“Sto vivendo una situazione paradossale, ho svenduto la mia vita e so anche come andrà a finire: mi isoleranno sempre di più, dicendo che cerco solo pubblicità. Così io non intendo andare avanti”. È uno sfogo amaro quello di Angelo Cambiano, il sindaco di Licata che ha annunciato l’intenzione di dimettersi a partire da lunedì prossimo, quando dalla sua elezione non saranno trascorsi neanche due anni. Il motivo? La battaglia per le demolizioni delle case abusive, una piaga che negli anni ha contaminato la maggior parte dei centri dell’isola.
Da Trapani a Messina, fino a Triscina, Agrigento e Siculiana, sono centinaia le sentenze di abusivismo edilizio passate in giudicato da anni, a volte persino da decenni: interi quartieri totalmente illegali senza che nessuno abbia mai fatto rispettare la legge. Così non è stato a Licata, dove Cambiano ha inaugurato dopo il suo insediamento un’inedita lotta all’abusivismo cittadino. E i risultati si sono visti subito. “Io voglio solo ripristinare la legalità. Ma se le case abusive vengono demolite solo a Licata, mentre negli altri comuni, immobili nelle stesse condizioni non vengono toccati, allora è ovvio che i miei cittadini non sentiranno mai la presenza dello Stato, avvertendo la nostra opera solo come una minaccia: la verità è che mi stanno isolando sempre di più”, dice il sindaco a ilfattoquotidiano.it.
Eppure nel maggio scorso nella città in provincia di Agrigento erano arrivati i primi cittadini di mezza Sicilia, guidati dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, per stringersi attorno a quello che veniva indicato come il “sindaco demolitore”, vittima di una pesante intimidazione: avevano dato alle fiamme l’abitazione di suo padre. In quelle ore di clamore mediatico non si contavano i comunicati stampa, le dichiarazioni e i pubblici elogi per quell’amministratore che nel suo comune aveva iniziato a fare rispettare la legge rischiando in prima persona. Cinque mesi dopo, però, sulle ruspe di Licata è tornato il silenzio.
“Io attendo ancora che il governatore Rosario Crocetta attivi il comitato regionale per le demolizioni propedeutico all’azione del genio militare. Se io sono dovuto intervenire è stato soltanto perché altrove si è rimasti immobili. Hanno detto: un sindaco onesto va tutelato. E invece io non ho neanche i soldi per pagare gli straordinari ai vigili urbani. Ma lei lo sa che Licata è stata esclusa dal Patto per il Sud, mentre alla vicina Gela, città del governatore Crocetta, andranno 90 milioni di euro?”, racconta il sindaco della città agrigentina, dove fino ad oggi sono stati abbattuti 22 manufatti abusivi e 216 immobili sono stati acquisiti al patrimonio comunale. “La presenza dello Stato, però, non può farsi sentire solo con le demolizioni. Questa è politica non è lotta per la legalità: perché altrove le demolizioni non sono partite? Glielo dico io: a un anno dalle elezioni chi è che rischierebbe di perdere i voti degli abusivi?”, si sfoga sempre il primo cittadino.
A Licata intanto la tensione rimane alta: dopo l’intimidazione, a Cambiano è stata assegnata una scorta, mentre nelle scorse settimane è stata data alle fiamme anche l’automobile del dirigente comunale all’Urbanistica. “È inutile girarci intorno: il clima non è buono. Mi aspettavo molto di più da parte della politica regionale e nazionale, ma ho avvertito vicinanza solo da parte della prefettura”. Per questo motivo il sindaco di Licata ha intenzione di fare un passo indietro. “Se non mi arriveranno risposte chiare da parte del governo nelle prossime ore, io lunedì mi dimetto. Il bello è che so già come andrà a finire”. Come andrà a finire? “Cercheranno di spegnere il caso Licata dopo una serie di proclami sulla legalità. È il solito ritornello: armiamoci e partite. Anzi parto, io da solo, che vengo ormai visto come un appestato. Se continua così, tanto vale andarsene”.