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giovedì 8 giugno 2017

THE BAD-ASS LIBRARIAN OF TIMBUKTU

La biblioteca segreta di Timbuctù – lavocedinewyork.com

La moschea di Djenne / Foto di Marco Pontoni
lavocedinewyork.com – La biblioteca segreta di Timbuctù. La storia del bibliotecario che ha salvato migliaia di libri dalla jihad  – di Marco Pontoni
“La biblioteca segreta di Timbuctù” del giornalista americano Joshua Hammer è un libro che parla di libri: quei 400,000 libri salvati dalla furia della jihad, grazie al lavoro di raccolta di Abdel Kader Haidara, un bibliotecaio maliano, che ha capito subito che chi ha i libri li tiene nascosti
Questa settimana parlerò non di un romanzo, ma di un ottimo libro di attualità, scritto dal giornalista americano, di origini newyorchesi, per anni corrispondente di Newswseek, Joshua Hammer.
Un po’ perché mi appassiona l’argomento – la diffusione dello jihadismo nel Mali, grande paese dell’Africa occidentale, che ho visitato lo scorso ottobre – un po’ perché ultimamente la narrativa mi ha riservato qualche delusione di troppo, e quando questo succede bisogna guardare altrove, alla saggistica o al giornalismo d’inchiesta.
La biblioteca segreta di Timbuctù La biblioteca segreta di Timbuctùpubblicato negli Usa lo scorso anno e appena tradotto in Italia da Rizzoli, racconta la storia delle biblioteche (in realtà il plurale è d’obbligo visto che nella mitica città saheliana ne esistevano oltre una quarantina, il titolo originale molto opportunamente parla di librarians) messe in salvo dopo la calata degli integralisti islamici nel 2012.
Ma in realtà quello che si scopre scorrendo queste pagine va al di là della pur straordinaria operazione di “contrabbando” che ha consentito di sottrarre migliaia di testi preziosi, alcuni antichissimi, alla furia iconoclasta dei fondamentalisti (dalla quale non si sono salvati invece alcuni monumenti storici della città, in particolare tombe di marabutti – figure di santi musulmani – considerati blasfemi dagli jihadisti).
Si scopre ad esempio che Timbuctù è stata, nei secoli, un centro culturale di primissimo piano, una città ricca e universitaria dove nel tempo si è accumulato un tesoro inestimabile, fatto di testi che spaziavano dalla religione all’algebra, dalla medicina alla giurisprudenza, dalla botanica alla  geografia, affrontando persino temi controversi come la sessualità, la pena di morte e quant’altro, con un’attitudine al dibattito e a libero confronto che probabilmente molti, nell’Europa dilaniata dalla guerre di religione, avrebbero invidiato.
Hammer racconta tutto questo con la puntualità di uno storico, ma senza venir meno all’imperativo categorico dello story-telling (forse un po’ troppo categorico oggigiorno, ma non è questa la sede per parlarne).
La vicenda umana narrata, e che fa da filo conduttore, qui è quella di Abdel Kader Haidara, che eredita dal padre – all’inizio un po’ controvoglia – l’attività di bibliotecario e agente per conto dell’Istituto Ahmed Baba, fondato per raccogliere e dare sistematica visibilità alle opere sparse fra le tante collezioni private della regione. Haidara, in questa prima fase della sua vita, è un po’ un collezionista/acquirente, via via sempre più competente e appassionato, e un po’ un avventuriero ed esploratore.
Scopre fin da subito, fra l’altro, che chi possiede dei libri preferisce tenerli ben nascosti, perché teme che gli vengano sottratti, con le buone o con le cattive, come accadde in epoca coloniale, per arricchire le biblioteche di Francia, e come era avvenuto anche in precedenza nella storia della città, che aveva conosciuto, oltre a momenti di straordinaria fioritura culturale, anche momenti più “neri”, come l’invasione marocchina della fine del 1500 e le periodiche “jihad della cultura”.
Viaggiando con ogni mezzo per il Sahel, a volte rimanendo lontano da casa per settimane, parlando con le persone, avendo accesso a donazioni sempre più consistenti, grazie alla generosità di altri paesi islamici (dalla Libia agli Emirati) ma anche occidentali, Haidara raccoglie un tesoro inestimabile, prima per l’Istituto e poi per la sua nuova creatura, una fondazione privata.
La biblioteca segreta di Timbuctù
Bambini a Djenne / Foto di M.Pontoni
Sono gli anni in cui Timbuctù viene riscoperta come grande centro culturale del Sahara, gli anni del famoso Festival delle Sabbie, dove il meglio della musica maliana e touareg si incontra con le grandi rockstar occidentali, da Bono a Damon Albarn, fino al nostro Jovanotti.
I turisti visitano il paese africano, visitano anche altri luoghi di memorabile bellezza, come Djenne, con la sua moschea di terra, la più grande del mondo, assieme ad altri resi popolari dalla ricerca antropologica, come le terre del popolo Dogon, con la spettacolare falesia di Bandjagara.
Ma sono anche gli anni in cui l’estremismo islamico che si è fatto le ossa in Algeria, supportato da Al Qaeda, si salda con le rivendicazioni indipendentiste dei Touareg, che da tempo covano sotto la cenere nel Nord del Mali (e che periodicamente esplodono in insurrezioni poi represse dal governo di Bamako).
Hammer segue anche questo filone, naturalmente. Ci racconta – forte della sua lunga esperienza in Africa come inviato – la nascita di Al Qaeda nel Maghreb e di Ansar Dine, le vicende sanguinose del terrorista algerino Mokhtar Belmokhtar e dell’ex-musicista, poi convertitosi all’integralismo, Iyad Ag Ghali, i rapimenti degli occidentali, turisti, studiosi o tecnici, i riscatti a volte pagati dai governi europei, insomma la crescita della jihad in un Paese a cui il radicalismo sunnita è sempre stato estraneo.
Fino alla presa di Timbuctù, complice un governo centrale allo sfascio e un esercito che, come constatano gli attaché americani quando provano ad armarlo, fa acqua da tutte le parti.
Quando infine arriveranno i francesi, a togliere le castagne dal fuoco, scopriranno che, sì, molti disastri nel frattempo erano avvenuti, nel pur breve periodo in cui gli integralisti erano riusciti ad imporre la shari‛a.
Ma i libri, la gran parte dei libri (parliamo quasi 400.000 testi), erano stati messi al sicuro, a oltre 1.000 chilometri di distanza.
La biblioteca segreta di Timbuctù
Sulle strade del Mali / Foto di Marco Pontoni
E qui mi fermo, perché il volume si legge un po’ anche come un giallo e non è bello svelare tutto. Ciò che rimane, a fine lettura, io credo sia una diversa visione dell’Africa, diversa, almeno, dalla vulgata corrente in Occidente, che lo considera da sempre continente senza storia e senza scrittura.
Ma soprattutto, rimane uno straordinario amore per la cultura, unico vero antitodo all’ignoranza, al fanatismo, ad ogni sorta di fondamentalismo. Timbuctù ad oggi è ancora inavvicinabile.
Nel Nord del Mali il conflitto non è terminato, e a volte, con sporadici attentati terroristici, sconfina anche a Sud, fino a Bamako. Ma il Mali continua ad essere ciò che è stato, un Paese affascinante, un Paese che, si spera, quanto prima tutti possano riprendere a percorrere in sicurezza.
Nel frattempo, permettetemi di chiudere con una piccola osservazione che non c’entra nulla con le biblioteche di Timbuctù: il terrorismo, fra le altre cose, distrugge l’economia (anche se ne crea una parallela, fatta di traffici di droga e armi, di rapimenti e quant’altro).
Come mi ha raccontato lo scorso autunno la guida che mi ha portato a visitare alcuni progetti di cooperazione allo sviluppo e la sua terra di origine, quella Dogon, prima del 2012 il turismo era una fonte di reddito importante per il Paese, uno dei più poveri al mondo in termini di pil.
Lui stesso veniva almeno due volte all’anno in Italia per partecipare alle fiere di settore.
Dopo lo scoppio della guerra, anche se fino a Mopti il viaggiatore non vede segni tangibili di violenza o insicurezza (ma naturalmente il terrorismo agisce in maniera nascosta), il flusso di turisti è crollato. Immaginatevi che cosa questo significhi per tante famiglie che vivevano grazie ad esso.
Joshua Hammer, La biblioteca segreta di Timbuctù, Rizzoli, 2017 (titolo originale The Bad-Ass Librarians of Timbuktu)

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