsi. Basti pensare alle parole del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda: “Lo Stato incassa per le concessioni balneari 104 milioni di euro da circa 25mila titoli. Facendo una semplice divisione, il risultato è meno di quanto paga un ambulante per un banchetto di 5×3 metri”. Parole alle quali rispose proprio Pizzolante ricordando l’importanza della legge delega in discussione e che i casi di speculazione sulle concessioni non sono la norma. Di fatto, sigle sindacali del settore e organizzazioni di base continuano a chiedere un periodo transitorio di 30 anni. Agli inizi di luglio, invece, a chiedere tre decenni di proroga e la revisione della direttiva Bolkestein sono stati i sindaci di Pietrasanta, Massimo Mallegni, Forte dei Marmi, Bruno Murzi e Giorgio Del Ghingaro, sindaco di Viareggio rivolgendosi al presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani in occasione dell’incontro con i rappresentanti degli stabilimenti balneari in Versilia. Polemica su tutti i fronti, dunque. Anche se, a questo punto, sembra sempre più difficile che vengano approvati prima della fine della legislatura la legge delega e i decreti attuativi. Tutto potrebbe essere rinviato, lasciando il settore nell’incertezza. E l’Europa potrebbe tornare a bussare alla porta.