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lunedì 5 settembre 2016

LE NUOVE PARTITE IVA

Rivoluzione nel mondo delle partite Iva

Da gennaio il governo taglia le aliquote. Il contributo previdenziale scenderà al 25%, sconto da 80 euro al mese. Cocopro nell’Inps
In Italia sono circa un milione le partite Iva che non sono iscritte ad albi o ordini professionali

LA STAMPA 05/09/2016
ROMA
Nel tentativo di spiegare le ragioni dei mali italiani la risposta più rassicurante è sempre quella che guarda altrove: la stagnazione secolare, la crisi degli emergenti, la deflazione. Dei problemi profondi ci accorgiamo solo quando li tocchiamo da vicino. Alzi la mano chi in famiglia ha un lavoratore che ha scelto più o meno liberamente di aprire una partita Iva o di lavorare come collaboratore a progetto. Non un ingegnere, un architetto, categorie le quali possono contare sulla solida presenza di ordini professionali e di prestazioni assistenziali private. 

Stiamo parlando di quel popolo di competenze senza rete eppure sempre più decisive nell’era dell’informazione: programmatori, designer, grafici, formatori, consulenti di marketing, fisioterapisti ed osteopati, per citare i più noti. Un milione e più di italiani ai quali lo Stato chiede contributi pari o quasi ai lavoratori dipendenti ma ai quali non ha mai offerto le stesse prestazioni. Italiani ai quali negli anni della cosiddetta austerity lo Stato ha chiesto molto e restituito nulla. Con la scusa paternalistica di garantire loro un futuro previdenziale, li ha confinati in una gestione separata Inps più utile ad aumentare la spesa pensionistica piuttosto che a prepararli ad una vecchiaia serena. Loro stessi per scherzarci su l’hanno definita la «di-gestione separata». E così negli anni l’aliquota previdenziale è salita in maniera esponenziale: nove punti nell’ultimo governo Prodi, un altro punto lo ha aggiunto Berlusconi, infine la decisione di Monti, figlia dell’emergenza finanziaria. Dopo anni di proteste, il governo Renzi ora si è convinto a cambiare musica. 
Oggi una partita Iva iscritta a «Inps 2» paga il 27 per cento del reddito, più un altro 0,72 per cento per limitate prestazioni assistenziali. Un’aliquota congelata due anni fa, e che nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto già salire al 33 per cento dei lavoratori dipendenti. Per i collaboratori a progetto quella soglia è ormai vicinissima: oggi è al 32 per cento, nel 2018 sarà equiparata. Sul tavolo del sottosegretario Tommaso Nannicini c’è un dossier pronto a confluire nella legge di bilancio e che dal primo gennaio introdurrà due novità sostanziali. La prima è la cancellazione di ogni aumento per le partite Iva, e la riduzione dell’attuale aliquota dal 27 al 25 per cento, appena un punto in più di ciò che oggi l’Inps chiede ad artigiani e commercianti. Salirà invece di qualche decimale (fino all’1 o all’1,25 per cento) la quota destinata al finanziamento delle prestazioni assistenziali, che verranno allargate. Non solo quelle in caso di malattia, ma una delle ipotesi è anche di finanziare un fondo per l’acquisto di beni strumentali. 

L’altra mossa riguarderà i collaboratori a progetto: per loro è previsto il passaggio alla gestione ordinaria dell’Inps. Nel giro di pochi anni questi ultimi potranno contare su prestazioni pari a quelle di un lavoratore dipendente, dalla maternità alla malattia. Qui basti un esempio: in caso di perdita del lavoro un collaboratore a progetto oggi riceve un reddito per sei mesi, domani avrà diritto alla Naspi, il sussidio di disoccupazione garantito per due anni a qualunque assunto a tempo indeterminato. «Ci dovrà essere un passaggio transitorio e graduale, ma l’obiettivo è l’equiparazione dei diritti», dice una fonte tecnica impegnata nella definizione del testo. 

Il piano al momento vale 350 milioni di euro ma la dote potrebbe salire. Secondo le stime dei tecnici di Palazzo Chigi, l’operazione restituirà nelle tasche delle partite Iva una cifra media non inferiore ai mille euro l’anno, quegli ottanta euro al mese che in nome della legge dei grandi numeri Renzi concesse ai dipendenti garantiti e invece negò a loro. Dire che questo basterà a risolvere definitivamente il dualismo del mercato del lavoro è troppo. Ma il combinato disposto di Jobs Act e - se confermato - del nuovo pacchetto, costituisce un indubbio passo avanti. 

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