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domenica 25 giugno 2017

TUTTA COSA NOSTRA NON C'ENTRA CON LA STRAGE DEL TRENO 904

L’intervista. Franco Di Carlo: “Non solo Riina ma l’intera Cosa Nostra è estranea alla strage del rapido 904”

ARTICOLOTRE
-R.C.- Una robusta riapertura del dibattimento per Salvatore Riina, accusato di essere il mandante e l’ideatore della strage sul rapido 904 Napoli- Milano del 23 dicembre 1984, in cui persero la vita 17 persone e oltre 200 rimasero ferite. La corte di assise di appello di Firenze ha deciso di riascoltare sei pentiti di mafia,  primo fra tutti Giovanni Brusca.

Segno che i giudici vogliono capire fino in fondo se quella strage certamente, a parere della Corte,  di matrice mafiosa, per la quale sta scontando l'ergastolo il boss Pippo Calò, possa essere stata organizzata senza l'assenso di Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra, o addirittura a sua insaputa.

ll processo riprende il 4 settembre.

E c’è chi questa teoria la sposa senza se e senza ma: Franco Di Carlo, ex boss di Altofonte e memoria storica di Cosa Nostra.

Raggiunto telefonicamente, Di Carlo accetta di rispondere alle nostre domande in merito alla strage del rapido 904, avendone già parlato nel libro Un uomo d’onore, scritto con il giornalista Enrico Bellavia.

“Ma non ne ho parlato solo nel libro che lei menziona. Ricordo che oltre vent’anni fa, quando affrontai i risvolti di un’altra strage, quella di Ustica, rilasciai delle dichiarazioni al giudice Rosario Priore proprio in merito a questa strage, l’eccidio del rapido 904. E voglio precisare che prima di scriverne in qualsiasi libro o rilasciare interviste ne parlai con i magistrati che svolgevano le indagini”.


  Qual è la sua verità su quella strage.

“A mio parere, e da quello che mi risulta, per la strage del rapido 904, non dovrebbero solo approfondire l’istruttoria nei confronti di Totuccio Riina, bensì sarebbe doveroso riaprire l’intero processo che si concluse con la condanna di Pippo Calò e di quel poveraccio di Guido Cercola. Quest’ultimo, una povera vittima suicida in carcere, che ha sempre vanamente gridato la propria innocenza”.


Lei ancora una volta difensore d’ufficio di Totò Riina, nonostante non sia mai stato tenero nei confronti del capo dei capi.

“Non possiamo attribuire tutte le malefatte di questo mondo a Totò Riina, così come in questo caso specifico a Pippo Calò. Sottolineo che comunque penso che questi due mostri abbiano subito meno condanne di quelle che meritano. Però, per amore di verità, su questa strage mi sento di affermare con certezza che non ne sapessero nulla, così come tutta Cosa Nostra ne era all’oscuro”.


  Spieghi meglio queste affermazioni che vanno contro le convinzioni della procura di Firenze.

“Ho vissuto per anni insieme alla mia fonte palestinese (l’agente siriano Nizar Hindawi ndr), un personaggio piuttosto conosciuto nell’ambito terroristico e all’interno del Fronte per la Liberazione della Palestina. Credevo a questa persona e alle cose che raccontava. Era dotato di brillante intelligenza e aveva fatto parte dei servizi segreti siriani. Inoltre era oggetto di continue visite da parte di importanti personaggi delle varie ambasciate dei paesi arabi. Per anni aveva vissuto tra la Libia e Italia. Commentando con lui sulla strage del rapido 904 e della condanna di Pippo Calò e di Guido Cercola, a seguito delle confidenze che mi aveva fatto, domandai a questa mia fonte se fosse disponibile a testimoniare in tribunale in Italia e scagionare Pippo Calò”.


  Lei pertanto sostiene la completa estraneità di Cosa Nostra per la strage del rapido 904.

“A quei tempi io ero Cosa Nostra, non stavo collaborando ed era mio preciso dovere essere a disposizione dell’organizzazione. Avevo certezze, attraverso la mia fonte, che la responsabilità della strage fosse esclusivamente dei palestinesi, con la complicità di amici italiani, amici da non ricercarsi tra i vertici di Cosa Nostra”


  A quali amici si riferisce?

“Mi riferisco agli uomini del Sismi di stanza a Beirut. Affermo questo perché  è la verità e mi sembrava doveroso che questa mia fonte collaborasse con l’autorità giudiziaria italiana. Lui mi fece quelle confidenze anche perché era a conoscenza dei rapporti che intrattenevo con i vertici dei servizi, il generale Santovito e il colonnello Giovannone”.

L’arabo è una miniera di notizie su uno dei periodi più foschi per il Paese. Un periodo di tritolo e stragi destinati a cambiare il corso della storia, con Giovanni Falcone che stava scoprendo le protezioni eccellenti di cui godeva Cosa Nostra all’interno dei palazzi del potere.

E di conseguenza Cosa Nostra diventata un  formidabile capro espiatorio cui attribuire la responsabilità di attentati terroristici riconducibili invece a scenari internazionali, come sostenne anche Carlos, il terrorista venezuelano al soldo dei  palestinesi e dei paesi dell’Est Europa


Al solito, l’ombra di colossali depistaggi accompagnano e oscurano questa e altre verità.  


Come al solito quando ci sono di mezzo i servizi, tutto e segreto e niente è segreto.

“Io sento solo la necessità di dare giustizia alle vittime, ma altrettanta giustizia è bene che la ottenga chi è stato condannato ingiustamente”

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