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giovedì 15 giugno 2017

GIOVANNI PAPARCURI IL SOPRAVVISSUTO DI VIA PIPITONE

Intervista. Giovanni Paparcuri, unico superstite di via Pipitone: “In Italia non è cambiato nulla”

ARTICOLOTRE
paparcuriGea Ceccarelli-Il 29 luglio del 1983, in via Federico Pipitone, a Palermo, una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose. A perdere la vita, è storia, il “padre” del pool antimafia Rocco Chinnici, il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile da cui il giudice stavo uscendo, Stefano Li Sacchi. Una mattanza, firmata Cosa Nostra.
Vi fu però un superstite: Giovanni Paparcuri. Faceva parte della scorta di Chinnici e, in quel momento, quando si verificò la deflagrazione, era distante diversi metri. L’esplosione lo investì, Paparcuri finì in coma e, al suo risveglio, scoprì che i suoi colleghi e amici erano morti.
A salvarlo dal dolore, un nuovo incarico, un nuovo lavoro: a fianco dei giudici Borsellino e Falcone. Con loro visse all’interno del piccolo bunker da cui compivano le indagini; il suo compito era quello di informatizzare il maxiprocesso; siamo nell’85. Nel ’92, poi, le due stragi, di Capaci e via D’Amelio.
Nel 2009, Paparcuri è andato in pensione, con la qualifica di commesso. La sua storia dimenticata, lui stesso isolato, abbandonato. ” Non chiedevo medaglie o risarcimenti, ma una telefonata che non è mai arrivata. Neppure alle commemorazioni sono mai stato invitato. Eppure non ho mai avuto paura, nemmeno quando ho ricevuto minacce telefoniche”, aveva raccontato recentemente.
Lo abbiamo contattato per un’intervista.
Dottor Paparcuri, lei ha sostenuto spesso di essersi sentito in colpa per esser sopravvissuto alla strage di via Pipitone. Quanto l’ha aiutata, in questo senso, confrontarsi con il superstite di Capaci, Giuseppe Costanza?
Se devo essere sincero, nessun aiuto: nel mio amico Giuseppe ho rivissuto solamente una tragica esperienza. Gli esseri umani sono diversi tra loro, c’è chi reagisce in un modo, chi in un altro, io per fortuna per carattere sono un combattente e mi abbatto quasi raramente, comunque devo la mia rinascita esclusivamente, in primis al dr. Borsellino e poi agli altri giudici che, credendo in me, mi hanno affidato delicatissimi compiti. La sindrome del sopravvissuto nasce da una serie di fattori: primo, mi sono sempre chiesto e mi chiedo ancora perchè mi sono salvato io che non avevo figli, e non il maresciallo Trapassi o l’appuntato Bartolotta che, in due, avevano 9 figli. Poi succede anche che la gente ti guardi stranamente, quasi te ne fanno una colpa, non lo dicono apertamente, ma dai loro sguardi capisci e ci rimani male; per fortuna sono pochissimi.
Cosa cambiò, in lei e in Italia, dopo quel 29 luglio?
In me è cambiato tutto, ma in Italia nulla: ci sono volute altre due stragi per cambiare qualcosa, ma sempre parzialmente.
Qualche giorno prima, raccontò, vi erano state avvisaglie, in merito alla strage, con informazioni riguardanti un imminente attentato: quale fu la sua sensazione?
In quel periodo nessuna sensazione, adesso provo tanta rabbia perchè penso che forse il Consigliere si sarebbe potuto salvare, rabbia perchè la vicenda del libanese Bou Chebel Ghassan non è stata mai del tutto chiarita, né hanno pagato chi raccolse le sue dichiarazioni con superficialità.
Chi era Ghassan? 
Un confidente anche dei servizi, un trafficante di droga e armi, il quale arrivò l’ 8 luglio e a Taormina. Durante questa permanenza incontra a più riprese alcuni soggetti ed apprende che i vertici della mafia hanno deciso di eliminare o l’ alto commissario De Francesco o un giudice particolarmente impegnato contro la mafia. Quale giudice? Giovanni Falcone? Rocco Chinnici? Nomi non ne vennero fatti. Il libanese parlò, come pura ipotesi, del dr. Falcone, ma il giudice proprio in quel periodo era in Thailandia per interrogare un certo Koo Ba Kin, quindi sarebbe stato doveroso proteggere anche un giudice come Chinnici, consigliere istruttore, superiore gerarchico del dr. Falcone, in prima linea, come del resto il collega, nella lotta alla mafia.
La risposta a questi interrogativi non è mai arrivata. Neppure le numerose telefonate intercettate hanno aiutato a fare chiarezza.
Chinnici, prima di esser ucciso, stava indagando sui Salvo, uomini cerniera tra mafia e politica. E’ plausibile supporre che vi fossero quelle che Falcone definiva “menti finissime” anche dietro la strage di via Pipitone?
E’ stato accertato processualmente che i mandanti della strage sono stati proprio i cugini Salvo, tra l’altro, uomini d’onore, e che il consigliere da lì a poco era in procinto di arrestarli. Se menti raffinatissime intendiamo il potere affaristico politico mafioso imprenditoriale e finanziario che detenevano i Salvo, rispondo di sì, perché arrestando i Salvo sarebbero saltato l’impegno imprenditoriale che i cugini garantivano ai gruppi mafiosi.
Proprio riguardo Falcone, nei giorni scorsi vi è stata la commemorazione della strage di Capaci, e anche quest’anno non sono mancate le passerelle e le diatribe tra le “opposte antimafie”. Un suo parere in merito?
Le passerelle ci saranno sempre, ma colpa di chi è? Proprio di queste diatribe, che secondo me non devono esistere. A me fa male tutto questo, e penso che ai giudici Falcone e Borsellino non farebbe piacere neanche a loro. E poi provo un profondo fastidio vedere – ADESSO – tutti questi amici che in passato non lo sono stati affatto. Questi momenti non devono essere motivi di scontro o una gara, devono essere momenti di riflessione e tutti uniti. Perché per fare il proprio dovere non occorre necessariamente avere conosciuto il dr. Falcone o il dr. Borsellino; io, e lo posso assicurare e senza nessuna retorica, se non avessi avuto il privilegio di starci accanto, avrei fatto il mio dovere ugualmente.
Secondo lei, esistono oggi, degli eredi morali di Falcone, Borsellino e Chinnici?
Eredità morale, forse. Ma come loro non esisterà mai nessuno, loro erano unici ed erano uomini di quel periodo. Nessuno è uguale ad un altro, io sono unico, voi siete unici, guai a paragonarci agli altri, se lo facciamo vuol dire che siamo senza personalità. Il nostro dovere è quello di rispettarli e cercare di portare avanti le loro idee, le loro intuizioni con il nostro impegno, volutamente non dico con le nostre gambe.
Ha qualche ricordo, con loro, a cui è particolarmente legato?
Ricordi ne ho tanti e per ognuno di loro diverso. Con il Consigliere mi lega la sua profonda umanità. Una volta, quando si sposò la figlia dell’allora questore di Palermo, Mendolia, di nascosto alla scorta andai a prelevarlo a casa e lo accompagnai all’Hotel Villa Igea; lo feci scendere dalla ”blindata” e cominciai a fare manovra per posteggiare. Ebbene: mi accorsi che il Consigliere non entrava in sala… Non mi spiegai quella sua iniziativa; poi lui stesso mi disse che non entrava perché aspettava che concludessi la manovra. Voleva che entrassi con lui. Ma, quando il servizio di sicurezza negò il mio ingresso, andò su tutte le furie e disse al funzionario: “Se non entra anche il signor Paparcuri io me ne vado”. Ebbene, dopo un po’ la vicenda fu risolta e furono allestiti dei tavoli anche per gli altri ragazzi che facevano la scorta ad altre personalità.
Col dr Borsellino il ricordo più bello è il bacio che diede a mia figlia quando aveva circa due mesi. La stavo portando, con mia moglie, dalla pediatra, e transitando da via Cilea, lo incontrai sotto casa, mi fece fermare e quando si accorse che nel sedile posteriore, all’interno del cestone, c’era Giorgia, aprì lo sportello, si chinò e la baciò. Richiuse lo sportello dicendomi: “Adesso potete andare”.
Il ricordo del dr. Falcone è legato al 25 dicembre del 1982, praticamente quando mi presentò alla signora Francesca Morvillo. Le disse: “questo è Paparcuri, è dei nostri”.
Poi ho avuto il privilegio di averli anche al mio matrimonio: sia il dr. Falcone, il dr. Borsellino, il consigliere Caponnetto e il dr. De Francisci.
I morti vengono ricordati, i vivi dimenticati, e la sua storia è emblematica. Si è fatto un’idea sul perché lo Stato l’abbia abbandonata?
Nessuna idea, nè rancore, ma delusione, tanta delusione. Non si vuol capire che chi rimane in vita, in realtà è morto anche quel giorno. Nè si mette sul piatto della bilancia come – nel mio caso – che nonostante tutto non mi sono arreso, Io non ne faccio una questione economica, ma una pacca sulla spalla l’avrei voluta ricevere, e in 34 anni non c’è mai stata. Per fortuna mi rimane l’affetto di quelle persone, e l’orgoglio di avere fatto sempre il mio dovere sino in fondo, e l’ho fatto per passione e per affetto verso di loro.
Vi è speranza che in Italia la mafia venga definitivamente sconfitta? E la verità, su quelle stragi, emergerà mai nella sua totalità?
E’ inutile fare retorica, la mafia non si sconfiggerà mai, finchè ci sarà la cultura mafiosa, cioè nel senso che fino a quando ci sarà corruzione, malaffare, scambio di favori e sete di potere, sarà molto difficile. Possiamo vincere qualche battaglia, ma la guerra, credo proprio di no, comunque spero di sbagliare.
La verità al 100% non la sapremo mai, troppi misteri rimarranno insoluti specialmente se ci sono in gioco interessi che vanno al di là della nostra semplice immaginazione, e mi riferisco che non si tratta del solito mafioso con coppola e lupara, ma a ben altro. A me per esempio piacerebbe sapere tutto sulla strage che mi riguarda, ma poi penso: “Dopo 34 anni cosa me ne faccio?” Chi doveva pagare, oggi, magari sarà morto, per cui mi rimane soltanto l’amarezza di dire ormai è passato troppo tempo. La giustizia è giustizia quando si ottiene in tempi ragionevolmente brevi. Comunque è soltanto un mio pensiero e qui si esaurisce.

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