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giovedì 1 giugno 2017

NOURY E LA TORTURA

Reato di tortura. Intervista a Riccardo Noury di Amnesty Italia

ARTICOLOTRE
tortura– Elisabetta Cannone – Se ne discute da quasi trent’anni, eppure ancora oggi sul reato di tortura e la sua introduzione nel nostro codice penale c’è un nulla di fatto. Ma non è solo la politica a non riuscire a trovare un accordo, anche gli italiani in tema di tortura e reato di tortura sembrano avere idee se non confuse contraddittorie. Lo dimostra un sondaggio Doxa, per Amnesty International che ha interpellato un campione rappresentativo di ben 43,2 milioni di italiani over trenta. I dati che vengono fuori dall’indagine sono discordanti e pongono il dovere alla riflessione. Del campione intervistato, infatti, solo il 33 per cento ritiene che anche in Italia ci siano casi di tortura, mentre un numero elevato di connazionali, il 50 per cento, pensa che sia un fenomeno che non riguarda questo Paese. Chiude un 17 per cento che dichiara di non sapere.
A ribaltare questa fotografia degli italiani sulla tortura arriva l’altro dato fornito ancora dallo stesso sondaggio Doxa: 6 italiani su 10 vorrebbero l’introduzione del reato di tortura.
Cosa sanno effettivamente i nostri connazionali della tortura, al di là di episodi che hanno avuto una forte eco mediatica come i fatti di Bolzaneto, della scuola Diaz a Genova in occasione del G8 del 2001, della morte di Stefano Cucchi e quella di Riccardo Magherini e, anche se al di fuori dei nostri confini, l’uccisione di Giulio Regeni?
Abbiamo contattato Riccardo Nouryportavoce di Amnesty International Italia, per capire assieme a lui i dati di questo sondaggio.
Perché gli italiani non riconoscono la tortura in Italia, ma solo in alcuni Paesi?
C’è una sensazione di fondo che però è infondata, che la tortura così come a volte altre violazioni dei diritti umani, riguardino Paesi lontani o comunque parzialmente in Europa, ma soprattutto in altri continenti. Come se non fosse accettabile o possibile l’idea stessa che in un Paese occidentale, come l’Italia, si possa torturare. Di conseguenza si allontana geograficamente, ma non solo, la preoccupazione che da noi si possa essere in presenza di atti di tortura.
Cos’è la tortura per gli Italiani?
Il sondaggio è stato fatto su un campione con più di 30 anni, quindi con una memoria, anche se vaga, dei fatti di Genova del 2001 tanto da essere citati, assieme a quelli più recenti di Stefano Cucchi e Giulio Regeni, sebbene avvenuti in due Paesi e contesti diversi. Tuttavia sono eventi che richiamano l’idea della tortura sistematica e prolungata.
È come se si percepisse, da parte degli intervistati, che a queste persone sia stato fatto qualcosa di grave ma non c’è l’immediata associazione con l’aspetto giuridico, ovvero su come chiamare questa cosa. Sono fatti gravi, ma mancando il reato di tortura in Italia non si ha come definirli.
Credo che siano considerati sempre casi isolati. Non sarebbe nemmeno sbagliato chiamarli così, però bisogna intendersi su cosa vuol dire isolati. Anche un caso all’anno di tortura, sebbene statisticamente isolato, porta a introdurre un elemento di sistematicità.
Come legge i due dati, discordanti, del sondaggio: mancanza di percezione della tortura ma richiesta di una legge che la preveda come reato?
Apparentemente sono contraddittori. Io voglio dare una lettura ottimista: c’è una maggioranza delle persone intervistate che ritiene che l’Italia abbia un obbligo nei confronti delle Nazioni unite per una Convenzione che ha ratificato e dunque, a prescindere dall’esistenze o meno di casi di tortura, quel reato ci voglia. Cosa che da sempre sostiene Amnesty international. Non occorre che ci sia un reato di tortura perché la polizia torturi e viceversa. D’altra parte, sono decenni che ci viene negato il tema della tortura, c’è un vero tabù sull’uso di questa parola e quindi alla fine ci si abitua alla sua inesistenza.
Quale è la definizione di tortura che si dovrebbe inserire come reato nel nostro codice?
Esattamente quella contenuta nell’articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura, né più né meno. Quello che si è fatto in questi 28 anni, con molta creatività e fantasia aggiungendo, togliendo, mettendo via punti e virgola con l’obiettivo politico di annacquare la definizione, sottoponendo alcune forme di tortura a verifica e restringendone la portata ha avuto un obiettivo: rendere inaccettabile la definizione o inattuabili le sue disposizioni.
Perché i nostri politici e i Governi che si sono succeduti sono così restii a introdurre questo tipo di reato?
Penso che ci sia alla base un’idea di fondo sbagliata, che introducendo il reato di tortura si getterebbe uno stigma sull’intera forza di polizia come corpi, organismi dello Stato che verrebbero associati genericamente alla tortura. Come dire che “se ci dicono di volere il reato di tortura, vuol dire che ci torturano”. È un’idea errata. È proprio l’assenza del reato di tortura che oggi porta ad avere in teoria persone che hanno compiuto atti di tortura in servizio, impunite, non processate. Sosteniamo questo tipo di reato da quasi trent’anni a vantaggio delle forze di polizia, di quella percentuale enorme di funzionari dello Stato che svolge il proprio dovere con professionalità, rispetto dei diritti umani e a volte in condizioni estremamente difficili.
Quali sono i pericoli nel non riconoscere questo reato?
Intanto che non ci sia giustizia per le vittime. Che non si riconosca che la tortura è un reato eccezionale, tra i più gravi reati del diritto internazionale e non va confuso con altre cose. Un reato di tortura non solo assolverebbe a una funzione repressiva nei confronti di eventuali autori riconosciuti di questo crimine, avrebbe anche funzione preventiva, dissuasiva. Senza un reato di tortura si ha la sensazione che si possa rimanere impuniti.
Oggi, senza questo reato, cosa rischia chi tortura?
Prima di tutto tempi di prescrizione molto brevi, perché il magistrato deve andare a cercare nel codice penale quegli articoli che contengano la definizione che bene o male possa sostituire quello di tortura: lesioni, violenza con l’aggettivo grave eventualmente. Il reato che di fatto sostituisce quello assente di tortura implica una responsabilità minore. Come pene è punito blandamente ed è sottoposto a prescrizione. Se nessuno, per i fatti di Genova è stato punito per tortura è perché è scattata la prescrizione.
Come si pone Amnesty international Italia nei confronti dei fatti della Cecenia, dove le persone omosessuali vengono arrestate e torturate?
Qui siamo in pieno di reato di tortura: persone private della loro libertà, nelle mani dei rappresentanti o funzionari dello Stato vengono picchiate brutalmente. Questa è la tortura nella sua accezione più classica.
Quali sono le vostre iniziative a riguardo?
Lunedì 5 giugno faremo un sit-in a Roma, alle 12, in piazza Castro Pretorio. Inoltre sul nostro sito amnesty.it c’è anche un appello da firmare in cui chiediamo alle autorità russe di fare un’inchiesta seria, non l’indagine preliminare che hanno avviato, per individuare i responsabili e soprattutto garantire protezione alle persone omosessuali.
Quali sono le vostre iniziative?
Le nostre iniziative concrete sono ad esempio le proposte di firmare un appello. Le 40mila firme solo Italia e nel mondo circa 648mila sono azioni concrete. Le firme poi vengono raccolte, consegnate alle Ambasciate che sono disponibili a riceverle e incontrarci e fanno pressione. Il nostro obiettivo è sollecitare i Paesi o gli organismi internazionali che hanno rapporti con i Paesi in questione (a cui sono indirizzate le firme, ndr), e in generale con Paesi in cui la situazione dei diritti umani, in questo caso la Russia, è critica affinché modifichino le leggi, le adottino quando mancano, proteggano le persone, svolga indagini serie.
Come si fa a sostenere e aiutare Amnesty?
Sul sito amnesty.it è scritto come si può diventare attivisti, partecipare come volontari alle attività dei gruppi sul territorio e anche soprattutto come donare. Nonostante possa sembrare che Amnesty sia una sorte di Nazioni unite dei diritti umani, nonostante tutte le accuse secondo le quali siamo mantenuti o finanziati da chissà quale magnate internazionale, noi in realtà siamo assolutamente auto finanziati. Amnesty è tanto più efficace quanto più ci sono persone che donano, che devolvono ad esempio il 5×1000, gesto semplice e di tremenda efficacia che non è un onere aggiuntivo per il contribuente ma è la decisione di devolvere a una organizzazione non governativa quanto, in caso contrario, andrebbe nelle mani dello Stato. Si può lasciare un bene o fare una donazione alla fine della loro vita. Mettere una firma sul sito è un atto semplice e incoraggiamo a farlo. Ogni anno quel denaro – salvo quello che dobbiamo al movimento internazionale con un meccanismo di tassazione interna – lo reinvestiamo in campagne.

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