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giovedì 13 ottobre 2016

C'ERA UNA VOLTA IL GIULLARE

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Ricordo di Dario Fo

DI PIERGIORGIO ODIFREDDI
Il non senso della vita
Dopo aver perso agli inizi dell’anno Umberto Eco, Milano perde in autunno anche Dario Fo, e rimane culturalmente orfana. Due intellettuali così diversi sarebbe stato difficile non solo partorirli, ma addirittura immaginarli. Il primo era infatti il simbolo della ragione e del politicamente corretto, e amava dissertare e frequentare il Palazzo. Il secondo è stato invece l’alfiere dell’intuizione e del politicamente scorretto, e ha passato la vita a recitare e a sostenere il dissenso. Non è un caso che alla fine Eco e Fo abbiano trovato il loro approdo politico in Renzi e Grillo.
Io ricordo i due insieme una volta sola, il 20 settembre 2004 a Milano, appunto, quando Saramago venne a presentare il suo Saggio sulla lucidità con Eco, e Dario Fo apparve all’ultimo momento tra il pubblico. Fo aveva vinto il Nobel nel 1997,proprio in uno spareggio con Saramago, e dopo l’annuncio della vittoria l’aveva chiamato chiedendogli scusa per avergli soffiato il premio, ma annunciandogli una sua prossima vittoria futura: cosa che avvenne, puntualmente, l’anno dopo. Certo Fo aveva più affinità intellettuale e politica con Saramago che con Eco, e credo si trovasse più a suo agio con il primo che con il secondo.
Io l’avevo conosciuto qualche anno prima, il 20 novembre 2000, a una puntata del Filo di Arianna di Lorenza Foschini su Rai2, dedicata ai linguaggi alfabetico e digitale. Continuammo a discutere anche dietro le quinte, nonostante lui si fosse ripreso da poco da un ictus, e fosse costretto a tenere un fazzoletto inumidito in testa per non affaticarsi. Mi diede i suoi numeri di telefono, e mi disse di chiamarlo. Lo feci, e ne nacque poi un’intervista che pubblicai su Repubblica e che lui fece mettere sul suo sito.
Quando facemmo il primo Festival di Matematica nel 2007, Fo ci onorò con una sua lezione spettacolo su La scoperta dello scorcio scientifico, nella quale parlò della prospettiva e disegnò dal vivo sui lucidi, nonostante avesse una mano ormai tremolante. Durante la giornata aveva attirato l’attenzione del pubblico passeggiando all’Auditorium con un cappotto nero che gli arriva fino ai piedi, come sul set di un film di Sergio Leone. La gente lo assediò per salutarlo, ma lui volle incontrare John Nash: un colloquio abbastanza surreale fra due grandi vecchi che non parlavano le rispettive lingue, e che consistette soprattutto di pregnanti silenzi.
Stare zitto, o quasi, era comunque tipico per Nash, ma certo non per Fo. Il quale, anzi, era solito conversare ininterrottamente, anche mentre era intento a far altro. Nella sua grande casa piena di quadri e cimeli, ad esempio, mi è successo più volte di parlare con lui mentre era intento a disegnare o dipingere su un grande tavolo, spesso con le mani imbrattate di colori. Il suo stile era singolare, colorito ma un po’ rozzo, e io trovavo un po’ strano il suo modo di ripercorrere la storia dell’arte. Nel corso degli anni ha prodotto un gran numero di volumi illustrati dedicati ai grandi pittori, che lui studiava con passione e sui quali faceva conferenze illustrate.
Nella mia biblioteca ho un’intera sezione di quei libri con le sue dediche: sempre con il nome scritto sbagliato, e sempre con errori diversi. Provò anche a regalarmi qualche suo quadro, dicendomi di scegliere cosa mi piaceva. Ma confesso che avevo difficoltà a scegliere fra i suoi “miglioramenti” dei classici, che consistevano nello stampare a colori e in dimensioni reali qualche capolavoro del passato, e nell’aggiungerci poi qualche pennellata qua e là. Ma un giorno vidi un suo Albero della vita su un libro, e gli dissi che quello mi sarebbe piaciuto. Dopo qualche tempo lo ricevetti a casa: me l’aveva rifatto, visto che l’originale era finito chissà dove, ed era perfetto.
Per un certo periodo, avevo preso l’abitudine di andare a trovare Fo quando passavo a Milano. Qualche volta mi è capitato anche di fermarmi a cena, quando ormai la persona di servizio era andata via. Lui metteva in tavola qualcosa che lei aveva preparato, ci sedevamo al tavolo rustico della cucina e lui continuava a parlare, interrotto soltanto ogni tanto da una fugace apparizione di Franca Rame, tutta infreddolita e avvolta da una coperta.
In almeno un paio di occasioni abbiamo “calcato le scene” insieme. Il 2 dicembre 2010, ad esempio, al Teatro Franco Parenti facemmo una serata a due intitolata Il geometra e il giullare, in cui lui presentò L’osceno e il sacro e io C’è spazio per tutti. Fu divertente perché, essendo appunto lui un uomo di spettacolo, prima della presentazione arrivarono paparazzi e giornalisti e io fui fotografato e intervistato con lui.
In precedenza, il 16 febbraio 2009, Fo era invece intervenuto alla libreria Feltrinelli per presentare il mio libro In principio era Darwin. Fece naturalmente uno show, e io mi divertii molto, anche se le sue idee su Darwin e l’evoluzionismo erano a dir poco “inventive”. Ma il suo interesse era reale, e lo dimostra il fatto che il suo ultimo libro, uscito pochi giorni fa, si intitoli appunto Charles Darwin. Ma noi siamo scimmie da parte di padre o di madre? 
Non so se Dario sapesse che la battuta era di un vescovo: il notorio Samuel Wilberforce, che fece nel 1860 il primo dibattito sull’evoluzionismo contro Thomas Huxley, il “mastino di Darwin”. Fu appunto lui a domandare al biologo se lui discendesse dalle scimmie da parte di madre o di padre, ma ricevette la risposta che si meritava: “Io trovo meno vergognoso discendere da una scimmia, che da una persona che usa la propria intelligenza per oscurare la verità”.
Il libro di Fo non l’ho ancora letto, ma temo di sapere come egli affronti Darwin: alla stessa maniera in cui affrontò Galileo, una volta che lo invitammo, sempre nel 2009, a partecipare a una presentazione di Galilei e l’abisso di Enrico Bellone. Il libro raccontava di un dialogo in dialetto padovano sull’eliocentrismo del 1605, attribuito a un tal Cecco di Ronchitti da Bruzene, che era probabilmente uno pseudonimo di Galileo stesso. Fo mi aveva detto una volta di averlo letto, e invece di venire di persona ci mandò la registrazione di uno spettacolo teatrale in cui l’aveva messo in scena.
Dopo la presentazione del libro proiettammo il video, e con Bellone ci accorgemmo che non conteneva nemmeno una parola del vero dialogo. Qualche giorno dopo chiesi a Fo cosa fosse successo, e lui mi rispose che l’aveva “adattato”. Ma naturalmente da lui ci aspettavamo precisamente questo: che facesse l’attore e l’uomo di spettacolo, visto che gli scienziati sapevamo farli da soli. Ed è così che lo ricorderemo: come un grande animale da palcoscenico, oltre che come un uomo coraggioso: un attore-uomo e un uomo-attore, che fino all’ultimo ha continuato a recitare con la schiena diritta il copione di quella grande pièce teatrale che è la vita.

Piergiorgio Odifreddi
Fonte: http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/
Link: http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2016/10/13/ricordo-di-dario-fo/
13.10.2016

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