In uno dei passi più noti del Fedro, Platone denuncia la pericolosità della scrittura. Questa, ci mostra il filosofo, non è semplicemente la pedissequa registrazione della parola orale, ma un evento latore di sconvolgimenti epocali. Ebbene, dal caos del nostro mondo gremito di informatica e silenzi, non siamo ancora riusciti a comprendere pienamente le implicazioni di questa geniale intuizione. Potrebbe stupirci, infatti, come in assenza della scrittura – o meglio, di una specifica scrittura – la scienza, la storia, la giurisprudenza e perfino l’economia non esisterebbero affatto. Ma c’è di più: non esisterebbero nemmeno la schiavitù e la prostituzione. Per assimilare questa controintuitiva affermazione occorre prendere le mosse da molto lontano.
I requisiti affinché una scrittura abbia potuto anticamente generarsi presso un popolo sono numerosi e specifici: la stanzializzazione, la disponibilità di supporti materiali per la registrazione, la sua diffusione intersoggettiva, la sua comprensione ed affermazione come abito. Poche righe non possono rendere l’idea della contingenza di un processo il cui sviluppo è incredibilmente lento (in Mesopotamia, ad esempio, questo durò all’incirca dall’8000 a.C. Al 3000 a.C.!). Un ulteriore requisito, paradossalmente, è la presenza del baratto, poiché la scrittura si origina di fronte all’esigenza di registrare (molto approssimativamente, inizialmente per mezzo di nodi o sassi) occasionali scambi di beni. Solo col passare dei millenni, la scrittura muterà faticosamente dalla sua espressione oggettuale (sasso) alla stilizzazione (sasso con incisione), dunque all’integrale sostituzione con il simbolo (la sola incisione); non meno lentamente, dalla scrittura ideografica si assisterà molto successivamente allo strutturarsi di un alfabeto fonetico-sillabico.
Ma, per meglio osservare le implicazioni materiali dell’avvento della scrittura e la sua evoluzione, prendiamo ad esempio la storia dal 3000 a.C. in poi della Mesopotamia, terra in cui la pratica monetaria si affermò con particolare pervasività. Nella società mesopotamica, fortemente gerarchizzata, le terre erano detenute dai templi in nome degli dèi. Esse venivano affidate a contadini, i quali, dal proprio lavoro, traevano il sostentamento necessario per loro, oltre a provvedere a quello del sovrano e della casta sacerdotale. Quest’ultima si occupava, tra le altre cose, della redistribuzione di sementi, attrezzi e mangimi ai contadini, dell’assegnazione dei loro compiti nei campi, nonché dell’esazione dei tributi. Vi è dunque una bidirezionalità: i lavoratori prestano le loro corvée, delle quali i funzionari del tempio ed il sovrano beneficiano e questi ricambiano con servizi, quali infrastrutture e concessioni terriere. Con il perfezionamento della scrittura, il tempio, perno di una società così centralizzata, cominciò a poter gestire più accuratamente l’economia fino a svolgere funzioni simili a quelle di una banca, concedendo prestiti (senza interesse) e registrando la contabilità di singoli o gruppi – un equivalente degli odierni assegni o carte di credito. La scrittura consentì di estendere, perfezionare e quantificare sempre più precisamente l’esazione, la cui riscossione poteva anche non avvenire più personalmente, ma mediatamente. In seguito a tutto ciò, dal 2500 a.C. circa si assistette ad un ciclico processo di indebitamento di piccoli contadini liberi nei confronti dei loro maggiorenti, che degenerò nella vendita di familiari e di se stessi, nonché nell’esproprio dei fondi ereditari. Così, la condizione dei contadini sfumò dal libero lavoro di una terra ‘pubblica’ alla dipendenza di creditori ‘privati’. Drastica fu la riduzione del potere centrale, il quale escogitò la pratica della “rottura delle tavolette”, ovvero l’estinzione di tutti i debiti all’insediamento di ogni nuovo sovrano, per contenere la sempre crescente forbice socioeconomica. Ciò non fu, tuttavia, sufficiente a frenare una pratica monetaria-scritturale ormai autonomamente avviata, la quale, incolume dall’intervento centrale, si sarebbe gradualmente riprodotta fino a causare il declino storico dell’intera Mesopotamia.
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Schiavi che fabbricano mattoni. Monumento funebre egiziano, 1400 AC
Questo resoconto merita alcune considerazioni. In primo luogo: la scrittura nasce come pratica per registrare il debito, innanzitutto con una funzione esclusivamente mnemonica, ma la sua introduzione ha una sensibile conseguenza: la trasformazione dall’approssimazione qualitativa dello scambio all’esattezza quantitativa. È esattamente il passaggio dal rapporto di dono alla transazione economica: se incidentalmente un contadino si fosse ritrovato impossibilitato a sdebitarsi (magari per cause accidentali, come la siccità o il maltempo), in un rapporto di dono gerarchico il creditore avrebbe potuto estinguere il debito, ottenendo così prestigio sociale e l’indebitamento morale del contadino, la sua gratitudine. A questo scambio personalistico, consuetudinario ed approssimativo se ne sostituisce uno in cui, come ammoniva Platone, lo scritto si emancipa dal suo autore ed influisce autonomamente sulla realtà. Gli scambi potranno non avvenire nemmeno in forma personale, ma mediata, ed il debito non pagato resterà registrato e cumulabile. La stessa scrittura che aiutava a ricordare, consente ora di esigere. In secondo secondo luogo: la scrittura causa un’obiettivazione impersonale degli agenti economici e ne estingue la reciprocità. Il sistema mesopotamico, infatti, è familistico-paternalista: le caste altolocate hanno dei doveri conseguenti alla loro posizione sociale, fra i quali la redistribuzione dei beni per la sussistenza; concordemente, anche i contadini presteranno servigio con riconoscenza. La bidirezionalità menzionata più sopra è una reciprocità che lega i subordinati ai sovraordinati e viceversa, in una società differenziante ma inclusiva. Ma una volta che le proprietà sono registrate, non è più necessario il riconoscimento a conferire prestigio: la posizione sociale è garantita dallo scritto. Così, i soggetti economici, la cui condizione iniziale è presunta eguale, sono esonerati di principio da qualsiasi dovere politico-economico verso terzi. In terzo ed ultimo luogo: con la scrittura divengono beni cose che non avrebbero affatto potuto esserlo in precedenza. Infatti, prima del suo ingresso nella società, non esisteva la schiavitù nel modo in cui siamo soliti intenderla: gli schiavi di guerra venivano introdotti in una famiglia come inservienti, mai come proprietà di cui si potesse indiscriminatamente fruire. Una volta che i debiti possono essere cumulabilmente registrati e in assenza della grazia (gratis) del creditore, solo allora il debitore è indotto a cedere gradualmente tutti i propri averi, fino a cedere i propri familiari e se stesso. Così il corpo diviene un bene cedibile, quindi commerciabile.
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La prostituzione nell’antica Roma. Casa del Centenario, Pompei.
Non a caso le religioni si sono sempre opposte all’eutanasia, al suicidio, all’aborto con l’argomento “il corpo è di Dio”. Esso lo è nel senso in cui è pubblico, è una testimonianza collettiva indisgiungibile dalla vita che lo ‘governa’, dunque, propriamente, non può appartenere, ma solo essere agito. E, in effetti, la commerciabilità del corpo è un concetto contingente ed isolato, affermatosi solo in paesi connotati da una pratica monetaria capillare e pervasiva.  C’è dunque un appannaggio di sistematicità sottesa a questo mosaico di esperienze; c’è un filo rosso che lega fenomeni così disuniti come la scrittura e la schiavitù. Solo riavvolgendolo e ripercorrendolo potremo prendere coscienza dell’ingovernabilità delle pratiche che quotidianamente ci assorbono, ci abitano e stritolano; comprendendolo ed introiettandolo, forse, quando il nostro sguardo si poserà su una prostituta, finiremo con il pensare a Platone.