Dodicimila migranti arrivati sulle coste italiane negli ultimi giorni, cinquemila quelli fatti sbarcare nella giornata di oggi. E alle minacce del governo di Roma all’Unione europea(“Chiuderemo i porti alle navi non battenti bandiera italiana“), oggi è arrivata una risposta, come al solito solo verbale. Di fatti concreti, al momento, neanche l’ombra. “Da molto tempo siamo convinti che non possiamo abbandonare né l’Italia né la Grecia. Insieme dobbiamo compiere sforzi per sostenere queste due nazioni che sono eroiche” ha detto il presidente del Commissione europea Jean Claude Juncker, nella conferenza stampa al termine del vertice preparatorio del G20 a Berlino.
Parole a cui sono seguite quelle del premier spagnolo Mariano Rajoy: “Concederemo qualsiasi aiuto possibile all’Italia per evitare che si crei una situazione non più gestibile, drammatica“. “Aiuteremo l’Italia, ci sta proprio a cuore questa necessità” ha assicurato la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Noi sosteniamo l’Italia e la Francia deve fare la sua parte sull’asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c’è il problema di rifugiati economici, e questo non è un tema nuovo: l’80% dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici. Non dobbiamo confondere” ha precisato il presidente francese Emmanuel Macron.
Insomma: al netto di piccole differenze, a parole sono tutti con l’Italia. Ma come? Il governo di Roma da mesi ha chiesto sostanzialmente due cose: sbarchi non solo sulle coste italiane (e greche) e redistribuzione negli altri Paesi Ue dei migranti già presenti, in osservanza degli accordi presi nel 2015. Non altri soldi (come aveva prospettato il commissario per le migrazioni Avramopoulos: “Aumenteremo i fondi per Roma“), quindi, come confermato anche oggi dal premier italiano Gentiloni: “Siamo di fronte a numeri crescenti che alla lunga potrebbero mettere a dura prova il nostro sistema di accoglienza – ha detto il capo del governo – Abbiamo internazionalizzato le operazioni di salvataggio ma l’accoglienza resta di un Paese solo. Questo mette il nostro Paese sotto pressione ma noi abbiamo un aspetto umanitario, di rispetto delle leggi e lo confermeremo – ha aggiunto – Non violiamo le regole o vogliamo rinunciare a un atteggiamento umanitario: siamo sotto pressione e chiediamo il contributo concreto degli europei”. Che al momento, però, non ci sono, se non a parole.
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La prossima verifica sulle promesse dei Paesi europei è fissata per mercoledì 5 luglio, quando a Tallinn, in Estonia, si terrà la riunione dei ministri degli Interni europei. “La disponibilità venuta fuori oggi avrà un primo sbocco concreto mercoledì prossimo” ha aggiunto Gentiloni. Qualche particolare in più lo ha fornito il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, secondo cui il documento finale del G20 dovrà contenere “un riferimento concreto alla lotta contro i trafficanti di essere umani: chiederò – ha detto – di considerare sanzioni a livello europeo contro questi trafficanti e di metterli nella lista nera delle Nazioni unite, ma per farlo devono essere d’accordo la maggior parte degli stati membri” dell’Onu.
Intanto la Conferenza episcopale italiana torna sulla minaccia della chiusura dei porti: “Mi auguro che si tratti soltanto di una provocazione, volta a favorire il ricollocamento nei vari Paesi della Ue dei migranti che oggi sbarcano sostanzialmente solo in Italia – spiega monsignor Giancarlo Perego direttore di Migrantes, la fondazione della Cei per immigrati e rifugiati – altrimenti, sarebbe un provvedimento inaccettabile”. “Speriamo che tale provocazione possa dare inizio a questo secondo, indispensabile passaggio – auspica monsignor Perego – Se questo problema di un ricollocamento serio in Europa dei migranti non venisse risolto, la Ue si dimostrerebbe divisa e in balia dei nazionalismi, in aperto contrasto con i suoi valori e con gli ideali della democrazia europea: ogni Paese faccia la sua parte”.