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lunedì 10 ottobre 2016

TECNOLOGIA IN UFFICIO

Quando la tecnologia in ufficio è un problema

Dallo studio, presentato da Sharp, il 43% dei lavoratori va in difficoltà quando si parla di servizi cloud. Problemi anche con Power Point e Word

LA STAMPA 05/10/2016
Oltre dieci minuti al giorno trascorsi ad aspettare che i documenti vengano stampati, oltre quindici per cercarli nella rete aziendale. Undici minuti e rotti spesi, quotidianamente, per riavvio o riparazione dei dispositivi a disposizione (il famoso “hai provato a spegnere e riaccendere?”). E dove finiscono le perdite di tempo causate dalle macchine iniziano quelle legate alle competenze: fin quando c’è da caricare la carta nella stampante, va (quasi) tutto bene (sono sicuri di saperlo fare il 68% degli italiani), ma attenzione a parlare di archiviazione di documenti nel cloud (57%). 

Questi alcuni dei dati emersi dalla ricerca condotta da Censuswide, per conto di Sharp, sull’uso della tecnologia in ufficio, che ha preso in analisi un campione di 6045 impiegati in nove Paesi europei, tra cui l’Italia. 

La tecnologia “obsoleta e datata” fa perdere minuti preziosi secondo il 30% degli intervistati italiani, mentre per il 42% la colpa è dei colleghi che non sanno usare stampanti e scanner. I partecipanti all’indagine hanno dichiarato di spendere 13 minuti e 33 secondi al giorno per aiutare i vicini di scrivania a usare programmi come Power Point e Word, non proprio i più rari quando si lavora in un ufficio. Eppure, sembrano quasi tutti concordare sul fatto che la tecnologia faciliti la condivisione di idee e informazioni (78%) e la collaborazione con i colleghi (77%).  
Se la tecnologia dell’ufficio fosse più aggiornata, ha risposto il 70% tra i partecipanti italiani, “sarei in grado di svolgere un lavoro migliore con più persone”.  

A detta di Sharp, che ha inserito la ricerca in una campagna di comunicazione chiamata “Unlock”, che le consente di promuovere le proprie soluzioni e farle conoscere anche alle piccole e medie imprese, uno dei problemi emersi è proprio “la mancanza di motivazione causata da una tecnologia obsoleta”. Per porvi rimedio, l’azienda propone, per esempio, “display interattivi che consentono presentazioni senza l’uso di cavi” (il 13% dei partecipanti ha dichiarato di perdere tempo perché “manca qualche cavo o i collegamenti sono sbagliati”) oppure “alle app per la stampa mobile e le soluzioni per flussi di lavoro che consentono di automatizzare i processi amministrativi di routine”. 

Certo è, che si debba investire in risorse, anche umane. Il più grande problema delle aziende italiane, secondo il professore Domenico De Masi, sociologo e docente all’Università La Sapienza di Roma, è la situazione di stallo che tiene la maggior parte delle aziende («strutture obsolete che si danno delle grandi arie«) ancora in mano agli “analogici”. «E con questo termine non intendo solo chi ha una propensione o meno all’uso delle tecnologie - commenta - ’Digitale’ indica un modello di vita: è digitale quella generazione che sa l’inglese, viaggia di più, non fa troppa distinzione tra notte e giorno o feriali e festivi». Analogici, sarebbero tutti gli altri, che stanno fermi nel loro guscio e «si spaventano di immigrati e gay». 

«Il nostro dramma – continua il sociologo – è che abbiamo piramidi con al vertice analogici, che detengono potere, ma non competenze, e alla base i digitali, che hanno competenze e non il potere». E mentre si aspetta il ricambio generazionale, unica via d’uscita («Noi siamo irrecuperabili», chiosa De Masi), si spera che qualcuno intanto rinnovi almeno le dotazioni tecnologiche. Tornando all’analisi, nel 53% dei casi in Italia, per esempio, i dipendenti hanno risposto di usare al lavoro dispositivi privati, perché «più facili da utilizzare». 

Poi, va sempre considerata la quota di chi, per coprire la scarsa voglia di mettersi all’opera, adduce scuse: il 27% ha finto che i dispositivi fossero rotti per non doverli utilizzare.  

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