IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

Cerca nel blog

Caricamento in corso...

martedì 11 ottobre 2016

LA SPOSA BAMBINA IN FUGA: VERGOGNA UNIVERSALE!

“Io sposa bambina in fuga dalla Siria, la guerra ha distrutto la mia vita” – l’Espresso

espresso.repubblica.it – “Io sposa bambina in fuga dalla Siria, la guerra ha distrutto la mia vita”Scappata dal suo Paese dilaniato dagli scontri a fuoco, Afrah è stata costretta a un matrimonio precoce a 16 anni. A L’Espresso ha raccontato il suo incubo. Come lei ogni anno si contano 15 milioni di piccole spose. E il fenomeno tocca anche il nostro Paese  –  di Ginevra Nozzoli
Sposarsi a 15, 16, 17 anni con uomini che potrebbero chiamare “papà”. Piccole mogli che poi diventano piccole madri, costrette a matrimoni precoci per salvarsi dalla guerra, dalle fame e dalle violenze, strappate ai genitori, agli amici, alla scuola. E’ l’inferno delle spose bambine, 15 milioni nel mondo ogni anno, 42mila ogni giorno secondo i dati diffusi da Save the Children in occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze, con il rapporto Every Last Girl. Un quadro impietoso di un fenomeno che rientra tra le forme peggiori di discriminazione di genere. Il matrimonio precoce lede i diritti fondamentali di ragazzine minorenni, che in età scolare restano senza futuro, private della possibilità di istruirsi, formarsi, scegliere in libertà.
«Se non fosse stato per la guerra non mi sarei mai sposata così giovane. La guerra ha distrutto la mia vita e quella di tutti i siriani». Afrah (nome di fantasia) è una di loro, una baby sposa, fuggita da Al Rastan, città della Siria dell’ovest roccaforte dei ribelli sotto assedio delle forze di Assad, e rifugiata nel distretto di Akkara, nel nord del Libano. Due ore e mezza di macchina per lasciarsi alle spalle i colpi di artiglieria, e piombare in un altro inferno fatto di soprusi e solitudine, stavolta nell’intimità delle mura di casa. A L’Espresso ha raccontato quei mesi di agonia, presa in giro dai coetanei perché aveva già la fede al dito, maltrattata dall’uomo che avrebbe dovuto proteggerla.
«Avevo 16 anni quando i miei genitori mi hanno detto che dovevo sposarmi. Le nostre condizioni economiche erano diventate sempre più difficili. Non riuscivamo ad andare avanti, non c’erano soldi per tutti». Così mamma e papà hanno deciso per lei. Un marito avrebbe garantito il mantenimento economico e la protezione sociale della piccola Afrah. «Anche io a un certo punto ho cominciato a pensare che fosse la cosa più giusta da fare. In fondo, tutte le ragazze devono sposarsi. E’ scritto anche nel Corano».
Ricorda bene il giorno del suo matrimonio. «Ero nervosa, come lo sarebbe credo qualunque altra ragazza, e triste di lasciare i miei genitori, ma credevo che il mio futuro marito fosse una persona buona». Un pensiero quasi consolatorio, ma durato poco. «I problemi sono cominciati il pomeriggio dopo il matrimonio, Dio mi è testimone. Mi accusava di non essere verginee diceva che ero una vedova. Ma io, lo giuro, ero vergine. Ma lui continuava a dire che non mi credeva». La verginità della donna la prima notte di nozze è un elemento fortemente consolidato nella tradizione del matrimonio islamico, seppur senza espliciti riferimenti giuridici e variamente interpretato a seconda del contesto sociale.
«Glielo ripetevo, Dio mi è testimone, ma lui mi urlava contro e non mi credeva. Ho iniziato a pensare che fosse pazzo e che usasse delle droghe». Cambiava umore da un attimo all’altro, gli insulti seguivano senza ragione le parole dolci. Un incubo alimentato anche dai sensi di colpa: «Mi chiedevo cosa avessi fatto per meritarmi di essere trattata in quel modo». Afrah era quasi costretta al mutismo, zittita non appena apriva bocca. «Qualunque cosa gli dicessi lui non mi credeva. Qualunque cosa facessi mi diceva che avevo sbagliato. Sapeva solo urlare».
Poi le minacce. «Mi diceva che se avessi raccontato queste cose ai miei genitori loro mi avrebbero ucciso». E i tentativi di piegarla al suo volere. «Un giorno stavo facendo bollire l’acqua per preparare il tè. L’ho portato in camera ma lui mi ha ordinato di andar via dalla stanza. Non so cosa abbia fatto con il tè. Ma quando l’ho bevuto era dolce anche se io non avevo messo lo zucchero. Quando ho finito di bere non riuscivo più ricordare nulla».
Un dolore quotidiano diventato un macigno insopportabile dopo la morte del padre. «Sono esplosa e ho raccontato tutto a mia madre. Pensavo che ormai la mia vita fosse segnata e che non mi sarei mai potuta sbarazzare di lui». Con il sostegno della mamma, pentita di averla spinta al matrimonio forzato (“le ho rovinato la vita”), Afrah ha ottenuto il divorzio dopo una lunga battaglia legale, continuando a sopportare gli occhi addosso di amici, parenti e conoscenti. «Sento sempre ripetere da tutti: così giovane e già divorziata».
La sua testimonianza è una goccia nel mare.
Secondo gli ultimi dati di UNHCR, oltre il 6 per cento delle ragazze siriane tra i 12 e i 17 anni, rifugiate in Libano, viene costretto al matrimonio precoce. Qui, una volta lasciate le città di origine, rase al suolo dai bombardamenti, le famiglie si accampano nelle tendopoli informali o, per chi può permetterselo, in minuscoli appartamenti di periferia. Le opportunità di trovare un lavoro stabile sono ridotte al minimo, si può sperare forse in qualche mansione occasionale come braccianti nei campi. Le ragazze sposandosi danno una mano alla famiglia, grazie anche al pagamento della dote da parte dello sposo, un regalo o un compenso in denaro. Che in contesti di estrema fragilità può diventare l’unica ragione per spingere una bimba a sposarsi.
La guerra poi è solo una delle cause dei matrimoni precoci.
A volte bastano condizioni di estrema povertà, insieme alla legittimazione della pratica da parte di costumi e tradizioni radicati in contesti di villaggi e tribù rurali. Africa e Asia raccolgono i tassi più alti di spose bambine. Stando alle cifre fornite da Save the Children, l’India è in testa con il 47 per cento, segue la Nigeria con il 40, oltre il 50 per cento nelle regioni del nord ovest dell’Etiopia. Ma a fare ancora più paura sono i numeri delle bambine che ogni anno diventano madri: 16 milioni tra i 15 e i 19 anni, oltre un milione prima dei 15. Il parto e le complicazioni durante la gravidanza rappresentano, dopo i suicidi, la seconda causa di morte per le ragazze tra i 15 e i 19 anni, con circa 70mila ragazze che ogni anno perdono la vita.
Come combattere il fenomeno?
In seguito alle campagne di sensibilizzazione di donne attiviste, Ong e all’impegno dell’Onu in materia, quasi tutti i Paesi che hanno le percentuali più alte di spose bambine, dal Niger al Mali, dal Bangladesh all’Etiopia, dall’Uganda all’Afghanistan, hanno fissato a 18 anni il limite di legge per il matrimonio, ma i casi di reale applicazione della normativa sono pochi, specie nei territori isolati, lontani dalle città, dove aumenta il rischio di sposarsi adolescenti. E poi ci sono nazioni tagliate fuori. In Yemen dove il 32 per cento delle ragazze si sposa prima dei 18, non c’è età minima per il matrimonio, in El Salvador il quadro giuridico permette a tutte le ragazze di sposarsi con il consenso dei genitori, in altri 30 Paesi in via di sviluppo il permesso scatta a 14, 15 anni.
La legge da sola non è sufficiente.
Servono interventi concreti sul fronte dell’istruzione e della sensibilizzazione. Save the Children gestisce una serie di programmi a supporto delle ragazze più svantaggiate, sessioni informative che puntano a convincere le famiglie a ritardare i matrimoni fino almeno alla maggiore età. “L’educazione riveste un ruolo centrale nella protezione di bambine e ragazze dalle conseguenze drammatiche dei matrimoni precoci – spiega Helle Thorning-Schmidt, direttore generale di Save the Children International – è quindi quanto mai necessario che governi e donatori rafforzino il proprio impegno per offrire a bambine e ragazze un futuro ricco di opportunità e per mettere fine a matrimoni precoci e alle discriminazioni nei loro confronti”. Anche all’interno dei nostri confini.
Cosa succede in Italia
Nel nostro Paese non mancano casi di ragazze sposate giovanissime, ma soprattutto contro la loro volontà. Parliamo di adolescenti tra i 16 e i 20 anni, immigrate di seconda generazione, nate e cresciute nel nostro Paese. E’ cronaca recente la condanna di un padre che ha costretto la figlia di 15 anni, entrambi residenti nel padovano, a sposarsi in Bangladesh. La Cassazione ha stracciato la sentenza del Gup e il precedente patteggiamento a un anno e dieci mesi: l’uomo verrà processato nuovamente con rito ordinario, per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale.
“Provengono dal Pakistan, dal Bangladesh, dalla Turchia, da tutti quegli Stati dove il matrimonio combinato è una prassi più o meno consolidata” spiega all’Espresso Tiziana Del Pra, presidente della onlus Trame di Terra, una delle poche associazioni in Italia a essersi interessata del fenomeno con il progetto “Matrimoni forzati”. “A un certo punto la famiglia le porta nel paese di provenienza e le obbliga a sposarsi”. Da un giorno all’altro spariscono. Amiche e insegnanti non le vedono più. “Spesso lo sposo è un cugino di primo grado, perché la ragione principale è quella economica. La necessità di mantenere l’eredità all’interno della rete familiare”. In qualche caso insieme al tentativo di allontanarle dalle “troppe” libertà della cultura occidentale.
Le proporzioni del fenomeno 
“Dati ufficiali non esistono. Nel 2009 facemmo una ricerca regionale e intercettammo 49 casi in Emilia Romagna. Ma è una certezza che sono tanti ed è tanta la sofferenza di queste giovani donne. Nessuno ne parla, ma esiste”. E qualcosa forse comincia a muoversi. “Iniziano a chiedere aiuto, oggi gli strumenti per denunciare ci sono. Non c’è una legge in Italia che vieti il matrimonio forzato, Berlino sta andando verso questa strada, ma è una pratica che si può inserire comunque all’interno della violenza di genere. La convenzione di Istanbul lo inserisce tra le violazioni dei diritti umani”.
Spesso maltrattamenti e violenze svelano l’intero retroscena. Come accaduto a Maya, 20 anni, indiana nata e cresciuta vicino Imola, una delle ultime giovani che hanno chiesto aiuto alle operatrici di Trame di Terra. “Non voleva sposarsi, voleva studiare, le è stato imposto un matrimonio facendole scegliere tra le foto di tre cugini, lui si è accorto presto che lei non lo voleva e ha cominciato a picchiarla, non la faceva uscire di casa”. Lei ha trovato il coraggio. “E’ andata alla polizia e lo ha denunciato per le botte ricevute. E’ stata messa sotto protezione, lui è stato condannato”.

Nessun commento:

Posta un commento