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mercoledì 19 ottobre 2016

LA CINA APRE A DUTERTE

Cina, braccia aperte a Duterte



ALTRENOTIZIE
di Mario Lombardo 
Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è sbarcato martedì a Pechino per una visita ufficiale che sarà seguita con particolare apprensione negli Stati Uniti. La prima trasferta all’estero del discusso leader filippino, al di fuori dei paesi dell’area del sud-est asiatico, rappresenta una sorta di suggello alle aperture fatte alla Cina a partire dal suo insediamento a Manila nel giugno scorso e, allo stesso tempo, manda un segnale inequivocabile a Washington della svolta strategica in atto in quello che sembrava fino a pochi mesi fa uno degli alleati più affidabili in Estremo Oriente.

L’arrivo di Duterte in Cina è stato preceduto da una serie di commenti sulla stampa del regime per celebrare l’occasione di ristabilire relazioni amichevoli tra i due paesi vicini. Un articolo dell’agenzia di stampa Xinhua ha ad esempio elogiato il presidente filippino per avere messo da parte l’atteggiamento ostile del suo predecessore, il fedelissimo di Washington Benigno Aquino, e non avere assecondato le provocazioni di paesi, come gli Stati Uniti, che intendono intromettersi nelle contese territoriali del Mar Cinese Meridionale.

Il commento definisce significativamente la visita di Duterte come una “prova del nove” per dimostrare la “sincerità” e il “buon senso politico” della nuova amministrazione filippina. Soprattutto, Manila dovrà evitare qualsiasi pressione sulla Cina in conseguenza della recente sentenza dell’Arbitrato Permanente de L’Aia sulle dispute nel Mar Cinese Meridionale, scaturita da un’istanza filippina – dietro “consiglio” americano – e fortemente critica delle posizioni di Pechino.

Questo punto di vista riflette senza dubbio quello del governo cinese, il quale prospetta importanti “ricompense” al vicino nel caso il processo di distensione dovesse andare a buon fine. Manila potrebbe cioè raccogliere frutti non solo in ambito politico e diplomatico, ma anche e soprattutto in quello economico, dove evidentemente gli Stati Uniti faticano a competere.

Altrettanto rivelatore è anche l’insistito appoggio manifestato da Pechino alla vera e propria guerra dichiarata da Duterte alla criminalità e, in particolare, al narcotraffico. Questa battaglia si sta risolvendo in realtà in una strage sommaria di presunti criminali per mano delle forze di polizia e di squadre della morte al servizio delle autorità.

Il governo americano aveva inizialmente appoggiato l’iniziativa di Duterte ma ha in seguito espresso perplessità, non tanto per scrupoli legati ai diritti umani dei giustiziati, quanto per utilizzare le esecuzioni come arma di pressione su un presidente sempre più critico del potente alleato.

La Cina, insomma, prospetta alle Filippine di Duterte promesse di ingenti investimenti in un’economia sì in crescita ma segnata anche da grave arretratezza, nonché da colossali disuguaglianze e ampie sacche di povertà. Il tutto senza muovere critiche ai metodi apertamente fascisti del presidente-sceriffo.

Non a caso, Duterte è arrivato in Cina con al seguito centinaia di uomini d’affari filippini, nella speranza di siglare accordi che la stampa internazionale stima in svariati miliardi di dollari. Le principali motivazioni dietro alle aperture alla Cina del presidente del paese-arcipelago sono state spiegate da lui stesso in un’intervista concessa sempre all’agenzia di stampa Xinhua prima della partenza per Pechino.

Duterte si è rammaricato del fatto che l’economia filippina sia stata superata nell’ultimo decennio da quelle di molti paesi vicini, mentre gli ambiziosi progetti per la costruzione di infrastrutture cruciali restano irrealizzabili per “mancanza di capitali”. Se, dunque, la Cina dovesse offrire a Manila “l’assistenza che ha già dato ad altri paesi”, le Filippine “sarebbero liete di far parte dei piani grandiosi [di Pechino] per l’intera Asia”.

Quest’ultima affermazione delinea una precisa scelta strategica da parte di Duterte, quella cioè di portare le Filippine all’interno del progetto cinese di integrazione economica del continente asiatico. E ciò è precisamente quanto Washington intende contrastare, tanto più se i paesi intercettati dall’orbita di Pechino sono alleati storici degli Stati Uniti.

L’altro schiaffo di Duterte agli americani consiste nel rifiuto a utilizzare la sentenza sul Mar Cinese Meridionale citata in precedenza per esercitare pressioni su Pechino. L’amministrazione Obama si aspettava senza dubbio un’azione incisiva da parte del governo filippino su questo fronte, ma il voltafaccia di Duterte ha lasciato per ora nelle mani di Washington un’arma spuntata.

Con un chiaro riferimento al verdetto dell’Arbitrato de L’Aia, nell’intervista a Xinhua, il presidente filippino ha affermato che “non c’è ragione nel combattere per uno specchio d’acqua”, mentre ciò che il suo governo persegue nei rapporti con la Cina è “cooperazione”, “amicizia” e, “soprattutto, business”. Oltretutto, nell’auspicare un’accelerazione del dialogo con Pechino, le Filippine non intendono ricorrere alla mediazione di paesi ostili alla Cina.

La predisposizione così mostrata da Duterte non esclude in ogni caso motivi di frizione con la Cina. Per cominciare, anche per ragioni di politica interna, il presidente dovrà risolvere la disputa con Pechino sul divieto imposto ai pescatori filippini di operare nelle acque del conteso atollo di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale, controllato dalla Cina.

Secondo la Associated Press, le due parti stanno negoziando sulla questione e al momento non è ancora chiaro se il comunicato che seguirà il faccia a faccia di giovedì tra Duterte e il presidente cinese, Xi Jinping, conterrà un qualche riferimento ad essa.

Un editoriale della testata cinese in lingua inglese Global Times, la quale riflette le posizioni del regime sulle questioni di politica estera, ha riconosciuto la necessità per Duterte di ottenere qualche risultato sulla questione della pesca. Pur affermando la non negoziabilità della sovranità cinese, Pechino potrebbe comunque “adottare una politica flessibile sui diritti ittici delle Filippine”, anche come ricompensa per la “ferma posizione [di Duterte] nel non assecondare la strategia anti-cinese degli Stati Uniti”.

Anche sul fronte militare, Duterte ha minacciato nuovamente di stravolgere i rapporti con gli Stati Uniti. Facendo seguito a quanto già preannunciato nei mesi scorsi, il presidente filippino ha confermato a una rete televisiva di Hong Kong qualche giorno fa che in futuro non si terrà più nessuna esercitazione militare tra le forze armate del suo paese e quelle americane. Duterte si è detto poi disponibile a valutare la possibilità di organizzare esercitazioni con Russia e Cina, lasciando intendere che questi paesi potrebbero diventare fornitori di armi delle Filippine, nonostante gli approvvigionamenti in questo ambito siano quasi monopolizzati dalle aziende statunitensi.

USA e Filippine, inoltre, sono legate da un trattato di “mutua difesa” fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso e, nel 2014, l’amministrazione Aquino ha sottoscritto un’intesa sulla cooperazione in ambito militare che consente alle forze armate americane di utilizzare le basi in territorio filippino, sia pure in maniera “non permanente”.

Se le uscite anti-americane di Duterte continuano ad alternarsi a dichiarazioni relativamente rassicuranti sul mantenimento dell’alleanza con Washington, è inevitabile che gli Stati Uniti seguano con estrema preoccupazione la possibile trasformazione degli orientamenti strategici delle Filippine. Se gli sviluppi osservati in questi mesi dovessero persistere, non è da escludere che gli USA possano mettere in atto una qualche manovra diretta a screditare, se non addirittura a rimuovere, il presidente filippino.

Tra la classe dirigente del paese del sud-est asiatico, d’altra parte, vi sono forti resistenze al ribaltamento degli orizzonti strategici prefigurati da Duterte. A esprimersi apertamente contro il presidente negli ultimi giorni è stato, tra gli altri, uno dei suoi predecessori, l’88enne Fidel Ramos, che la settimana scorsa aveva definito “deludente” il bilancio iniziale del nuovo governo di Manila, mentre, poco prima della visita in Cina, ha affermato che Duterte “non può risolvere da solo tutti i problemi del paese”.

A spiegare lucidamente la posta in gioco nel triangolo USA-Cina-Filippine è stata infine sempre la testata on-line Global Times, la quale ha scritto martedì che Manila “svolge un ruolo speciale negli scenari legati al Mar Cinese Meridionale”. Le Filippine sono “la pedina ideale di USA e Giappone per intervenire nelle questioni del Mar Cinese Meridionale” e, infatti, durante la presidenza Aquino, Manila ha messo in atto gravi provocazioni nei confronti di Pechino proprio perché aveva l’appoggio di Washington e Tokyo.

Se, però, l’equazione Cina-Filippine dovesse cambiare e i due paesi tornassero a intrattenere relazioni cordiali, non solo le manovre nel Mar Cinese ma addirittura l’intero progetto di riallineamento strategico in Asia degli Stati Uniti, com’è ovvio in funzione anti-cinese, potrebbe essere messo seriamente in discussione.

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