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martedì 13 settembre 2016

TERBUTILAZINA

La terbutilazina, il pesticida agricolo che ha invaso l’acqua del bacino della Val Padana

Uno studio dell’Ispra certifica la presenza diffusissima nel bacino del Po dell’atrazina, una sostanza ormai vietata. Ma sostituita dalla terbutilazina, che per gli scienziati è ugualmente pericolosa

LA STAMPA 13/09/2016
Chi usa i pesticidi mira a ottenere frutta e verdura esteticamente belle, senza parassiti, dimenticando che è meglio una mela bacata che la mela avvelenata di Biancaneve. Soprattutto se si considera che i pesticidi, che percolano nel terreno, contaminano le falde d’acqua per decenni, forse anche per centinaia anni.  
   
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) presenterà uno studio sulla sostenibilità ambientale per la contaminazione da pesticidi in occasione della settima edizione del Convegno Internazionale per le Statistiche in Agricoltura (ICAS), che si terrà in ottobre, a Roma. “Abbiamo analizzato” dichiara Pietro Paris, responsabile del Settore Sostanze Pericolose di ISPRA “sulla base di 12 anni di dati, la persistenza di un contaminante in acqua, studiando un’area sufficientemente grande, come il bacino del Po, e soggetta a elevate pressioni antropiche, sia agricole, sia industriali, con una fragilità idrologica abbastanza importante.”  
   
La normativa per la tutela delle acque dall’inquinamento è fondamentalmente basata sul rispetto di limiti di concentrazioni considerati accettabili, per garantire la salute dell’uomo e la protezione dell’ambiente. Le lacune conoscitive, però, sono tali che non sempre questi limiti sono cautelativi. Basti pensare che esistono sostanze “senza soglia”, cioè per le quali non esistono limiti di sicurezza. “Considerando queste lacune” continua Paris, “volevamo capire quanto una sostanza può persistere nell’ambiente e se possa essere importante l’esposizione prolungata alle basse concentrazioni. Pertanto, abbiamo preso a riferimento la resilienza, cioè la capacità che l’ambiente ha, una volta contaminato, di ritornare a condizioni imperturbate o almeno sostenibili dal punto di vista degli ecosistemi.”  
   
Lo studio è stato fatto sull’atrazina, un erbicida usato fino alla fine degli anni ’80, poi bandito in Italia in seguito a una diffusa contaminazione delle acque sotterranee, utilizzate come risorse potabili nell’area padana . Proprio perché fuori commercio da tanti anni, la sostanza si presta molto bene a essere studiata, per capire quale sia il suo destino ambientale. Quello che non si conosceva affatto è come stesse evolvendo la sua concentrazione. “Nelle acque superficiali” spiega Paris “la concentrazione dell’atrazina si è dimezzata circa quattro volte rispetto a quando era in uso, perché il Po rinnova la sua acqua rapidamente. Poi siamo andati a vedere cosa succedeva nell’intera rete di pozzi del bacino padano: le concentrazioni sono circa quattro volte più alte di quelle delle acque superficiali. In 12 anni non c’è una tendenza a diminuire. Questo perché le acque sotterranee, specialmente nei bacini acquiferi profondi, hanno velocità bassissime, si spostano di pochi metri all’anno.”  
   
Esistono in natura meccanismi di degradazione dei contaminanti organici: oltre ai fattori di tipo chimico-fisico, ci sono i batteri, che vivono nello strato più superficiale (nei primi 10-20 centimetri) del suolo e “mangiano”, letteralmente, il pesticida. Ma se il contaminante penetra nel terreno, per effetto dell’infiltrazione piovana, e raggiunge le falde, vengono a mancare quasi del tutto tali meccanismi di degradazione, “la concentrazione evolve con le dinamiche di ricambio delle acque sotterranee, che, a seconda della dimensione e velocità della falda, possono essere anche di centinaia di anni!” dichiara Paris.  
   
L’atrazina è stata individuata come sostanza prioritaria nell’ambito della Direttiva Quadro Acque ( Dir. 2000/60/CE ), che istituisce un quadro per l'azione comunitaria in materia di acque Oltre ad essere persistente e pericolosa per l’ambiente, è un interferente endocrino, cioè altera la funzionalità del sistema endocrino, causando effetti avversi sulla salute di un organismo, oppure della sua progenie.  Ma se concentrazioni sono basse, perché preoccuparci? “Perché l’atrazina” spiega Paris, “è considerata una sostanza “senza soglia” di sicurezza. Non c’è un livello che ci fa stare sicuri. Non solo persiste per decenni, ma ha concentrazioni che, per un interferente endocrino, possono essere significative.” 
   
Sembrerà assurdo, ma quando l’atrazina è stata tolta dal commercio è stata sostituita con la terbutilazina, una sostanza della stessa famiglia, che ha caratteristiche chimiche molto simili. E’ stata recentemente classificata dall’Agenzia Europea per le sostanze chimiche (ECHA) pericolosa per l’uomo e per l’ambiente. E in questo momento è uno degli erbicidi selettivi più venduti in Italia. “Abbiamo fatto il confronto fra gli andamenti delle concentrazioni in acqua dell’atrazina e della terbutilazina” dice Paris. “L’atrazina, a differenza della seconda, è ormai una sostanza “morta” dal punto di vista agronomico, mentre la terbutilazina in uso ha picchi stagionali collegati al ciclo dell’agricoltura. Il confronto è utile anche a capire quello che potrà succedere in futuro: con alta probabilità anche la terbutilazina permarrà per decenni nelle acque.”  
   
Non c’è da star tranquilli, dunque. “Da anni” conclude Paris “segnaliamo ai Ministeri della Sanità e dell’Ambiente una contaminazione da terbutilazina, che è il contaminante delle acque più diffuso a livello nazionale. Nel 2014 è presente in 397 punti delle acque superficiali (il 39,1% del totale) e in 122 punti delle acque sotterranee (il 5,9% del totale). Ma i provvedimenti presi sono marginali e inefficaci!”  

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