“Le tasse continueranno ad andare giù”, anzi, “stanno scendendo da tre anni”. E ancora: basta ai “cittadini-bancomat”, perché “se un partito non prova ad abbassare le tasse non è serio”. Dal vertice Ue di Bratislava fino alla Festa nazionale di CataniaMatteo Renziha sempre insistito su un punto: le tasse caleranno. Anzi, stanno già calando. Ma auspici e dichiarazioni si infrangono contro la realtà dell’Istat. Nessuna variazione in positivo per i contribuenti, anzi. Nello 2015 la pressione fiscale in rapporto al Pil si è attestata al 43,4%, invariata rispetto al dato del 2014, correggendo le stime di aprile scorso pari a 43,5% per il 2015 e a 43,6% per il 2014.
E all’orizzonte, nonostante le promesse del premier, non sono previste grandi inversioni di tendenza: il ministro dell’Economia Padoan, nel rispetto del cronoprogramma di governo, ha specificato che l’Irpef non sarà tagliato prima del 2018. L’istituto nazionale di statistica, poi, rivede al ribasso le stime del Pil: l’anno scorso è cresciuto dello 0,7% e non dello 0,8, come rilevato dalla stima preliminare resa nota a marzo dall’Istat. Peggio di noi – come emerso dai dati Eurostat – solo Finlandia e Grecia. Il rapporto debito/Pil scende invece dal 132,7% al 132,2%, comunque in aumento rispetto al 2014 quando si fermò al 131,8%, rispetto al 132,5% finora comunicato.
Mef: “Dato rivisto del 2014: la ripresa coincide col nostro governo” – Quello che l’Istat però rivede in positivo, è l’andamento del Pil del 2014 con un aumento del Pil dello 0,1%, grazie a una modifica al rialzo di 0,4 punti rispetto alla diminuzione di 0,3 punti stimata a marzo. Una revisione che, spiega il presidente dell’Istat Giorgio Alleva, è dovuta alla rilevazione diretta su 4,5 milioni di imprese e che “rende più coerente il nostro quadro con quello europeo”. Il ‘timing’ dell’uscita dalla crisi dell’Italia, prosegue, era stato “un elemento di discussione: prima gli altri poi noi”. Alleva, però, non si sbilancia sui dati per il 2016: “Bisogna aspettare per capire se ci sono trascinamenti” e “vedere i dati sui conti trimestrali” che usciranno nelle prossime settimane. E sul dato positivo interviene anche il Mef: “Il primo anno di ripresa – ha detto un portavoce di via XX settembre – coincide con l’insediamento di questo governo, questo ci incoraggia a proseguire nella direzione che l’esecutivo ha preso”. La revisione del 2014, prosegue il ministero dell’Economia, “fa intendere che le politiche di sostegno della domanda attuate dal governo abbiano avuto un impatto già nel primo anno ” e che quindi “la misura degli 80 euro in busta pagaha funzionato”. L’intensità della ripresa, ha aggiunto il ministero,”non viene ritenuta soddisfacente, ma la crescita è tornata già da tre anni”.
Stime del 2015 riviste al ribasso – L’Istat, nei dati finali per il 2015, comunica che sulla base delle informazioni aggiornate, l’indebitamento netto (deficit) delle amministrazioni pubbliche nel 2015 è stato pari in valore assoluto a -42.931 milioni di euro, con un’incidenza in rapporto al Pil del -2,6%, dato confermato, in miglioramento rispetto al -48.482 dell’anno precedente (-3,0% in rapporto al Pil). Il saldo primario, indebitamento netto al netto della spesa per interessi, è risultato positivo e pari all’1,5% del Pil. Il saldo di parte corrente (risparmio o disavanzo delle amministrazioni pubbliche) è positivo e pari a 19.528 milioni di euro, a fronte dei 4.642 milioni del 2014. Il miglioramento deriva da un aumento delle entrate correnti di 9,7 miliardi di euro e da una diminuzione delle uscite correnti al lordo degli interessi di 5,2 miliardi.
Le stime relative al 2015 presentano, in termini di volume, revisioni al rialzo per tutti i principali aggregati della spesa: di 0,5 punti percentuali gli investimenti fissi lordi, di 0,6 punti la spesa delle famiglie, di 2,2 punti la spesa delle Isp e di 0,1 punti la spesa delle amministrazioni pubbliche. I tassi di crescita delle importazioni e delle esportazioni non hanno subito revisioni. È da segnalare che la revisione del livello delle scorte, al rialzo per l’anno 2014 e al ribasso per quello successivo, ha indotto un significativo cambiamento nel contributo di tale aggregato alla variazione del Pil; in termini di volume l’apporto risulta ora positivo per 0,6 punti percentuali nel 2014 (in precedenza era nullo) e per 0,1 punti nel 2015 (a fronte di +0,5 punti nella stima dello scorso marzo).
Inoltre, il reddito lordo disponibile delle famiglie consumatrici ha segnato una crescita dello 0,9% sia in valore nominale, sia in termini di potere d’acquisto, cioè il reddito disponibile in termini reali. Contemporaneamente, la spesa per consumi finali è cresciuta dell’1,5%, determinando un calo di 0,6 punti percentuali della propensione al risparmio, definita dal rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile, che è scesa all’8,3%, dall’8,9% del 2014. L’attività di investimento in abitazioni ha segnato un aumento contenuto (+0,6%) che ha interrotto la tendenza alla riduzione degli ultimi anni.