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domenica 4 giugno 2017

IL CASO BRUNSON

Il caso Brunson, statunitense detenuto in Turchia

ARTICOLOTRE
di Monica Mistretta-Tra pochi giorni per Andrew Brunson si aprirà il nono mese di carcere nelle prigioni turche. Il pastore protestante americano è accusato di legami con il movimento di Fetullah Gulen, il predicatore in esilio negli Stati Uniti che, secondo le autorità turche, avrebbe organizzato il fallito golpe del luglio 2016.
Il suo caso è affiorato il 16 maggio nel corso del primo incontro ufficiale a Washington tra il presidente americano Donald Trump e quello turco Recep Tayyip Erdogan. Secondo un comunicato ufficiale della Casa Bianca, Trump nei 23 minuti di conversazione ha chiesto alla sua controparte turca di rilasciare al più presto il pastore statunitense. Per ora, senza risultato.
La vicenda inizia il 7 ottobre 2016, a quasi tre mesi dal fallito golpe turco. Andrew Brunson e la moglie Norine Lyn vengono chiamati nella stazione della polizia locale di Izmir, dove risiedono da 23 anni. Andrew in città è il pastore della Chiesa della resurrezione, di fede cristiana protestante. La polizia li ha convocati per questioni relative al passaporto. La coppia ha tre figli e ha da poco chiesto il permesso di soggiorno permanente. Alla stazione di polizia Andrew e Norine vengono arrestati. Norine è rilasciata due giorni dopo, Andrew viene trattenuto con l’accusa di attività contro la sicurezza nazionale dello stato turco.
In dicembre Andrew compare davanti alla corte e viene spostato in un centro di detenzione del controterrorismo turco: l’accusa è di appartenenza a un’organizzazione terrorista armata. I dettagli dell’imputazione sono tutt’altro che chiari. Anche perché la Turchia ha esteso lo stato di emergenza fino a luglio e i documenti dei processi sono secretati. 
È la stampa turca a fornirci maggiori dettagli, proprio due giorni dopo l’incontro tra Trump ed Erdogan. Il 18 maggio il quotidiano Hürriyet racconta che Brunson sarebbe accusato di appartenenza al movimento di Fetullah Gulen. In più, il pastore nella sua chiesa avrebbe tenuto sermoni rivolti ai curdi “a scopi speciali”. Secondo il quotidiano turco, Brunson nel corso del dibattimento avrebbe dovuto difendersi anche dalle accuse di aver promosso il dialogo interreligioso. Nel 2011, ricorda l’Hürriyet, il pastore era stato assalito con un coltello da un uomo, poi arrestato con l’accusa di essere membro di Al Qaeda.
La moglie Norine ha il permesso di visitarlo in carcereAndrew è in una cella con altri 11 detenuti, “musulmani” specifica Norine in un suo post su Facebook.
In Turchia sono in corso centinaia di processi. E gli arresti, decine di migliaia, non si sono ancora fermati: il 23 maggio a Istanbul è scattata l’ennesima operazione per la cattura di 144 militari in 40 provincie del paese. Tutti accusati di appartenere al movimento di Fetullah Gulen. A molti stranieri, soprattutto giornalisti, viene negato il visto di ingresso nel paese. In aprile era stato arrestato anche un italiano, Gabriele del Grande, rilasciato due settimane dopo.
Negli Stati Uniti sono in tanti, tra privati e organizzazioni, a chiedere la liberazione di Andrew Brunson. Tra loro anche un ex ostaggio americano in Iran, il pastore Saeed Abedini. Anche per lui era scattata l’accusa di minare la sicurezza nazionale. Abedini, un musulmano convertito al cristianesimo, era stato rilasciato nel gennaio 2016 dopo tre anni e mezzo di detenzione.
L’Iran, con la crisi degli ostaggi americani del ’79, ha fatto storia. Il presidente turco Erdogan ha diverse situazioni in sospeso con gli Stati Uniti. Prima di tutto la richiesta di estradizione di Fetullah Gulen. Poi, nel marzo del 2016, l’arresto a New York del mercante d’oro turco-iraniano Resa Zarrab, accusato di aver aggirato le sanzioni all’Iran frodando il sistema finanziario statunitense. E poi, ancora, la decisione dell’amministrazione Trump di armare direttamente i curdi siriani.
Non a caso nelle accuse a Andrew Brunson compaiono anche i curdi del Pkk. Bisogna vedere se adesso gli americani sono disposti a cedere alle pressioni. In questi otto mesi non solo non lo hanno fatto, ma hanno anche deciso di armare i curdi e di arrestare il complice di Zarrab: il turco Mehmet Hakan Atilla, vice direttore generale della Halkbank, una delle maggiori banche della Turchia.

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