Ginecologi, anestesisti e ostetriche. Tutti rinviati a giudizio. È la decisione del gup di Reggio Calabria al termine dell’udienza preliminare del processo “Mala Sanitas” nato sull’inchiesta che, ad aprile, ha provocato un terremoto nell’ospedale “Bianchi-Melacrino-Morelli”. Al termine delle indagini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, guidata dai colonnelli Domenico Napolitano e Luca Cioffi, erano stati arrestati quattro medici accusati di falso ideologico e materiale, di soppressione, distruzione e occultamento di atti veri nonché di interruzione della gravidanza senza consenso della donna. Altri sette, tra ginecologi, anestesisti e ostetriche, erano stati interdetti.
Il procuratore Federico Cafiero De Raho, l’aggiunto Gaetano Paci e i due sostituti Roberto Di Palma e Annamaria Frustacisospettano addirittura un’associazione a delinquere finalizzata a commettere una serie di reati tra cui la manipolazione delle cartelle cliniche relative alle pazienti (che si sottoponevano a interventi ginecologici) e ai neonati, al fine di occultare le responsabilità dell’équipe medica che aveva preso parte ai singoli interventi.
Nell’udienza preliminare, sono stati rinviati a giudizio e saranno processati l’ex primario Pasquale Vadalà, l’ex facente funzioni Alessandro Tripodi e i ginecologi Filippo Saccà e Daniela Manunzio (ancora agli arresti domiciliari). Ma anche i colleghi Antonella Musella, Massimo Sorace, Marcello Tripodi, Roberto Rosario Pennisi, Mario Gallucci, la neonatologa Mariella Maio, gli anestesisti Luigi Grasso e Annibale Musitano e l’ostetrica Giuseppina Strati.
L’inchiesta prende le mosse dal riascolto di alcune intercettazioni del 2010 che la Dda aveva disposto nei confronti del ginecologo Alessandro Tripodi, imparentato con l’avvocato Giorgio De Stefano, ritenuto dalla Procura il “consigliori” di una delle più potenti famiglie mafiose di Reggio Calabria. Non essendo emerso nulla di interessante circa il collegamento tra il professionista e la ‘ndrangheta, quelle intercettazioni furono accantonate fino al 2014 quando il colonnello Domenico Napolitano informò la Procura dei numerosi episodi di malasanità che si sarebbero verificati all’interno del reparto di Ginecologia e Ostetricia degli ospedali Riuniti.
Nel dettaglio, le Fiamme gialle hanno fatto luce sul decesso (in due distinti casi) di due neonati, sulle irreversibili lesioni di un altro bambino dichiarato invalido al 100% e sui traumi e le crisi epilettiche e miocloniche di una partoriente. Nell’inchiesta è finito anche il procurato aborto, non consenziente, della sorella del ginecologo Alessandro Tripodi. Stando alle indagini, infatti, quest’ultimo (primario facente funzioni) avrebbe fatto abortire addirittura la sorella senza il suo consenso o quello del cognato, iniettando farmaci funzionali all’espulsione prematura del feto determinando l’interruzione della gravidanza. Tripodi sospettava che il feto potesse essere affetto da una patologia cromosomica che, in realtà, non aveva.
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Laganà parla di “bollettino di guerra” da cui emerge il sistema adottato dai medici per “salvarsi il culo”, per usare le parole degli indagati. “Allora chiudete questa cartella in un cassetto. – si sente nelle intercettazioni – Chiudila in un armadio, intanto…”. Da quell’armadio la cartella clinica dei pazienti veniva presa e “falsificata ad arte” in modo da garantire ai medici “la reale e sicura via di fuga dall’impunità”. Secondo gli inquirenti, dall’inchiesta emerge “l’esistenza di una serie di gravi negligenze professionali e di ‘assoluta freddezza e indifferenza’ verso il bene della vita che di contro dovrebbero essere sempre abiurate dalla nobile e primaria funzione medica chiamata ‘a salvare gli altri’ e non se stessi”.
Dall’inchiesta, infine, sono usciti i ginecologi Salvatore Timpano e Francesca Stiriti. Dopo l’interdizione disposta ad aprile nei loro confronti, i due medici hanno fornito ai magistrati elementi utili a chiarire la loro posizione.