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venerdì 19 maggio 2017

IL NUOVO MESSIA CATTOLICO CRISTIANO CHE FA MASSACRI IN CONGO

Sanguinoso attacco in un carcere del Congo: liberato nuovo Messia cristiano

La prova di come il radicalismo religioso non attecchisca solo tra i musulmani. Il fenomeno è molto più ampio.
Muanda Nsemi
Diego Minuti19 maggio 2017
I fatti che segnano la storia degli ultimi decenni, a cavallo tra la fine del secolo precedente e quello appena cominciato, spingono erroneamente a pensare che il radicalismo religioso attecchisca solo tra i musulmani, sottovalutando con tutta evidenza che anche in altre confessioni, o presunte tali, può germinare la mala pianta della violenza.

Muanda NsemiTanto per non andare lontano nel tempo (come nel caso di Davide Lazzaretti, il Cristo dell'Amiata) nell'Occidente ''civilizzato'' sono nate forme religiose estreme, come quella che ebbe nel ''reverendo'' cristiano Jim Jones il responsabile, nel 1978, di uno spaventoso suicidio di massa (909 morti, tra cui bambini e neonati soppressi dai genitori).

Come sta accadendo nella Repubblica democratica del Congo dove un commando armato ha preso d'assalto la prigione di Makala, a Kinshasa, per fare evadere il ''profeta'' della setta cristiana  Bundu dia Kongo,  Muanda Nsemi.

L'attacco, nel quale hanno perso la vita un agente di polizia e cinque degli assalitori, ha avuto successo: Nsemi è scappato, insieme ad una cinquantina di altri detenuti, anche non suoi seguaci e, quindi, tra di loro molti criminali.

La storia di Nsemi è emblematica di come avessero ragione coloro che guardavano e guardano tutt'ora all'Africa come ad un coacervo di pulsioni parareligiose, potenzialmente pericolosissime, e non solo sul versante del radicalismo islamico.

Emblematica la storia della setta Bundu dia Kongo,  che Muanda Nsemi ha fondato nel lontano 1969, ma che solo negli ultimi anni ha mostrato tutta la sua forza eversiva. Probabilmente perché il messaggio del ''profeta'', come insegna la vicenda dell'autoproclamato califfo Al Baghdadi, intriso di rivendicazioni e promesse, che mai potranno realizzarsi, ha attecchito nella fasce più povere della popolazione congolese (ma non solo) alla ricerca disperata di un riscatto sociale ed economico e quindi terreno fertile per teorie e scenari a dir poco improbabili.

L'obiettivo, per così dire, politico di Nnesi è quello di rinverdire i fasti dell'ormai lontano regno del Congo (Bundu dia Kongo, in lingua kikongo) che abbracciava regioni, oltre che della Repubblica democratica del Congo, anche del Congo Brazzaville, dell'Angola, del Gabon e del Sud del Camerun.

Un'area vastissima e, da un punto di vista antropologico, dalle caratteristiche diverse, ma che secondo Nsemi potrebbe ritrovarsi unita in un'unica entità statuale, appunto il regno del Congo, costruito su base federale, di cui il profeta s'è già, a futura memoria, proclamato monarca.

Il movimento comunque guarda anche al di là degli ipotetici suoi confini, perché, nel suo programma (che parla di riscatto morale e sociale), è prevista anche la difesa culturale del popolo Kongo, ovunque esso si trovi. In questo modo, così almeno par di capire, non negandosi la possibilità, una volta costituito il regno, di rivolgere le proprie attenzioni anche al di là della frontiera-

Nsemi resta un personaggio singolare perché, pur lottando strenuamente contro il potere centrale di Kinshasa, ha deciso di farsi eleggere in Parlamento, istituzione che contesta, ma che evidentemente ritiene necessario per portare le sue idee al di fuori della setta, peraltro dichiarata illegale. Muanda Nsemi era stato arrestato a Kinshasa il 3 marzo scorso, dalla polizia, che decise di assaltare la sua residenza, dove si trovava asserragliato con alcuni seguaci, dopo un assedio protrattosi per molti giorni. Per sottolineare la singolarità della figura di Nsemi basti il fatto che, nel momento dell'arresto, il profeta aveva accanto il figlio e le tre mogli, una condizione poligamica che forse cozza un po' con il cristianesimo.

L'attacco alla prigione di Makala, condotto con tattiche militari dai seguaci del nuovo messia, non è stata comunque una impresa, poiché i reclusori congolesi sono sovraffollati sino all'inverosimile e, peraltro, con pochissime agenti a garantirne la sicurezza, interna e dall'esterno.

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