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venerdì 9 settembre 2016

RITORNO AL CINEMA: DA FILM TV

    Ritorno al cinema
    Per una serie di motivi che non è difficile immaginare negli ultimi mesi ho guardato essenzialmente serie tv. Quasi esclusivamente, anzi. Non ne ho viste tante complete, di alcune ho visto solo i primi episodi per capirne la struttura, la logica, i personaggi principali. Alcune, poche, mi sono davvero piaciute e ho avuto necessità di finirle. Altre, la maggior parte, le ho guardate con una lente diciamo professionale: probabilmente non lo sguardo migliore, lo ammetto, per farle diventare divertimento.

    A prescindere dai miei gusti personali c'è soprattutto una cosa nel meccanismo serie tv che alla fine mi disturba: succedono troppe cose. Un'ansia da prestazione che è endogena al meccanismo ideativo e produttivo della serie ed è frutto anche di un ambiente altamente competitivo, un'urgenza fortemente condizionante di tenere incollati gli spettatori al prodotto e il sottostante terrore di perderli, producono una saturazione di eventi che finisce per rendere inaccessibile l'essenziale. Quell'essenziale che si nasconde spesso nei dettagli, in un momento sospeso, in una sequenza volontariamente statica, in una pseudo assenza lasciata fuori campo. Ecco, le inquadrature delle serie tv sono sempre così maledettamente sature che non lasciano lo spazio necessario alla mia immaginazione per cercare "l'invisibile agli occhi".

    Qualche sera fa, evidentemente oppresso, ancora inconsapevolmente, da questa saturazione, ho lasciato a riposare la cartella SERIETV e la piattaforma Netflix e mi sono avventurato nel territorio FILM incappando in "Lo spirito dell'alveare" (titolo quantomai azzeccato). Il film del regista spagnolo Victor Erice mi ha rapito nella sua spirale con un ritmo calibrato ed ipnotico, la colonna sonora straniante e modernissima e quegli esterni desaturati hanno garantito ampi spazi per l'immaginazione, le lunghe sequenze sospese, in cui quasi nulla si muove al di fuori della nebbia o degli occhi insostenibili della protagonista Ana, avevano potenza estetica ma obbedivano al tempo stesso alla semplice esigenza di raccontare una sola, piccola, metaforica, storia.

    Una visione insomma che ha rappresentato per me una momentanea e necessaria fuga dallo schermo seriale, funzionale, iperorganizzato in cui nulla sembra lasciato al caso. D'altronde basta considerare il semplice processo produttivo, quello che porta dal pitch alla reale produzione di una stagione di serie tv, per comprendere la portata delle pressioni esercitate nell'alveare della catena seriale e come, evidentemente, queste pressioni si ripercuotano sulle audience, altri alveari specializzati in consumo. Sul tema vi invito all'ascolto di un brillante podcast gratuito, intitolato giustamente Pilota, in cui tre appassionati/commentatori qualificati eppure simpaticamente cazzari raccontano in tono scanzonato e fluido parte di questo percorso produttivo con azzeccati esempi specifici e una sapiente verve dialettica: un ascolto che mi ha fatto sentire meno solo e che proprio per il suo tono piacerà sia agli appassionati di serie che ai detrattori.

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