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mercoledì 12 ottobre 2016

LA CLASSE

La tua classe non può fare a meno di te

Se esce uno, usciamo tutti. Uno strano pomeriggio all’istituto Montessori di viale Adriatico, Roma: tutti i bambini escono in anticipo, come i compagni con diversa abilità cui è stato chiesto di andar via per due ore ogni giorno .
Articolo di Marco Calabria
Senza di loro non vogliamo stare: se esce uno di noi, usciamo tutti. I bambini della scuola Montessori del quartiere romano di Montesacro indossano le magliette di una straordinaria protesta verso una discriminazione che non capiscono e non possono accettare. La mancanza degli insegnanti di sostegno, determinata dalla riduzione dei fondi destinati dal ministero dell’istruzione e dal Comune, aveva spinto la scuola a chiedere ai bambini con disabilità di uscire due ore prima ogni giorno. Una lezione esemplare sul tempo da vivere insieme e sull’educazione come antidoto all’indifferenza
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Foto Comune-info
di Marco Calabria
Una giornata col cielo tanto grigio da far sembrare questa una stagione senza colori. Capita, ma spesso è l’inganno che si nasconde nel pomeriggio d’autunno in città: siamo quasi sempre noi a scegliere un punto di vista che limita lo sguardo e cela l’orizzonte di senso. Mancano pochi minuti alle due. Alla Scuola Montessori di viale Adriatico, un edificio spento e squadrato che contiene molti mondi colorati, sogni a grappoli e saperi profondi, si prepara un momento speciale. Il quartiere Montesacro, la città-giardino degli anni Venti alla periferia nord-est della capitale, si condensa qui in una delle sue arterie più animate. Fuori ai cancelli della scuola, il consueto vociare delle mamme e dei papà che si accalcano per mostrarsi ai bambini è molto più intenso del solito. Piove ma sta accadendo qualcosa di importante.
Lo segnala, per una volta, l’orologio, uno dei nemici più spietati dell’esistenza infantile, l’avversario quasi invincibile che aggredisce i bambini sull’uscio dei sogni, alle prime luci del mattino: “Dai, svegliati. La colazione è pronta ma fai presto, stamattina ti ho lasciato dormire, adesso però devi correre…”. Non li mollerà fino a sera, il morso di quelle inesorabili lancette. Eppure, i bambini e le bambine sono grandi maestri nell’arte del “perdere” tempo, fosse anche solo due ore. Perdere tempo, un bell’ossimoro. Sì, un’assurdità che, nell’uso comune, rivela il senso ultimo di quel che proviamo a raccontare qui. Il tempo non si può perdere, si vive. Anzi, è proprio “perdendo” tempo che si vive e che si svela, con l’etimo ellenico, il significato approssimato ma più nobile della parola “scuola”: l’ozio, il trascorrere con piacere il proprio tempo.
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Il tempo che segna questa storia romana è di appena due ore ma l’importanza che segnala in questo giorno speciale l’orologio è un anticipo: i bambini escono prima. Come fino a ieri hanno dovuto fare Lily, Cristiano e gli altri cui è stato comunicato che devono andar via di scuola due ore prima degli altri. Perché? Perché una seconda elementare deve rinunciare, per due ore al giorno, a qualcuno dei suoi componenti? Perché deve amputare la sua interezza, facendo a meno non di qualcosa ma di qualcuno? Perché non ci sono soldi. Possibile? Sì, è possibile. E coloro a cui dovrebbe rinunciare, quelli di cui dovrebbe fare a meno la comunità, sono bambini che avrebbero diritto a una cura speciale perché un po’più fragili di quanto sono fragili gli altri e di quanto siamo fragili tutti. Fare a meno dei più fragili. Strano, no? Magari si potrebbe fare a turno, se è vero, com’è vero, che la classe è un insieme di persone diverse.
A quasi un mese dal primo giorno di scuola, invece, la situazione non è cambiata: mancano gli insegnanti di sostegno e quelli che ci sono, travolti da una Buona Scuola che comincia a spargere i suoi frutti velenosi, dividono le ore col contagocce. Anche le altre figure di “sostegno”, le assistenti educativo culturali (Aec), sono colpite da una drastica riduzione delle ore. Ai giornali romani non sembra vero, per questo secondo caso, di poter imputare alla vacillante giunta capitolina una delle più classiche emergenze sociali. Virginia Raggi, la sindaca, fa sapere intanto di aver trovato 3 milioni e 200 mila euro “per gli alunni disabili”. Saranno affidati ai municipi. Come a dire: ecco, questi sono i soldi che ho trovato, che altro volete da me? Al municipio III, quello di Montesacro, vanno 433.470 euro. Non basteranno, naturalmente, per assicurare un diritto non negoziabile, quello di andare a scuola come gli altri, per i 350 alunni non autosufficienti censiti nella zona. Eppure, a qualcuno sembrerà di certo strano, a noi pare che il problema non sia qui. E che non sia affatto risolto. img_20161011_145502
La stessa bella protesta dei bambini della Montessori (e di altre scuole del quartiere), con le splendide magliette “Se esce uno, usciamo tutti”, indica un altro punto di vista possibile. Un punto di vista che, con qualche timore di essere fraintesi, potremmo forse definire non monetizzabile. Non perché i fondi necessari siano poco importanti, ci mancherebbe altro, ma perché non basta misurarli in termini quantitativi e secondo la disponibilità del momento. Come una variabile dipendente, insomma. Affrontare un tema come questo – un tema che investe la complessità della discriminazione e, per fortuna, anche del suo rovescio, la solidarietà -, limitandosi ad avvalorare la chiusura della pratica con lo stanziamento ottenuto, significa provare a chiudere un ragionamento invece di aprirlo. Una cosa che la scuola, ci pare, non dovrebbe fare mai. La reazione delle istituzioni, di tutte le istituzioni coinvolte in questa esemplare vicenda, sembra un po’ il contrario di quel che nel secolo scorso era riuscita ad affermare il medico Maria Montessori applicando i principi della pedagogia speciale ai bambini “normali”. Mostrava così, l’educatrice che seppe cambiare la prospettiva con cui guardare a un’aula pensata a misura di adulto, l’enorme debito che la scuola italiana, tutta la scuola italiana, ha ancora oggi nei confronti dei bambini con diversa abilità.
E’ del tutto assurdo chiedere a un bambino che mostra maggiori fragilità di andarsene due ore prima degli altri. Perché la scuola deve saper accogliere, deve essere il primo luogo di una società che trasforma le discriminazioni in nuove possibilità da aprire. Affermare che questa funzione può essere condizionata da fondi che non ci sono, è un po’ come sostenere che le scuole che sono più brave devono aver più soldi di quelle che hanno difficoltà. Che va premiato, monetizzandolo, il merito, un feticcio letale dei nostri tempi. E qui la prima cittadina romana ha solo da scegliersi i punti di riferimento, perché il senso di molte delle riforme proposte in questi ultimi anni dai suoi detestati avversari va tutto esattamente in quella direzione. I soldi servono, ça va sans dire. A maggior ragione in questo caso, però, non possono essere una variabile dipendente. Soprattutto perché per far sì che le differenze diventino un’inestimabile ricchezza per ogni classe, al di là delle facili esaltazioni retoriche “differenzialiste”, c’è bisogno di molta fatica e molto lavoro, quindi anche di molte persone. A questo servono gli insegnanti, quelli di sostegno e quelli “normali”, a fare una scuola diversa da quella che c’è. E servono tutti, naturalmente, a tutta la classe. Non solo ai bambini “disabili”. Quelli della seconda C l’hanno capito subito e hanno fatto le magliette. Malgrado la propaganda del circo mediatico e di quel che resta di partiti vecchi e nuovi, non sono le riforme, i ministri, le tecnologie o l’ossessione delle verifiche a cambiare le cose in profondità, nella scuola. I cambiamenti veri possono farli solo le persone che vanno in aula, ogni giorno.
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La scuola italiana è stata tra le prime nel mondo, anche grazie alla signora cui si è voluto dedicare l’istituto di viale Adriatico, a porsi in modo efficace nei confronti dei ragazzi “portatori di disabilità”. Lo ha fatto intuendo che sarebbe stata necessaria una crescita comune delle relazioni sociali tra i ragazzi e tra i docenti di sostegno e quelli curricolari, ogni maestro diventava così maestro di tutti, senza paratie e senza indifferenze. Sarebbe stato bello sentire da parte delle istituzioni qualche parola sulle differenze, quelle sociali e quelle che più direttamente esprimono il portato delle emozioni e delle storie vissute. Quelle di linguaggio e quelle generate dalle informazioni o dalla loro mancanza, dalla caduta verticale del pensiero critico che ha investito anche la scuola con un impatto senza precedenti. Nessuna esaltazione e nessuna semplificazione, per carità. La vita dei bambini, quando sono insieme, è qualcosa di molto più importante di una semplificata convivenza senza conflitti. Resta una cosa seria da affrontare con la necessaria e delicata leggerezza.
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E sarebbe stato bello, magari proprio in questa occasione, riconoscere la capacità di ascoltarli, i bambini. Perché se le magliette le hanno fatte i genitori, i disegni li hanno fatti loro, i bambini. Portatori di handicap, tutti e in diverso modo, ma anche portatori di una curiosità verso il mondo ben diversa da quella dei media calati a cercare qualche “protagonista” della protesta. Portatori, per dirla tutta, di una qualità delle relazioni sociali molto più alta di quella degli adulti e delle loro istituzioni.
C’è sempre molto da imparare in una giornata d’autunno che sembra senza colori, soprattutto se si ha a che fare con una piccola comunità che, avendo molto tempo da perdere, impara a conoscersi lavorando anche sulle proprie fragilità. Una comunità che si auto-educa e che oggi ha educato gli altri a vincere l’indifferenza. Qualcosa di molto raro nelle galassie adulte, qualcosa di molto difficile da monetizzare.
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