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giovedì 29 giugno 2017

LA VITA UMANA

La chance di sopravvivere

ARTICOLOTRE
Carmela Pistacchio– Ogni qualvolta intraprendiamo un’impresa ci chiediamo:
quante possibilità ci sono di successo?
Lo sa bene l’Avvocato. Quando gli viene affidato un incarico il cliente inesorabilmente gli chiede:
quante possibilità abbiamo di vincere?
Così quando facciamo un colloquio di lavoro o partecipiamo ad un concorso pubblico, analizziamo le possibilità di successo a nostra disposizione.
La chance è appunto la possibilità di successo che ognuno di noi ha.
Se dobbiamo intraprendere un percorso terapeutico, le possibilità di successo diventano vitali.
La chance in gioco in tal caso è un diritto irrinunciabile: la vita, o meglio la sua continuazione.
Da una lettura delle norme del Codice Civile, che sia conforme ai principi della Carta Costituente, la chance emerge come bene degno di tutela giuridica.
Solo di recente, tuttavia, dottrina e giurisprudenza hanno conferito piena dignità giuridica all’istituto della perdita di chances.
La Corte di Cassazione ha affermato che la chance è un diritto concreto ed attuale della persona e pertanto la sua illegittima lesione va risarcita.
Non sembra essere d’accordo con tale orientamento il Giudice di Rimini (Tribunale Rimini 25 Ottobre 2016) che ha negato il risarcimento al marito e ai figli di una donna morta di tumore, in un caso di preteso ritardo di diagnosi imputabile alla struttura sanitaria. Gli eredi della malcapitata lamentavano di aver perso la possibilità di vedere in vita per qualche mese ancora la propria cara.
Il Giudice adito, discostandosi dall’orientamento giurisprudenziale dominante, ha negato la natura autonoma del risarcimento da perdita di chance (di sopravvivere).
Nel caso di specie, il Giudice ha affermato in sentenza che gli attori (marito e figlie) non avevano provato sufficientemente, secondo il criterio del “più probabile che non”il nesso di causalità tra il ritardo della diagnosi e la morte della loro cara. Morte che sarebbe ineluttabilmente sopraggiunta anche in caso di diagnosi tempestiva“.
Il Giudice ritiene pertanto che non può neanche addebitarsi ai sanitari la mancata chance di sopravvivere qualche mese in più rispetto al decesso, trattandosi di una mera possibilità non meritevole di tutela risarcitoria.
Senza inoltrarci nell’analisi tecnico-giuridica della sentenza, non possiamo però esimerci dal fare un’osservazione.
La vita umana è un bene primario, riconosciuto e tutelato dalla Costituzione.
Ogni essere umano ha diritto a vivere, anche fosse qualche mese in più.
La difficoltà di quantificare in termini risarcitori il valore di tale diritto non può tradursi nella negazione del riconoscimento di una tutela giuridica ad un bene di siffatta primaria importanza.
Pertanto l’orientamento giurisprudenziale dominante, cui invece il Giudice di Rimini si è discostato, ci appare essere più conforme ad una interpretazione delle norme costituzionalmente orientata.

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