“Negli ultimi giorni ci sono continuamente combattimenti nelle stesse aree intorno alla città. Dei detriti di razzi sparati dai talebani sono arrivati anche molto vicini al nostro ospedale”. Diario di guerra da Lashkar-Gah, Afghanistan, regione dell’Helmand. Chi parla è Daniele Giacomini, logista che lavora all’ospedale cittadino di Emergency, una delle due ong rimaste in città.
Dal 10 ottobre l’area dell’ospedale è circondata dalle milizie dei talebani, che sparano razzi per cercare di rompere il cordone che l’esercito, sostenuto dalla Nato e da un contingente americano, ha dispiegato a protezione della città. In quest’offensiva, in diverse occasioni, anche l’ospedale ha rischiato di essere colpito:il 12 ottobre cinque razzi sono caduti a poca distanza. Il 10 ottobre a trenta metri dall’ingresso gli operatori dell’ospedale hanno trovato i detriti di un’arma con il quale era stato colpito il palazzo del governatore della regione.
“Ci è stato assicurato il rispetto delle strutture – racconta a IlFattoQuotidiano.it Cecilia Strada, presidente di Emergency – ma vedremo alla fine. Dipende dalla volontà delle parti in guerra di rispettare la struttura. Ma se qualcuno ti vuole fare male non hai molti modi per difenderti”. E non solo i talebani hanno già dimostrato di farsi pochi scrupoli: Kunduz, nel nord del Paese, il 3 ottobre 2015 bombe Nato hanno provocato la morte di 19 persone all’interno dell’ospedale di Medici senza frontiere, che a seguito dell’attacco si è spostata nell’Helmand, dove dà supporto all’ospedale civile della città.
L’ospedale di Emergency, invece, fa chirurgia di guerra. Ogni giorno le corsie sono piene: il 12 ottobre i medici della struttura hanno curato 17 persone, l’11 altre 38, di cui 19 sono rimasti in cura e gli altri hanno ricevuto solo un primo soccorso. Da inizio ottobre, sono circa 300 le operazioni chirurgiche compiute dal personale medico. “Ci sono pazienti che per raggiungere l’ospedale impiegano anche due giorni e devono percorrere solo cinque chilometri”, aggiunge Giacomini. I tre centri di Emergency in Afghanistan hanno curato 5 milioni di pazienti dal 2001 e nella sola Laskar-Gah, dal 1999, l’ong ha investito 84 milioni di euro “in cura, lavoro, educazione e dignità sociale”, come scrive l’ong in un comunicato.
Da agosto è cominciata nella regione un’escalation che ha portato i talebani, per la prima volta dal 2001, ad entrare a Mukhtar camp, una zona a nord della città di Laskhar-Gah. Ancora è presto per capire come quest’offensiva finirà: “Ogni giorno i Talebani prendono i checkpoint all’esterno, ma la sera tornano ai governativi”, continua Giacomini. Anche gli americani sono proeccupati per questo attacco a Lashkar-Gah. “Probabilmente questa è l’offensiva più seria di questa stagione”, ha detto il 10 ottobre il generale di brigata Charles Cleveland, portavoce della coalizione a sostegno dell’esercito afghano. Le truppe Usa avevano lasciato l’Afghanistan nel 2014.
Il 7 ottobre ricorrevano i 15 anni dall’inizio della guerra in Afghanistan: un fallimento, come dimostrano i numeri riportati da Emergency durante questa ricorrenza. A fronte di una guerra costata agli Stati Uniti 700 miliardi di euro (l’Italia ne ha spesi sei), il Paese oggi vede 180 mila ettari di terreno impiegati per produrre oppio (dati delle Nazioni Unite) contro i 7 mila del 2001.
“È un dato difficile da spiegare… Un Paese così non può funzionare”, commenta Cecilia Strada. Che ricorda anche l’altro problema endemico del Paese: la corruzione. “È una fonte di alimentazione per la guerra. Analisti afghani dicono che a fornire armi ai talebani sono gli stessi ufficiali dell’esercito afghano tramite il mercato nero. Non solo: ci sono report dell’esercito che mostrano come alcuni battaglioni che inventino necessità di armi e munizioni per il solo scopo di rivenderle”.
L’impreparazione delle forze armate afghane sono evidenti, racconta ancora Strada: “Quest’estate, quando sono stata in visita, mi ha colpito vedere che persino i soldati sono malnutriti”. Anche per questo, in realtà, dal 2001 ad oggi i talebani non sono mai stati effettivamente sconfitti sul campo.