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lunedì 17 luglio 2017

ELEZIONI DI TERRORE IN RUANDA

Ruanda, campagna elettorale in un clima di paura

Libertà di espressione | Il 4 agosto i cittadini ruandesi si recheranno alle urne per eleggere il loro prossimo presidente.
di Riccardo Noury - Amnesty International (sito) 
lunedì 17 luglio 2017 AGORAVOX
Quello uscente, Paul Kagame (nella foto), ha già concluso due mandati ma, a seguito del referendum costituzionale del dicembre 2015, si è concesso una terza candidatura. Secondo molti osservatori, sarà ancora lui a vincere.
Avrebbe potuto competere ad armi pari per l’elezione Diane Rwigara, nota attivista sui temi della povertà e della giustizia, se non fosse che pochi giorni dopo l’annuncio della candidatura, il 3 maggio, i social media ruandesi si sono riempiti di immagini del suo corpo nudo.
La campagna elettorale si svolge in un clima di paura, alimentato da due decenni di attacchi contro gli oppositori politici, i giornalisti indipendenti e i difensori dei diritti umani soprattutto mediante l’applicazione della controversa legge, dalle disposizioni del tutto vaghe e generiche, che punisce la “promozione dell’ideologia genocida”.Da quando, 23 anni fa, il Fronte patriottico ruandese ha preso il potere dopo il genocidio, gli ostacoli alla partecipazione al dibattito pubblico e all’espressione di critiche verso le politiche del governo si sono rivelati duri, se non addirittura mortali.
Anche nel 2017 vi sono stati casi di sparizioni e uccisioni per i quali nessuno è stato chiamato a rispondere. Il più recente si è verificato neanche quattro mesi fa.
L’8 maggio i familiari di Jean Damascene Habarugira, esponente delle Forze unite democratiche – partito di opposizione non ufficialmente riconosciuto – sono stati chiamati a recuperare il suo corpo nella camera mortuaria di un ospedale. Pochi giorni prima, l’ultima volta che era stato visto, l’uomo era stato convocato a un incontro con un funzionario responsabile della sicurezza del suo villaggio.
Per evitare guai peggiori, anche i più tenaci critici del governo si vedono costretti a praticare l’autocensura o ad andare in esilio.

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