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mercoledì 31 maggio 2017

LA RABBIA DEL RIF MAROCCO CONTRO LO STATO

MAROCCO. Il Rif di mare e di montagna si ribella allo Stato – nena-news.it

nena-news.it/ – Dallo scorso ottobre la regione settentrionale – impoverita e costretta a sopravvivere di pesca e hashish – è in piazza per chiedere giustizia sociale e lavoro. Negli ultimi giorni 70 arresti, tra loro il leader del movimento popolare. E il resto del paese segue a ruota – di Chiara Cruciati
La regione marocchina di Rif sta esplodendo: da metà maggio le proteste sociali sono tornate sulle pagine dei giornali arabi, ma è da ottobre che la popolazione scende in piazza. Dalla morte di un venditore di pesce, Mouhcine Fikri, 31 anni.
Chiedono lavoro e sviluppo economico, chiedono giustizia per Fikri. È intorno alla sua immagine che il movimento si è radicato e ampliato. Mouhcine restò ucciso mentre cercava di recuperare un pesce spada che la polizia aveva sequestrato e gettato in un camion della spazzatura.
Era entrato dentro il camion ed era rimasto schiacciato. Una morte terribile, il video fece il giro del paese accendendo la rabbia della popolazione marocchina per l’ingiustizia subita da chi cercava di guadagnarsi il pane.
A molti ricordò il 2011, le proteste di piazza contro re Mohammed VI e la richiesta – inevasa – di giustizia sociale.
Il governo tenta di correre ai ripari: la scorsa settimana il ministro dell’Interno Laftit è andato nella regione, a maggioranza berbera, per promettere sostegno all’economica locale, in particolare al settore della pesca.
Ma per ora la sola risposta è la violenza: quaranta persone sono state arrestate dalla polizia (70 in tutta la provincia secondo la Moroccan Association of Human Rights), che ha cercato di fermare le proteste usando la forza, pestaggi e gas ma le strade si sono riempite sempre di più.
Tra i detenuti c’è il leader di Al-Hirak al-Shaabi, “Movimento Popolare”, Nasser Zefzafi. È stato arrestato lunedì dopo tre giorni di fuga con l’accusa di aver interrotto la preghiera in una moschea lo scorso venerdì per chiamare i fedeli a scendere in piazza.
Per l’articolo 221 del codice penale, rischia dai sei mesi ai tre anni di carcere. Al momento si troverebbe in carcere a Casablanca.
Una delle proteste per la morte di Fikri a al-Hoceina (REUTERS/Stringer)
Una delle proteste per la morte di Fikri a al-Hoceina (REUTERS/Stringer)
Per tutti gli altri l’accusa, fa sapere il procuratore della città di al-Hoceima, è “minaccia alla sicurezza dello Stato”. Ma non solo: le autorità marocchine imputano ai manifestanti di aver ricevuto denaro dall’estero e di portare avanti “attività di propaganda”.
Venerdì sera erano 56mila a gridare “Siamo tutti Zefzafi” e “Basta militarizzazione”, e di nuovo migliaia nelle sere successive. E pian piano la protesta si allarga: da al-Hoceima a Nador e Tangeri fino a Casablanca, Marrakesh e la capitale Rabat.
Perché se Rif ha una lunga storia di tensioni con il governo centrale, lunga più di un secolo e segnata da lunghe sollevazioni e conseguenti brutali militarizzazioni, è tutto il Marocco ad essere investito da difficili condizioni di vita, da un’economia che arranca: il 25,5% dei giovani non hanno un impiego, di infrastrutture non ne sorgono se non a favore dei nuovi settori dell’elettronica e dell’aeronautica che arricchiscono le élite economiche.
Non a caso, anche allora, quando Fikri morì, le principali città marocchine riempirono le piazza contro l’abuso delle autorità e le umiliziani subite dai lavoratori.
Soprattutto in una regione costiera come Rif dove si vive di pesca, in assenza di altre opportunità lavorative, ma dove il grosso della produzione è mangiato dalle grandi compagnie europee che esportano il pesce marocchino ma allo stesso tempo producono così tanto da far impennare i prezzi locali.
A ciò si aggiungerebbe, dicono fonti locali, la minaccia delle autorità marocchine di distruggere migliaia di ettari di piantagioni di marijuana e di kif, ricavata dalla canapa. Le montagne del Rif, alte fino a duemila metri, sono tra le principali produttrici di hashish al mondo (il 40% della produzione mondiale, dicono le stime), un settore che dà lavoro a 800mila persone.
Ora Rabat prova a sdaricarlo: se la produzione è stata legale fino al 1974, un regio decreto l’ha poi bandita, aprendo a campagne di arresti, migliaia. Ma è una delle fonti di sussistenza della popolazione delle montagne, marginalizzata da sempre. Nena News
Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

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