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domenica 11 settembre 2016

ORBAN FA PAURA

Ho visto Orban dal vivo e mi ha fatto paura | Roberto Sommella

Se uno ascolta il leader ungherese fare il gradasso tra l’accondiscendenza generale e chiedere ”muri all’immigrazione nel Sud dell’Europa”, forte però dei suddetti generosi aiuti comunitari, si chiede giustamente se non si stia armando il nemico dell’Europa.
“I giovani che nascono oggi nell’Eurozona non hanno un futuro davanti, a differenza dei nostri che nascono all’Est”. Promette Viktor Orban, il rude e xenofobo premier ungherese. E se fosse questo il vero problema, piuttosto che la riunione separatista dei sette ad Atene convocata da Tsipras e stigmatizzata dai tedeschi? Il dubbio sorge a vedere come si muovono quelli di Visegrad, il gruppo di paesi dell’Est (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia), desiderosi di diventare un cuscinetto tra l’Unione Europea e la Russia e allo stesso tempo un nascente, forse velleitario, ma combattivo antagonista delle politiche migratorie della Commissione.
L’occasione per osservarli in azione sui dolci monti dei Carpazi nella storica cittadina termale polacca di Krynica, è stata la 26 esima edizione dell’Economic Forum, versione orientale della più famosa Davos, ma che ormai ha poco da invidiare almeno in fatto di aziende, sponsor, massicce presenze di manager e politici (quasi nulli i nostrani e quelli della moneta unica), macchinoni e imponenti misure di sicurezza. Ebbene, i quattro di Visegrad, per l’occasione accompagnati anche dal premier ucraino, Volodymyr Groysman, hanno scelto da tempo il loro leader, appunto il premier magiaro, e mostrano ad un pubblico attento e assiepato in una sala convegni enorme addossata alla montagna, anche idee chiare: liberismo sfrenato guidato però da uno Stato ingombrante, fondi europei e americani come benzina, niente immigrazione, politica estera autonoma dall’Ue, recupero dei valori tradizionali. Almeno questo nelle intenzioni se nessuno li fermerà. Altrimenti ce ne andiamo, fa capire Orban, anche se sa benissimo che il suo paese come la Polonia, la Bulgaria e la Repubblica Ceca, continuano a crescere con tassi superiori a quelli dei paesi dell’Ovest, proprio grazie al massimo utilizzo delle risorse comunitarie e ad una politica di svalutazione interna che rende molto convenienti gli investimenti dall’estero.
Qui tutti sanno che nessun siriano vuole andare a vivere in un paese oggi così inospitale per gli immigrati come l’Ungheria eppure fanno finta che il problema sia quello. In nessun summit sono risuonate di più parole come ”Europa”, ”radici comuni europee”, ”tradizioni comuni”, anche se l’obiettivo dei quattro leader europei dell’Est, – che hanno dato battaglia a tutti i vertici Ue, in primis quello di Bratislava – è quello di incrinare l’egemonia della cultura comune di Italia, Germania, Francia, che grazie a questa leadership cercano di portare avanti un discorso di integrazione. Renzi, Merkel e Hollande usano la parola Europa per unire. Orban, la premier polacca Beata Szydlo, il ceco Bohuslav Sobotka e lo slovacco Robert Fico, sembrano invece strumentalizzarla per dividere: da una parte i prigionieri di Maastricht, dall’altra i nuovi campioni della nuova autodeterminazione.
Ascoltare i discorsi retorici – applauditissimi – di Orban, personaggio decisamente pericoloso quanto carismatico e quindi ancor più pericoloso, e recuperare il filo di una strategia è cosa complicata, perché la demagogia e il populismo dei leader politici mal si sposa con il loro pragmatismo degli affari, soprattutto con gli statunitensi, in Polonia presentissimi per arginare la sfera di influenza dello zar Putin. La libertà di movimento appare totale. Roma, Parigi, Madrid e Lisbona si dannano l’anima per rispettare il vincolo del 3% e cercano la flessibilità della spesa pubblica in piena deflazione? I paesi dell’Est passano all’incasso dei fondi europei e creano un gruppo di blocco, una grande regione ‘Carpazia’, in grado di mandare in tilt, come accade da questa primavera, le politiche migratorie di Bruxelles, erigendo muri e indicendo referendum sulla presenza degli stranieri.
La loro forza economica poggia peraltro in parte sui soldi di tutti gli europei. L’Ue ha infatti messo a disposizione 325 miliardi di euro per il periodo 2014-2020, da ripartire tra i 28 Paesi Ue ed è cresciuta la percentuale di denaro spettante all’Europa centro-orientale (177,57 a 180,93 miliardi, +2,6%) rispetto a quella dell’Europa occidentale (169 miliardi a 140 attuali, -16%). In dettaglio ci guadagneranno la Polonia (da 67 a 72 miliardi, +7,2%) la Slovacchia (da 11 a 13, +11,6%, maglia rosa per il maggior incremento nell’area), la Romania (da 19,67 a 21,83, +11%), la Bulgaria (da 6,8 a 7,15, +4,4%), la Croazia, ultima arrivata, che pure incassa 8 miliardi di euro netti in più per le sue infrastrutture. Perdono fondi europei, invece, la Repubblica ceca (da 26,93 a 20,58, -23%), l’Ungheria (da 25,31 a 20,50, -19%), la Slovenia (da 4,21 a 2,89, -31,3%), ma nel complesso nei paesi dell’Europa centro orientale i trasferimenti strutturali comunitari sono diventati sempre più rilevanti, pesando ormai tra il 2 e il 3% del pile e superando spesso gli investimenti diretti esteri.
Se uno ascolta il leader ungherese fare il gradasso tra l’accondiscendenza generale e chiedere ”muri all’immigrazione nel Sud dell’Europa”, forte però dei suddetti generosi aiuti comunitari, si chiede giustamente se non si stia armando il nemico dell’Europa. Questa prospettiva deve preoccupare i vertici Bruxelles, che si sono ben guardati dal venirlo ad ascoltare a Krynica, presi com’erano dall’ennesimo Ecofin e dai vertici euromed di Tsipras.

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