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mercoledì 19 luglio 2017

I LAUREATI IMBECILLI DI GHINO

Il controcanto di Ghino. Un sistema malato fucina di laureati imbecilli

ARTICOLOTRE
-Ghino di Punta -Di questi tempi si discute di immigrazione, accoglienza(più o meno diffusa), calo demografico della popolazione italiana e "necessità" di nuovi migranti perché prolifici.
Proverò, se mi è concesso, di svolgere un ragionamento di ampio respiro.
Taluni, sospinti più da logiche economico-speculative che da una vera onestà intellettuale, sostengono che i migranti siano per appunto "necessari" per supplire all'invecchiamento della popolazione e alla necessità di manodopera.
Anche a voler prendere sul serio questi Don Chisciotte moderni, si guardano gli effetti e non la causa. L'altra sera, su la 7, un illustre professore universitario lamentava il fatto che in Italia ci siano pochi iscritti all'università.
 Cosa? Abbiamo più laureati che operai. La disoccupazione giovanile è il frutto di una criminale opera di gestione dell'istruzione italiana, non della crisi economica. Pur di consentire alle università -peraltro pubbliche- e ai professori che vi insegnano di fare profitto, si è avuta in Italia la bella pensata di fare accedere alle varie facoltà un numero illimitato di studenti, da un lato smontando i vari insegnamenti e rendendo i programmi ridicoli, dall'altro di ammantare tale scelta di una nobiltà che mirava a "far realizzare l'individuo", a consentire l'"ascensore sociale" e baggianate di questo genere.
La presa in giro è stata doppia: per un verso si è fatto credere a schiere di imbecilli laureati che con la laurea in tasca avrebbero fatto carriera, dall'altra si è omesso di dire loro che la selezione ci sarebbe stata dopo l'università, e come ci sarebbe stata!
Dal momento che in questo paese si dà un colpo al cerchio e uno alla botte, sono stati gli ordini professionali, ex post, a tagliare laddove insegnanti golosi e facoltà compiacenti non avevano avuto il coraggio di operare.
Conseguenza, anzi conseguenze: 34% di disoccupazione giovanile da un lato, totale mancanza da parte dei giovani italiani di che cosa essi siano in realtà, dall'altra: bamboccioni pseudo istruiti parcheggiati ancora per un po' di tempo, dopo il liceo, nelle università, lasciati a sognare futuri grandiosi mentre il loro futuro veniva conquistato dai migranti.
Certo che i migranti sono oggi necessari, sfido sostenere il contrario, dato che i nostri giovani, cullati nelle aspettative di sogni di gloria, col cavolo che vanno ad arare i campi, a raccogliere i pomodori, a estrarre carbone o a battere il ferro.
Mio nonno fu mandato a lavorare a 6 anni, mio padre a 12. Forse qualche illuminato pedagogo sosterrà che ciò non sia giusto, che i bambini devono giocare e non lavorare. 
Può darsi. Resta però il fatto che i nostri avi hanno compreso appieno il significato ed il senso di sacrificio, concetto pressoché sconosciuto alle odierne generazioni di italiani, ma perfettamente compreso dalle nuove generazioni dei paesi emergenti.
Ora, mi domando: come possono questi giovani virgulti della società italiana pensare (e come si può loro chiedere) di avere dei figli, di mantenerli ed educarli?
Come faranno, privi di struttura e di ossatura, non lo so proprio. Ecco allora la geniale soluzione: facciamo entrare i migranti (quelli sì sanno cosa sono le sofferenze ed i sacrifici) e facciamo sì che loro diventino ciò che noi eravamo: lavoratori, padri di famiglia, contribuenti etc etc. Aldilà delle considerazioni circa la prospettiva di estinzione dell'etnia italiana, che qui poco mi importano, mi interessa invece sottolineare il cortocircuito del sistema. Quando i migranti di oggi saranno diventati padri, avranno costruito il proprio futuro, ed avranno dei figli, siamo proprio sicuri che non incorrano nei nostri stessi errori di oggi, indotti come saranno da un sistema malato?
Ora, il punto è proprio questo: non si tratta qui di politica, di destra, sinistra, ideologia, carità o altro. Si tratta di un sistema malato, per appunto, perché fondato su di un errore concettuale di fondo.
Quello di preservare le generazioni future dal sacrificio. Il sacrificio, la sofferenza, le rinunce, le privazioni, fanno parte della vita dell'essere umano. Ciascuno deve confrontarsi con esse, levigare la propria pietra grezza affinché questa possa smussarsi e passare intatta attraverso questi scogli in mezzo al mare, trovare escamotages per sopravvivere alle violente scosse che la vita dá e sempre darà.
Bisogna avere il coraggio di ridare ai nostri figli questa possibilità: bisogna rimandarli nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche. Spiegando loro che vi è maggiore dignità in un operaio che in un mantenuto.
Recuperare quell'ottica medievale per cui il re non valeva più del mercante, ed il cavaliere non più del contadino. Tutti erano compresi in quell'ordine divino per cui ciascuno aveva il proprio posto ed era interconnesso con tutti gli altri.
Il mercante procurava i vestiti, ma per farlo aveva bisogno del cavaliere che proteggesse le vie mercantili. Il cavaliere, dal canto suo, aveva bisogno del fabbro che gli ferrasse il cavallo. Sia il mercante che il cavaliere che il fabbro dovevano però alimentarsi, e quindi necessitavano del contadino, le cui terre andavano difese dagli attacchi dei nemici, per poter essere coltivate.
Il re, infine, era il più dipendente dagli altri: occorreva che mercante, contadino, cavaliere e fabbro prosperassero per pagare le tasse. A quel tempo, questo assetto e questa cognizione sociale erano sostenuti e garantiti dal divino.
 Sarebbe il caso che oggi una tale visione fosse sostenuta da un'ottica laica e da una vera, e seria, coscienza sociale, scevre entrambe da falsi miti rinascimentali/vittoriani/individualistici.

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