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domenica 11 settembre 2016

L'ALTRO 11 SETTEMBRE

L’altro 11 settembre, quello dimenticato

ARTICOLOTRE
allende-G.C.- A nominare l'11 settembre, la mente di tutti volta a New York, a quella serie di attentati che cambiò la storia del mondo: alle Twin Towers, a quasi 3mila vittime per la furia terroristica. 
Eppure, l'11 settembre non è soltanto quello. Ce n'è un altro, di 11 settembre, uno dimenticato, forse perché più lontano nel tempo, che fece, però, in totale, più morti: 30mila, le vittime, 600.000 i torturati. E quella volta, i responsabili furono non i terroristi, bensì proprio gli Stati Uniti, guidati ai tempi da Richard Nixon.
Erano le 9.10, in Cile: il Capo di Stato cileno, Salvador Allende, si era collegato per la quinta e ultima volta in radio. Aveva deciso, improvvisamente, di dire tutta la verità al suo popolo, raccontare quanto, in quegli stessi istanti stava accadendo al Palazzo: i caccia sorvolavano il tetto, sganciando bombe, mentre, fuori dai cancelli, l'esercito tentava di entrare all'interno dei locali e chiudere un'epoca. Di fatto, si stava compiendo in diretta il golpe di Pinochet, uno degli eventi più discussi, tragici e controversi della storia recente.
Erano gli anni della Guerra Fredda. Gli Usa si fronteggiavano con l'Unione Sovietica e, ovunque, in tutto il mondo, si respirava una pesantissima aria di tensione. Chiunque temeva il tracollo degli equilibri e, conseguentemente, l'esplosione della guerra, che avrebbe visto fronteggiarsi due superpotenze: una previsione devastante.
Per questo non era accettabile, per gli Usa, che un nuovo paese decidesse di dirigere le proprie preferenze verso il comunismo, spostando così pericolosamente l'asse di equilbri e rischiandone la rottura. Per questo, quando, nel 1970, Allende venne nominato presidente con maggioranza relativa (raccolse il 36% dei voti), divenendo il primo leader marxista eletto in America, gli Usa non nascosero l'intenzione immediata di rovesciare il volere del popolo attraverso un colpo di Stato. In un documento dello stesso anno, inviato dal vice direttore delle operazioni della Cia di Santiago, Thomas Karamessines, si leggeva infatti: “È politica ferma e in atto che Allende venga rovesciato da un golpe … è imperativo che queste operazioni vengano intraprese clandestinamente e in sicurezza, in modo tale che la mano americana e dell'USG [Governo degli Stati Uniti] rimanga ben nascosta.
Non fu subito avanzata un'azione violenta. Dapprima, infatti, si tentò di abbattere Allende conducendo una campagna segreta atta ad aggravare le già devastanti condizioni economiche in cui versava il popolo cileno. Documenti del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, in seguito declassificati dalla presidenza Clinton e scritti da Kissinger, danno adito a questa ricostruzione; il fine, ovviamente, era quello di generare scontento nel popolo cileno, impedendo così consolidamento del potere di Allende e facendo precipitare il Cile nel caos.
Una strada che si rivelo efficace, ma non sufficientemente. Salvador Allende, pur intuendo l'ostruzionismo americano, proseguì nella sua missione di realizzare la cosiddetta “via socialista cilena”, mettendo in campo, fin da subito, numerose riforme: l'istruzione venne resa gratuita, così come la sanità. Terreni vennero espropriati e, soprattutto, venne nazionalizzata l'industria del rame, fino a quel momento in mano a società statunitensi. Uno smacco che Nixon non perdonò: fu così che, nel giro di pochi giorni, l'inquilino della Casa Bianca decise di revocare gli aiuti al Cile. In men che non si dica, il Paese sudamericano, scivolò nella recessione.
La situazione si fece tragica. La condizione di crisi aveva scatenato la rabbia nei confronti di Allende da parte di molti cileni: oltre agli esponenti cristiano-democratici e della destra del partito nazionale, i proprietari terrieri privati dei loro possedimenti e i poveri, ridotti al lastrico, iniziarono a puntare il dito contro il governo del Presidente. Di lì ad un primo tentativo di golpe il passo fu più che breve.
Avvenne nel giugno del '73: in quell'occasione un gruppo di soldati, sotto la guida del colonnello Souper, circondò il Palazzo Presidenziale tentando di rovesciare il potere. Le forze lealiste, però, riuscirono a sedare i disordini e reprimere la rivolta, in maniera celere: nel giro di poche ore l'emergenza rientrò. Non per questo Allende poté dirsi tranquillo: un nuovo tentativo di colpo di Stato avvenne a luglio, così che, alla fine, il Presidente, temendo per il futuro, non decise di riformare anche l'esercito. Alla guida del Ministero della Difesa pose così il generale Augusto Pinochet, nonostante, inizialmente, il posto fosse stato assegnato al "fedelissimo" Prats, ritirato per le polemiche suscitate dalla nomina.
Riorganizzata la sua sicurezza e, di conseguenza, quella del suo popolo, Allende accelerò nelle riforme, ma dovette fare i conti con un nuovo attacco: giuridico. I partiti a lui avversi, infatti, iniziavano ad accusarlo di "atti incostituzionali". Secondo quanto denunciavano le opposizioni, Allende stava tentando di “assoggettare tutti i cittadini al più stretto controllo politico ed economico da parte dello Stato con lo scopo di stabilire un sistema totalitario”. Sotto fuoco incrociato, il Presidente respinse tutte le accuse e riconfermò la sua intenzione di proseguire "per il bene del Cile".
Fu così che si dovette scendere nella violenza. Tra il 7 e il 10 settembre, Allende venne informato di un imminente colpo di Stato, previsto per il 14 dello stesso mese. Ad avvisarlo, il suo fedele generale Prats, che gli suggerì anche di lasciare il Paese. Il Presidente declinò l'invito, convocando, anzi, il ministro Pinochet, credendolo suo alleato. A lui raccontò dei rischi che stava correndo e svelò inoltre le sue future mosse: un errore che gli costò la vita.
All'alba dell'11 settembre era già troppo tardi: il golpe era in atto. Alleande abbandonò la sua abitazione trincerandosi a La Moneda, dove venne raggiunto dai suoi uomini. Alle 8 meno cinque, Allend si collegò per la prima volta in radio e riferì ai cittadini quanto era in corso. Poco dopo, cominciarono i bombardamenti. "Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente", è uno stralcio del suo ultimo discorso. "Hanno la forza, potranno abbatterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza.
La storia è nostra, e la fanno i popoli."
I militari, guidati da Pinochet, non lasciarono scampo ai lealisti. Assaltata La Moneda, impedirono entrate e uscite, bombardando e sfondando barricate. Per ore, all'interno del palazzo, i lealisti cercarono di resistere alla furia golpista, invano. Pinochet aveva vinto e non c'era più nulla da fare, se non un ultimo gesto rivoluzionari: pur di non lasciarsi uccidere, Allende afferò la sua mitraglietta e se la scaricò addosso, crivellandosi di colpi. I militari sostennero per lungo tempo di essere stati loro a eliminarlo, ma ricostruzioni, testimonianze ed esami hanno sempre confermato la teoria del suicidio.
La dittatura di Pinochet durò dal 1973 al 1990. In diciassette anni, 40mila persone furono uccise, torturate o incarcerate perchè considerate dissidenti, traditori. 1200 di loro sparirono nel nulla, più di 3000 furono le vittime accertate. Il tutto con il contributo e il benestare della Chiesa, che nascondeva i crimini del dittatore.
E della Cia. D'altronde, ebbe a dire Kissinger, riferendosi al golpe: “Non l'abbiamo fatto, ma ne abbiamo creato le basi”. 

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