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giovedì 15 settembre 2016

LIMITARE I DANNI MA NON DEL TUTTO

Come ci si può difendere

Per cautelarsi da immagini imbarazzanti gli strumenti giuridici sono inefficaci. Così sul Web spopolano ricatti e gogne

LA STAMPA 15/09/2016
TORINO
L’avvocato che aiuta le vittime: “Si possono limitare i danni però non eliminarli del tutto”  
RAPHAËL ZANOTTI 
L’avvocato Francesco Micozzi, che fa parte del Circolo dei Giuristi Telematici e che tratta casi come quello di Tiziana Cantone, ha una formula che ripete a tutti i suoi clienti: danno digitale permanente. Perché gli strumenti giuridici per intervenire quando sono lesi i diritti sulla rete esistono, ma al massimo si possono limitare i danni, non eliminarli del tutto. «I siti Internet sono infiniti e se è vero che i canali più diffusi hanno ormai policy avanzate, che permettono la cancellazione di dati e immagini in tempi rapidi, non si saprà mai se si sono eliminati tutti i contenuti, se questi ricompariranno su qualche altro sito minore, magari basato in uno Stato straniero e se si riuscirà anche solo a risalire al proprietario». 

Per questo, più che di tutela piena, si parla di limitare i danni. Gli strumenti giuridici ci sono, ma non sono scudi impenetrabili. È possibile rivolgersi al tribunale civile per far valere il proprio diritto all’oblio, ma in caso di diffusione virale è difficile la rimozione o correzione su tutti i siti e i tempi sono lunghi. Il diritto all’immagine, da far valere di fronte al garante della privacy, soffre degli stessi problemi. Si può cambiare nome, come aveva cercato di fare anche Tiziana Cantone, ma il rischio è di creare un effetto boomerang nel caso qualcuno scoprisse del cambio. E c’è l’oscuramento del sito, la soluzione più drastica: «Ma se davvero funzionasse a dovere - dice l’avvocato Micozzi - chi distribuisce film e musica non avrebbe più i problemi di violazione delle leggi sul copyright che tutti conoscono». 

Ma allora è impossibile sfuggire al meccanismo infernale di Internet? «No - spiega ancora l’avvocato - agendo per tempo è possibile limitare i danni. Anche se, come sempre, il problema non è il mezzo - Internet - ma chi lo usa». 

Ogni causa fa storia a sé, ma gli effetti sono simili. Tiziana Cantone era maggiorenne, ha acconsentito a farsi filmare, ha condiviso il video. Poi, le conseguenze, hanno travalicato le sue intenzioni, fino a diventare un incubo. Ed è la facilità con cui precipitano le cose a dover far riflettere. «Una delle mie clienti è una ragazzina di appena 12 anni. Ha postato delle sue foto a quello che riteneva il suo fidanzatino, coetaneo, che le ha condivise su Internet. Sono state rimosse, il danno psicologico però è rimasto. Chi ne risponde, essendo minore anche la controparte?». 

Ci sono poi casi di totale inconsapevolezza. «Un’altra mia cliente ha una quarantina di anni. Qualcuno ha indicato, sotto una serie di video di una pornoattrice che le assomiglia, il suo nome e il suo numero di cellulare. Ci sono voluti due anni per capire cosa era successo, lei continuava a ricevere telefonate da sconosciuti con proposte sessuali, ne riceveva fino a 240 al giorno». 


I big della rete: Google, Facebook e gli altri: “Ci muoviamo solamente su una segnalazione specifica”  
CAROLA FREDIANI 
Mentre ieri si diffondeva la notizia del suicidio di Tiziana Cantone, dalle piattaforme online di fatto coinvolte nella vicenda arrivavano solo dichiarazioni caute e ufficiali. Come quella di Facebook, che accanto al dolore per questa tragedia sottolineava come i video incriminati - quelli che ritraevano Cantone in situazioni intime - non fossero mai stati postati sul social. Inoltre, precisava il colosso fondato da Mark Zuckerberg, «abbiamo bloccato l’accesso ai contenuti che ci sono stati notificati dalle autorità italiane in relazione a questo caso». 

Il riferimento è a una ordinanza dei primi di settembre del Tribunale di Napoli Nord, cui si era rivolta la donna, che aveva disposto l’immediata cessazione e rimozione di ogni post o pubblicazione contenente immagini, video o apprezzamenti riferiti a Cantone. E infatti ieri su Facebook, da una prima sommaria ricerca, uscivano per lo più pagine «in memoria» della giovane. Anche se va detto che in alcuni casi gruppi contenenti materiali e riferimenti denigratori possono essere rimasti. Perché in situazioni come queste il problema non è tanto il contenuto diretto (i video in sé), ma tutto ciò che è interstiziale: commenti, pagine che citando la vicenda e a volte pure i link ai filmati originali. Il tutto annidato fra i gangli di piattaforme enormi. 

Anche su YouTube non ci sono i video originali; ci sono le parodie, le allusioni; ma anche i riferimenti all’identità della donna e ai filmati. Ieri Google rimandava i giornalisti alle proprie norme interne: la pubblicazione di informazioni personali altrui, le riprese di una persona senza il suo consenso, la pubblicazione volontaria di contenuti con lo scopo di umiliare qualcuno, ma anche video o commenti negativi e crudeli su altri utenti, nonché le offese a sfondo sessuale rientrerebbero tutti nella categoria Molestie, bandite dalla piattaforma. Le vittime dovrebbero dunque muoversi in prima persona e segnalare tali contenuti, usando il modulo per riportare gli abusi. A rivedere le segnalazioni, dicono da Google, c’è un team internazionale dedicato. 

Dal punto di vista giuridico, la posizione di servizi come Facebook, Google e YouTube è che loro non possono esercitare un controllo preventivo sui contenuti. Del resto c’è una direttiva europea al riguardo, quella sull’ecommerce, che esenta i fornitori di servizi internet dalla responsabilità di quanto compiuto dai clienti. A meno che non si tratti di un sito che abbia ricevuto delle segnalazioni specifiche di illeciti. Per capirci: il tribunale di Napoli Nord non ha ordinato a YouTube di rimuovere contenuti su Cantone perché la richiesta è stata considerata troppo generica: andavano specificati esattamente i materiali e i link. 

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