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venerdì 19 maggio 2017

PARLIAMO DI CIBO ITALIANO

Cibo italiano fra contraddizioni e qualità

ALTRENOTIZIE
di Tania Careddu 
Terra del buon mangiare e società del buongusto, il Belpaese e i suoi abitanti vivono di cibo. Non solo perché i consumi alimentari valgono, ogni anno, centoquarantamilioni di euro, con una gigantesca mobilitazione di risorse, persone ed energie ma anche perché il cibo ha assunto una nuova centralità nella vita degli individui. Dagli amanti del gourmet ai patiti del junk food, gli italiani si muovono dentro una grande articolazione di rapporti soggettivi con il cibo in cui vince il pragmatismo.

Che non è solo il loro principale stile alimentare ma pure un approccio operativo che connota tutti gli altri: dai genuini, tipici e di stagione, ai salutisti che mangiano verificando la salubrità degli alimenti; dai conviviali che vivono il cibo come un moltiplicatore della relazionalità agli oculati, attenti ai costi; dagli sperimentatori, amanti di nuovi piatti, agli abitudinari; dai funzionalisti che ingurgitano prodotti di rapido utilizzo, ai vegetariani o vegani; dagli ingordi agli amanti dei prodotti già pronti consegnati a casa.

E sebbene gli italiani siano i primi a credere al valore del cibo made in Italy, cosicché l’86,6 per cento di loro mangia regolarmente piatti della tradizione italiana e tipici del territorio in cui abita o da cui proviene, l’ampliarsi della schiera di ingordi, junk food lovers o di quella di persone non consapevoli del ruolo essenziale che la corretta alimentazione gioca per la salute potrebbe innescare una pericolosa dinamica espansiva dell’obesità.

Seppure molto meno preoccupante rispetto a quella dei paesi con scarsa tradizione di buona cucina, la situazione, nel lungo periodo, potrebbe ribaltarsi: a oggi, secondo quanto riporta il dossier Crescita e qualità della vita: le opportunità della food policy, redatto da Censis, sono ventidue milioni e mezzo le persone in sovrappeso di cui quasi cinque milioni obese, e in dieci anni, sono aumentate del 10 per cento, generando un costo sociale in circa trenta miliardi di euro.

Fra il mangiare molto e male, emerge il paradosso della coesistenza tra scarsità alimentare e spreco: ammontano a trentasei milioni gli italiani che buttano cibo non consumato, ventisei milioni quelli che ne cestinano le quantità in eccesso rispetto al fabbisogno reale della famiglia e oltre trentuno milioni coloro che gettano quello che fanno scadere.

Pratiche che coesistono con oltre due milioni di famiglie in stato di povertà alimentare, fenomeno sociale molto significativo, sebbene ancora nascosto per la vergogna, diffuso anche nelle aree più benestanti del Paese. E aumentano le famiglie con disagio alimentare: del 57 per cento quelle che non trovano i soldi per mangiare in alcuni periodi dell’anno e dell’87 per cento quelli che non li hanno per mangiare determinati alimenti.

Quella del cibo sarà, forse, la filiera più formidabile e performante delle quattro decisive della nostra economia ed Expo2015 avrà pure annunciato a gran voce che il cibo italiano è alla conquista del mondo intero ma dentro i confini si nutre, certamente, di gravi contraddizioni.

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