Da tutta la vita Leoluca Orlando porta due ciondoli sotto la camicia: la mano di Fatima e una piastrina che lo identifica come affetto dalla sindrome di Kartagener. “Siamo in quattro in tutto il mondo – raccontava anni fa – Siamo stampati al contrario: il cuore a destra e il fegato a sinistra”. Ecco, per spiegare cosa sono le elezioni amministrative di Palermo del 2017 si potrebbe partire da qui. Dall’eterno sindaco del capoluogo siciliano che essendo stampato al contrario è diventato simbolo di una città dove tutto gira sempre e comunque al rovescio. E che in tempi di campagna elettorale raggiunge il culmine del suo caos. Un incrocio di nomi, facce, parole, dichiarazioni, accuse e veleni dal quale alla fine emergerà un ordine. O meglio: quello che dovrebbe essere un ordine. Il problema è che dai tempi di Leonardo Sciascia la linea della palma non ha mai smesso di risalire la penisola: con quell’ordine maturato a Palermo, qualsiasi esso sia, dovranno alla fine farci i conti pure a Roma. Come sempre.
Orlando 2017
LABORATORIO POLITICO PERMANENTE – Sì, perché Palermo non è solo il capoluogo della Siciliae la città più grande chiamata alle elezioni dell’11 giugno. È soprattutto la capitale del laboratorio politico del Paese. Dove più di settecento persone aspirano ad un seggio in consiglio comunale correndo in 18 liste che sono per la prima volta quasi tutte civiche: maschere dei partiti che in attesa di tempi migliori hanno dovuto nascondersi sotto simboli neutri e sconosciuti. Contrassegni farlocchi che sostengono la campagna di sei candidati sindaco dai curriculum più variopinti: c’è chi è nato a sinistra ed è sostenuto dalla destra, chi è cresciuto nei movimenti antimafia e adesso è appoggiato da condannati per mafia, chi ha fondato associazioni antiracket ed è stato fulminato dal verbo grillino, chi rivendica di essere l’unico vero volto nuovo in campo, ma ha subito incassato l’appoggio di partiti vecchissimi. Insomma un casino.
Orlando 1994
IL CALIFFO CHE IMPERA DAL 1985 – Poi ovviamente c’è lui, l’eterno Orlando, sintesi moderna di un viceré borbonico e un califfo saraceno. Un principe di Salina che arringa in dialetto gli abitanti della borgate, che conosce la Palermo alta dei salotti buoni – sempre più piccoli – ma anche il ventre molle della città, al quale rivendica di aver portato tre linee luccicanti di tram. Per capire quanto queste elezioni siano orlandocentriche basta dare uno sguardo ai sondaggi: tra i candidati in lizza per le comunali, il sindaco è il più criticato (non piace al 54% degli intervistati), ma anche il più apprezzato, con il 45% dei consensi. Insomma: mezza Palermo odia Orlando, ma l’altra metà lo sostiene senza se e senza ma. Sarà anche per questo motivo che il professore si permette qualche spacconata. Come quando rivendica di voler scegliere da sé il suo successore ma non prima del 2022. “Ci aspettano cinque anni di esami e di primarie per fare emergere nuovi protagonisti e per scegliere il sindaco della Palermo 2022”, ha annunciato chiedendo di essere eletto “per l’ultima volta“. Dalla prima sono passati appena 32 anni. Era il 1985 e le diapositive d’epoca ci mostrano un Orlando in bianco e nero installarsi a Palazzo delle Aquile, quando Francesco Cossiga saliva al Quirinale, il presidente del consiglio si chiamava Bettino CraxiMichael Jacksonincideva We are the world, il Verona di Galderisi vinceva lo scudetto e alcuni chilometri più a nord il muro di Berlino era ancora una certezza. Qualche martellata a quel mondo che non c’è più sarebbe arrivata anche dalla Sicilia, con il sindaco che avrebbe varato la sua primavera aprendo la giunta guidata dalla Dc ai comunisti, prima di fondare la Rete e collaborare alla morte della prima Repubblica.
LA COALIZIONE MATRIOSKA E L’ALLEANZA NO LOGO- All’epoca i nemici si chiamavano Salvo Lima, Vito Ciancimino e l’immancabile mafia tentacolare che da un secolo e mezzo tutto unge e tutto stritola. Trent’anni dopo Orlando non ha aggiornato il suo vocabolario. “Si vergogni chi vuole tornare nella palude perché se prevale la palude poi qui verranno giornalisti solo per scrivere cose di mafia: altro che turisti”, dice ai suoi radunati in liste dalle quali sono svaniti i simboli di partito. L’ultima magia dell’illusionista Orlando è proprio questa: varare quella che qualcuno ha già ribattezzato la “coalizione matrioska“. Il gioco è semplice: basta smontare la gigantesca effige del sindaco palermitano e dentro trovi i Democratici e popolari, lista civica che già nel simbolo rappresenta la fusione perfetta del Pd e di Alternativa Popolare, i due partiti di governo freschi di rissa a colpi di offese e retroscena. Sviti la bambola più piccola di Democratici e popolari e dentro ci trovi i dem di Matteo Renzi e Davide Faraone. Smonti anche quella e spuntano Angelino Alfano e i suoi. E poi gli uomini dell’ex ministro Totò Cardinale, ma anche quelli di Carlo Vizzini, alcuni ex consiglieri di Forza Italia divenuti renziani ed altri ex sostenitori dell’odiatissimo Diego Cammarata, gli ex comunisti di Rifondazione e i post di Sinistra Italiana: tutti fulminati sulla via di Orlando e oggi uniti nell’ grande alleanza No Logo costruita dal sindaco. “È sorprendente che il più grande partito italiano rinunci alla sua identità e al suo simbolo per allearsi con Leoluca Orlando. Che senso ha? Basta vedere le dichiarazioni del leader del Pd palermitano, Antonello Cracolici, che fino a tre mesi fa era il più accanito oppositore di Orlando. L’ultima volta che il Pd è stato con Orlando è sparito dalla scena politica palermitana: era il ’90 e prese il 2 o il 3%, andate a controllare i dati”, ricordava maligno Totò Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia condannato in via definitiva per favoreggiamento alla mafia.
Totò Cuffaro
CUFFARO, PUPI E PUPARI- Parole che tolgono il sonno al sindaco. “Diciamolo chiaramente: quella di centrodestra è una coalizione guidata da un condannato per mafia”, aveva ruggito il professore. Le parole di Cuffaro non sono un caso: in questa campagna elettorale c’è infatti anche l’ex governatore, tornato sulle scene per sostenere quello che da golden boy di Orlando si è trasformato nel suo principale oppositore, e cioè Fabrizio Ferrandelli. Eletto con l’Italia dei Valori nel 2007, cinque anni fa si candida alle primarie e batte a sorpresa Rita Borsellino, facendo imbufalire il suo ex mentore che a quel punto si candida pure lui dopo aver giurato e spergiurato -“anche in aramaico“- di non essere intenzionato a farlo. Sostenuto dal centrosinistra, Ferrandelli arriva quindi al ballottaggio dove viene surclassato dallo stesso Orlando. Poi fa il deputato regionale con il Pd, diventa renziano per una stagione – nel senso letterale del termine: quattro o cinque mesi – lascia i democratici e l’Assemblea regionale e fonda un suo movimento: i Coraggiosi. “Certo che si chiamano così: ci vuole coraggio a girare con quella gente”, lo sfotte qualcuno. Sì, perché coltivando il suo sogno di vittoria questa volta Ferrandelli ha raccolto l’inaspettato sostegno dei nemici di un tempo: Forza Italia di Gianfranco MiccichéCantiere Popolare di Saverio Romano, più lo stesso Cuffaro. “Fabrizio mi ricorda me vent’anni fa”, lo incorona Totò Vasa Vasa, bacia bacia per la sua abitudine a baciare qualsiasi cosa sia a portata di smack.
Fabrizio Ferrandelli
MACRON E IL VOTO DI SCAMBIO – “È vero, ho brindato alla sua uscita di scena ma ho conosciuto un Cuffaro molto cambiato dal carcere. Il mio messaggio è chiaro: non importa da dove vieni, ma dove vuoi andare”, dice invece al Corriere Ferrandelli, che in queste settimane di campagna elettorale è arrivato a paragonarsi al neopresidente della Francia. “Tecnicamente – scherzava con Panorama – i miei Coraggiosi sono nati prima di En Marche e lo spirito è lo stesso, anche se Macronprobabilmente non sa neppure che esisto”. Ben consapevoli della sua esistenza sono invece i pm della procura di Palermo che da gennaio lo indagano per voto di scambio politico mafioso. Ad accusarlo è un pentito, Giuseppe Tantillo, che sostiene di avergli “venduto” il suo appoggio elettorale nel 2012. “Io ho praticato legalità levando i bambini dalla strada. Ho sempre collaborato con i magistrati, non mi sono mai avvalso della facoltà di non rispondere”, diceva il diretto interessato qualche giorno fa, scatenando la rissa televisiva – poi diventata giudiziaria con uno scambio di querele in diretta – con Ugo Forello, candidato del Movimento 5 Stelle. Il riferimento era chiaramente all’inchiesta sulle firme false e alla “scena muta” fatta da alcuni indagati pentastellati davanti ai pm.
Ugo Forello
LA FAIDA DEI GRILLINI – “Chi ha indagini come quelle di Ferrandelli dovrebbe fare un passo indietro”, replica Forello, fondatore dell’associazione antiracket Addiopizzo e ora aspirante sindaco del movimento di Beppe Grillo, che per la verità con i grillini imputati nell’inchiesta sulle firme falseha poco da spartire. Il gruppo guidato dal deputato Riccardo Nuti lo odia e ha cercato di boicottarlo in tutti i modi: prima con un esposto poi archiviato dalla procura, poi con una serie di dichiarazioni al vetriolo, quindi con un audio finito sul web in cui un componente dello staff 5 Stelle alla Camera accusa Forello di aver gestito in modo opaco Addiopizzo. Una vera e propria faida che ha avuto come effetto quello d’indebolire il candidato dei 5 Stelle a Palermo. In attesa di stravincere alle regionali siciliane, infatti, nel capoluogo i grillini sono dati al momento in lotta con Ferrandelli per un posto al ballottaggio. Al quale non arriveranno probabilmente gli altri candidati: l’anti-tram e l’anti-Ztl Ciro Lomonte della civica Siciliani Liberi e la verde Nadia Spallitta, ennesima ex orlandiana che si è ribellata contro il suo ex leader. In corsa anche un ventenne: Ismaele La Vardera, autore delle Iene, che lanciando la sua candidatura aveva indicato come suo “maestro di vita” niente poco di meno che “Gesù“. “Mi ha insegnato a credere nell’impossibile”, dice il giovane che alla fine si è dovuto accontentare dell’appoggio della Lega Nord di Matteo Salvini e di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Matteo Salvini a Palermo
LEGGI BIZANTINE – Secondo i sondaggi, in ogni caso, i giochi sarebbero fatti da settimane: probabile un ballottaggioOrlando-Ferrandelli con Forello poco dietro e il primo cittadino rieletto con un largo margine al secondo turno. Orlando, però, è dato tra i 38 e i 42 punti percentuali: potrebbe anche rivincere direttamente la sera dell’11 giugno. Il motivo? La norma bizantina che regola le elezioni sull’isola. Nella Sicilia arabo – normanna potevano accontentarsi di avere una legge elettorale normale, come tutte le altre del Paese? Ovvio che non potevano. E infatti gli esimi politologi dell’Ars hanno partorito una norma che doveva anticipare il resto d’Italia ma è rimasta e rimarrà unica nel suo genere: alle amministrative isolane basta il 40% dei voti più uno per evitare il fastidioso turno di ballottaggio. Con il voto di quattro cittadini su dieci si vincono subito le elezioni e pazienza se si tratterà di un sindaco eletto letteralmente dalla minoranza della città.
DISOCCUPATI E PALAZZI BOMBARDATI – A Palermo, però, i numeri dicono anche altro. Per esempio dicono che sullo sfondo di comizi e iniziative elettorali c’è una città dimenticata in cui i problemi sono ancora parecchi, complessi e di difficile risoluzione. Secondo Il Sole 24 Ore, per esempio, dal 2012 a oggi – e cioè nel felicissimo ritorno di Orlando al potere –  la disoccupazione è passata dal 19,1% al 25,1% mentre sono diminuite le imprese: per Unioncamere Sicilia dalle 54.106 del 2012 si è passati alle 53.476 del 2016. Solo la punta dell’iceberg in una città dove persino il centro storico rappresenta un gigantesco grattacapo per chi siede sulla poltrona più alta di palazzo delle Aquile. Per estensione è il secondo in tutta Europa ma per metterlo in sicurezza occorrerebbe almeno mezzo miliardo di euro. Il tram, le isole pedonali e la contestatissima Ztl, fiori all’occhiello del quarto regno di Orlando, hanno provato a modificarne il volto e forse tra corso Vittorio Emanuele, i quattro Canti e via Ruggero Settimo i risultati cominciano a vedersi. Qua e là, però, si vedono anche i palazzi squarciati dalle bombe: sono così dal 1943, quando i nemici erano ancora gli americani. E quando persino Leoluca Orlando non era ancora nato.
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