Nella personale esperienza di insegnante, come è accaduto a molti, ho incontrato studenti molto capaci, intelligenti, sensibili e ben organizzati o comunque ricettivi rispetto ai consigli sul metodo di studio, o il miglioramento di alcuni aspetti.
Ho anche incontrato molti studenti che avevano un rapporto difficile, frustrante con la scuola, sentita come un peso e non come un sostegno nel percorso formativo intrapreso.
Lavorare sulla motivazione di questi studenti è stato ed è fondamentale, però in alcuni casi mi rendevo conto che non si trattava esclusivamente di un problema che si poteva risolvere gradualmente con approcci organizzativi o anche con il rafforzamento della propria autostima, perché erano abbastanza evidenti problematiche che nel tempo abbiamo imparato ad identificare con l’espressione di disturbi dell’apprendimento.
Sappiamo che si tratta di ragazzi intelligenti, che soffrono per le difficoltà che incontrano, per le quali a volte riescono a trovare delle efficaci compensazioni, in altri casi invece portano a maturare un rifiuto e l’abbandono scolastico.
Rispetto a queste situazioni la scuola attiva da alcuni anni alcune procedure, come la segnalazione alle ASL e l’invito alle famiglie di sentire il parere degli esperti per, eventualmente, accertare la presenza di un disturbo nell’apprendimento.
Devo ammettere che per un po’ di tempo ho avuto dei dubbi, soprattutto un pensiero mi crucciava: certificare una difficoltà non avrebbe etichettato l’alunno, incasellato o imprigionato ancor di più quello studente?
Due esperienze in particolare mi hanno consentito di riflettere sull’importanza di un corretto approccio a queste problematiche.
Proverò a descriverne una.
Un mio alunno di scuola superiore, un professionale per la precisione, mostrava difficoltà severe nella lettura e nella scrittura, a cui si associava un comportamento che mi preoccupava: non riusciva a star fermo nel banco, mangiava ininterrottamente e non aveva propriamente un buon rapporto con i compagni.
stupido
Quando, dopo alcuni tentativi di diversa natura che mi sembrava in realtà aumentassero il suo livello di ansia, mi sono decisa a parlare con la famiglia consigliando appunto di contattare figure esperte, ho temuto di contribuire ad aumentare il suo disagio.
Con mia sorpresa, invece, nei mesi successivi ho potuto constatare che l’adozione di strumenti idonei, compensativi rispetto ad alcune difficoltà, producevano un complessivo cambiamento dell’umore, della motivazione, un bisogno minore di mangiare che si affiancava ad un desiderio di migliorare le sue prestazioni scolastiche.
Ho anche lavorato sull’insieme della classe, coinvolgendo gli alunni in attività che favorissero l’inclusione, estendendo alcune strategie metodologiche a tutti. Una sua frase ad un certo punto mi ha colpito: “allora non sono stupido!”.
Io non lo avevo mai pensato, ma evidentemente nel tempo aveva maturato quel vissuto giudicante.
Ho potuto avere la soddisfazione di vederlo affrontare gli esami di stato con maggiore serenità, come se un peso non gravasse più su di lui, o almeno in misura minore, soprattutto quando ho letto la frase con cui aveva voluto chiudere la sua tesina: “Posso aver perso qualche battaglia, ma ho vinto la guerra”.
Questa esperienza mi ha indotto a pensare che quando le professionalità si incontrano e si mettono al servizio dei ragazzi, si possono ottenere buoni risultati, bisogna però abbattere pregiudizi e cattive abitudini nel mondo della scuola e dialogare con le famiglie, maturare consapevolezza degli strumenti e del proprio ruolo, perché il pericolo dell’etichettatura, della marginalizzazione esiste sempre.
Alberta Tummolo, insegnante