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mercoledì 12 luglio 2017

ECCO QUANTO DETTO DA FB AI GIORNALI USA

Facebook ai giornali: collaboreremo per far pagare gli articoli sui social network – La Stampa

Ma i colossi del web temporeggiano sulle richieste avanzate da 2000 quotidiani Usa
Facebook consentirà ai giornali di far pagare le notizie ai lettori. Lo aveva anticipato il Wall Street Journal qualche settimana fa, sia pure solo come possibilità. A Torino, alla Conferenza internazionale sul futuro del giornalismo, vi aveva fatto cenno Robert Thomson (ad di Newscorp), che aveva parlato di colloqui con Mark Zuckerberg per introdurre sul social network il meccanismo dell’abbonamento. Ora la conferma arriva direttamente da Facebook: «Abbiamo appena iniziato a discutere con diversi organi di informazione per trovare il modo di incoraggiare i modelli di ricavo basati sugli abbonamenti», dichiara Campbell Brown, responsabile degli accordi con gli editori.
Un ecosistema
La mossa non è una risposta alle 2000 testate americane che hanno chiesto al Congresso di rivedere le leggi sull’antitrust e trattare tutti insieme con Facebook e Google le condizioni per l’uso dei loro contenuti. «Siamo impegnati ad aiutare il giornalismo di qualità a prosperare su Facebook. Stiamo facendo progressi nel nostro lavoro con gli editori, e abbiamo ancora altro lavoro da fare» commenta Brown.

Molto, certamente. Perché il social network da due miliardi di iscritti si trova nella curiosa condizione di non essere un produttore di notizie, se non in minima parte, ma un formidabile mezzo di diffusione e amplificazione, che dalla sua popolarità ricava enormi guadagni pubblicitari. «Anche se Facebook non è un editore, siamo una parte importante dell’ecosistema delle news – ammettono a Menlo Park – quindi abbiamo la responsabilità di lavorare con questo ecosistema e renderlo migliore per tutti».

Come funzionerà
Nel dettaglio, Facebook non rivela i piani per gli abbonamenti, ma è molto probabile che il meccanismo si baserà sugli Instant Articles. Si tratta di un formato specifico che consente di ridurre il tempo di caricamento delle pagine su smartphone in modo da poterle leggere appena si tocca un link: è stato accolto favorevolmente dai membri del social network, un po’ meno da giornali e siti web, che dopo l’entusiasmo iniziale hanno cominciato a defilarsi. Per i guadagni scarsi, ma anche per la difficoltà di accedere ai preziosi dati degli utenti.

Facebook potrebbe consentire ai giornali di pubblicare gratuitamente un certo numero di notizie ogni mese nel formato Instant Articles, ma poi – superata una soglia che ciascuno può decidere liberamente – sarà necessario un abbonamento. I giornali potrebbero scorporare i contenuti vendendo ad esempio pacchetti relativi allo sport o alla moda o alle notizie locali, un po’ come fanno le tv via satellite. Si discuterà a lungo di modalità di pagamento e percentuali, ma anche stavolta quello che veramente conta sono i dati, non i soldi. E i dati della carta di credito dei lettori sono preziosissimi, specie per Facebook.

La risposta di Google
«Vogliamo aiutare gli editori ad avere successo nel loro passaggio al digitale. Negli ultimi anni abbiamo creato numerosi prodotti e tecnologie, sviluppate apposta per aiutare a distribuire, finanziare e sostenere i giornali. Questa è una priorità e rimaniamo profondamente impegnati ad aiutare gli editori nell’affrontare le loro sfide, come nel cogliere le opportunità». La risposta di Google non affronta la questione dei ricavi pubblicitari, che è la più rilevante tra le richieste della News Media Alliance; attualmente la percentuale che Mountain View incassa sulle inserzioni è circa il 30 per cento. Tra i vari progetti a sostegno del giornalismo di qualità, Google segnala poi che si è appena chiuso «il terzo round di finanziamenti del Fondo per l’innovazione della Google Digital News Initiative (la partnership con molti editori europei), con finanziamenti per 107 progetti in 27 Paesi che riceveranno in totale oltre 21 milioni di euro». Di questi, 2,8 milioni sono stati destinati all’Italia, per progetti di innovazione tecnologica dell’editoria (e c’è anche il gruppo Gedi).

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