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lunedì 19 giugno 2017

QATAR

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Il blocco del Qatar, la sfida petrolio-yuan e la guerra all’Iran

DI DAN GLAZEBROOK
rt.com
Il Qatar non sta seguendo al progetto di isolare l’Iran, guidato dai sauditi e approvato dagli americani. Non solo perché Doha ha reso l’indipendenza da Riyadh un segno distintivo della propria politica estera, ma soprattutto perché Qatar ed Iran condividono il più grande giacimento di gas naturale del mondo.
Il discorso di Trump ai leader del Golfo riuniti in Arabia Saudita il 21 maggio merita una lettura. È molto inquietante.
Dopo essersi elogiato per l’affare di armi da $110 miliardi con i sauditi, parla della minaccia del terrorismo e del grande lavoro che Stati Uniti e paesi del Golfo – ossia i principali sponsor delle razziste squadre di morte della regione e delle loro affiliate – stanno facendo per combatterlo. Poi sostiene che alla radice del terrorismo della regione ci sia… indovinate chi? L’unico argine contro ISIS e Al-Qaeda, cioè l’Iran.
“Togliere ai terroristi i loro territori, i loro finanziamenti e la falsa aura della loro codarda ideologia: queste sono le basi per sconfiggerli”, dice. “Ma bisogna dire che c’è un governo che dà loro tre cose: un porto sicuro, un sostegno finanziario e la statura sociale necessaria per poter reclutare”.
Così Joe Biden – nel suo tentativo di giustificare il coinvolgimento statunitense – ha descritto tre anni prima gli ospiti Sauditi di Trump. Ma Trump non parla dei sostenitori sauditi dell’ISIS; sta parlando dell’Iran – paese grazie al quale, anche con l’ausilio degli alleati siriani e russi, la bandiera IS non è issata su Damasco.
Ma c’è di peggio. Leggete il seguente passaggio. Proprio dopo aver chiamato “tutte le nazioni di coscienza a lavorare insieme per isolare l’Iran”, dice:
“Se non affrontiamo il terrorismo, sappiamo cosa porterà il futuro: più sofferenze e disperazione. Ma se siamo determinati a fare ciò che serve per distruggere il terrore che minaccia il mondo – allora non ci sono limiti al grande futuro che i nostri cittadini avranno”, ha detto.
“La culla della civiltà sta aspettando una nuova rinascita. Immaginate cosa può portare il domani. Gloriose meraviglie della scienza, dell’arte, della medicina e del commercio, che ispirino l’umanità. Grandi città costruite sulle rovine di città distrutte. Nuovi posti di lavoro e industrie che risolleveranno milioni di persone”.
Questo è un linguaggio da genocidio. Eroismo e genocidio sono sempre andati fianco a fianco nell’ideologia coloniale, interiorizzata da Trump, per la quale «costruire grandi città sulle rovine di città frantumate», siano esse di nativi americani, palestinesi o, a quanto pare, iraniani, è sempre stato il più alto riconoscimento.
Alcuni hanno accusato Trump di aver fatto  errori da novizio durante il suo primo viaggio nel gorgo mediorientale. Ma credo che sappia benissimo quel che sta facendo. Sa molto bene che l’ideologia che lui definisce come “veleno” sarà interpretata dai suoi ospiti come lo Sciismo – il credo iraniano – e non come il Wahhabismo, l’ideologia settaria di IS, Al-Qaeda e stato saudita.
E giusto per chiarire cosa chiede venga fatto contro questo malintenzionato nemico, spiega: “Un futuro migliore è possibile solo se le vostre nazioni cacciano terroristi ed estremisti. Bisogna cacciarli da questa Terra”.
Sembra proprio che stia dando luce verde ad una guerra di eradicazione contro lo Sciismo della regione – cioè una guerra molto simile a quella effettivamente intrapresa, in Siria, in Yemen e altrove, dal governo americano, i suoi alleati e i suoi proxy.
Allo stesso tempo, dopo aver trovato più difficile del previsto stracciare l’accordo sull’Iran, Trump spera di renderlo nullo semplicemente minacciando le singole nazioni a non trattare con quel paese, assicurandosi che le sanzioni vengano sostituite da un blocco informale.
È qui che entra il Qatar. Esso chiaramente non aderisce al progetto di isolare l’Iran, guidato dai sauditi e approvato dagli americani. Questo in parte perché, sin da quando l’attuale emiro ha rovesciato suo padre, pro-saudita, nel ’95, il paese ha reso l’indipendenza dall’Arabia Saudita un segno distintivo della propria politica estera. Ma è soprattutto perché Qatar ed Iran condividono il più grande giacimento di gas naturale a livello mondiale, conosciuto in Qatar come North Field e in Iran come South Pars.
I due paesi infatti è da un po’ che hanno buoni rapporti: nel maggio 2010, ad esempio, in netto contrasto con l’atteggiamento duro dei suoi vicini del Golfo, l’emiro qatariota Al-Thani si unì ad Assad niente meno che per sostenere le proposte diplomatiche della Turchia sul programma nucleare iraniano.
Poi, nel 2014, i Sauditi, gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrain ritirarono i propri ambasciatori da Doha dopo una proposta del Qatar di aiutare l’Iran a sviluppare la propria parte del giacimento di gas North Field/South Pars. Ma quel che sta succedendo ora è ben più grave. E questo è in gran parte dovuto al probabile impatto delle decisioni prese dai due paese su dove il loro gas andrà, e come ci andrà. E in quale valuta sarà venduto.
Ad aprile, un’auto-imposta moratoria di 12 anni sullo sviluppo della quota del Qatar del North Field si è conclusa, aprendo così potenzialmente un fiume di Gas Naturale Liquefatto (LNG) sul mercato negli anni a venire. Ma dove andrà? Il Qatar originariamente aveva sperato di costruire un gasdotto LNG per il Mediterraneo attraverso Arabia Saudita, Siria e Turchia; anzi, molti hanno ipotizzato che il blocco di Assad su questa proposta, a favore di un itinerario Iran-Iraq-Turchia, sia stato un forte motivo al sostegno qatariota all’insurrezione anti-Assad. Il fallimento di questa ribellione, tuttavia, ha sancito la morte di questa proposta, lasciando al Qatar solo lo sbocco ad est, verso l’Asia – già la sua maggior cliente. Ma la maggior parte dell’attuale infrastruttura di LNG ad est è controllata dall’Iran.
Per il Qatar, allora, tagliare i legami con l’Iran sarebbe come tagliarsi il naso. Questo è il motivo per cui i Sauditi vogliono far capire che l’alternativa è quella di avere l’intera faccia tagliata.
Per gli Stati Uniti, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Nel 2012 l’Iran ha cominciato ad accettare lo yuan per i suoi pagamenti di petrolio e gas, seguita dalla Russia nel 2015. Se questo continuerà, potrebbe letteralmente indicare l’inizio della fine del potere globale statunitense. Il dollaro è la principale moneta di riserva del mondo in primo luogo perché il petrolio è attualmente negoziato con esso. I paesi che cercano riserve di valuta estera come assicurazione contro le crisi delle proprie valute tendono a guardare al dollaro proprio perché è effettivamente “convertibile” in petrolio, la principale commodity mondiale.
Questa sete globale per i dollari è ciò che consente agli Stati Uniti di stamparne quantità infinite, praticamente gratis, poi scambiabili con beni e servizi reali di altri paesi. Questi sono i cosiddetti “privilegi del signoraggio”, ovvero la capacità di assorbire quantità sempre crescenti di beni e servizi da altri paesi senza dover fornire in cambio qualcosa di equivalente valore. A sua volta, è questo privilegio che aiuta a finanziare i clamorosi costi della macchina militare statunitense, che al momento vanno oltre i 600 miliardi di dollari annui.
Tuttavia, tutto questo sistema si sfascierà se anche altri paesi smetteranno di usare il dollaro come principale valuta di riserva. E smetteranno di farlo una volta che le fonti di petrolio non verranno più negoziate in dollari. Questo è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti volevano così tanto far fuori Saddam dopo che aveva iniziato a trattare il petrolio iracheno in euro.
Ma pian piano questo cambiamento sta avvenendo. Nel 2012 la Banca Popolare Cinese ha annunciato che non avrebbe più incrementato le proprie dotazioni di dollari statunitensi, e due anni dopo la Nigeria ha aumentato le proprie partecipazioni di yuan nelle sue riserve valutarie estere dal 2% al 7%. Molti altri paesi si stanno muovendo nella stessa direzione.
Allo stesso tempo, la Cina ha fatto shopping d’oro, stabilendo il suo prezzo per l’oro in yuan due volte al giorno nel 2012 come parte di ciò che il presidente dello Shanghai Gold Exchange ha definito l'”internazionalizzazione del renminbi [yuan]”, col fine di rendere il yuan completamente convertibile in oro. Quando questo accadrà, la scelta per i paesi produttori di petrolio, tra il negoziarlo in dollari sempre più inutili o in renminbi convertibili in oro, sarà un problema. Per il Qatar, l’attrazione potrebbe essere irresistibile già da ora.
Da qui l’urgenza di punire in modo preventivo il Qatar per la sua probabile mossa verso un accordo con l’Iran per rifornire l’Asia di LNG a prezzi yuan. L’obiettivo è quello di dimostrare che, per quanto a lungo termine possa essere economicamente suicida infastidire l’Iran e continuare a scambiare in dollari, nel breve sarà politicamente suicida fare qualsiasi altra cosa.
Quanto Trump e i suoi amici arabi siano pronti ad accettarlo, resta da vedere. Ma il presidente ha ripetutamente detto che il precipuo motivo di avere un esercito è quello di usarlo.


Dan Glazebrook
Fonte: www.rt.com
Link: https://www.rt.com/op-edge/392253-qatar-saudi-iran-gas-yuan/
14.06.2017
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

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