Se come diceva De André dal letame nascono i fiori, dall’inventore della dinamite può nascere perfino il premio Nobel per la Pace. Mancano poche ore all’assegnazione del prestigioso riconoscimento umanitario per il 2016 e il rimescolamento di candidati ripropone il solito balletto di nomi più o meno calzanti. Intanto è stato l’anno dei record per le candidature al Nobel per la Pace: ben 376 i candidati presentati, tra cui 228 singole personalità internazionali e 148 tra organizzazioni formali e gruppi più informali. Già perché tutte le agenzie di scommesse danno al primo posto quella che potrebbe diventare una vittoria storica davvero “popolare”, dopo i già importanti vincitori nel 2015 del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino.
Candidati gli isolani greci per l’accoglienza ai migranti e i caschi bianchi in Siria
Si tratta di un gruppo di persone senza nome, definito “gli isolani greci” che viene dato 1:2,25 davanti a tutte le altre candidature più formali e tradizionali come primi ministri e organizzazioni umanitarie. Proprio dove questi ultimi hanno latitato in efficienza, cioè sul fronte dell’accoglienza concreta dei migranti verso l’Europa, gli abitanti  delle isole del Dodecaneso di fronte alla costa turca (Lesbo, Kos, Chio, Samo, Rodi e Lero) si sono guadagnati il riconoscimento dei membri dell’Accademia svedese facendo finire dietro di sé l’attenzione su figure più blasonate come la cancelleria tedesca Angela Merkel o Papa Francesco (entrambi dati 1:7). Anche se non si trova nessuna quotazione a riguardo assieme alla sorpresa degli “isolani greci” vengono citati in ogni dove “i caschi bianchi della Siria”, quel gruppo di persone altrettanto comuni, barbieri, sarti, ingegneri, insegnanti, che si adoperano per scavare a mani nude sotto le macerie del conflitto siriano pochi minuti dopo che le loro città e paesi sono stati distrutti dalle bombe. La campagna a loro supporto, The Syria Campaign, ha raccolto i finanziamenti di moltissime star di Hollywood e dello star system britannico. Insomma sembra l’anno in cui l’Accademia di Svezia pare rievocare con più insistenza la crisi di coscienza del fondatore del premio, Alfred Nobel, inventore della dinamite, che per il senso di colpa rispetto alla sua invenzione decise di istituire per via testamentaria il premio omonimo a chi si fosse distinto per ottenere risultati di eccellenza in diversi campi della società, tra cui la pace.
In calo quotazioni Santos e London dopo referendum sul trattato di pace tra Colombia e Farc
Dopo il rigetto popolare del referendum sul trattato di pace tra Colombia e Farc, il ribasso delle quotazioni dei due superfavoriti al Nobel 2016, il presidente colombiano Juan Manuel Santos e il leader dei ribelli comunisti Rodrigo London, hanno fatto scalare posizioni verso l’alto nelle ultime ore ai protagonisti dell’accordo nucleare in Iran (John Kerry e Javad Zarif), alla storica attivista russa per i diritti umani Svetlana Gannushkina, e al ginecologo congolese Denis Mukwege che si è occupato dei danni fisici provocati dagli stupri nelle zone di guerra. Con loro però in questo bizzarro testacoda delle candidature al Nobel per la Pace appaiono anche Edward Snowden (1:50), Susan Sarandon (1: 250), la coppia Angelina Jolie-Brad Pitt (1:500), e perfino il candidato repubblicano alla presidenza statunitense, Donald Trump dato 1000 a 1 con la seguente motivazione, segnalata dall’agenzia AGI, “per la sua vigorosa ideologia che va oltre la pace”.
La delusione per Obama, la candidatura di Putin e i dimenticati  Kissinger e Mahatma Gandhi
Lo stessa sorpresa si verificò quando nel 2013 fu Vladimir Putin a finire candidato come Nobel per la Pace. Anche se poi a Barack Obama, il Nobel vinto nel 2009 (“per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”) non venne mai perdonato, proprio perché donato più per l’entusiasmo e la fiducia riposta in lui come primo presidente nero degli Usa che per gli effettivi sforzi fatti in materia di pace ad un anno dalla sua elezione. Basti accostare ai primi otto/nove mesi di mandato di Obama l’ “attività” intensa e indefessa di alcuni Nobel per far emergere la superficialità di quell’assegnazione.
Nel 1991 quello dato all’attivista birmana Aung San Suu Kyi dopo 30 anni di resistenza passiva alla dittatura del suo paese; quello a Rigoberta Menchù nel 1992 dopo quindici anni di dure lotte sociali nel Centro America; o al terzetto Rabin/Peres/Arafat nel 1994 dopo un lavorio diplomatico di anni tanto continuo quanto, purtroppo, finito nel nulla. Per non dire della amnesie epocali degli Accademici di Svezia che vollero Nobel per la Pace nel 1973 il segretario di stato Usa, Henry Kissinger, paradossalmente per aver concluso i negoziati di pace sul Vietnam di Parigi, ma che non hanno mai incluso un leader come il Mahatma Gandhi.