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mercoledì 21 settembre 2016

LA SIRIA SPUTA IN FACCIA ALL'ONU

Diluvio di bombe, accuse e nuovi fronti. La Siria prende a schiaffi i Grandi all’Onu

Kerry: la tregua c’è ancora. Ma il raid sul convoglio umanitario ad Aleppo riapre le ostilità. La furia di Ban Ki-moon contro Assad: “È il principale responsabile di 300 mila morti”
AFP

LA STAMPA 21/09/2016
INVIATO A BEIRUT
Le carcasse annerite dei camion degli aiuti umanitari, i venti operatori inceneriti dal diluvio di bombe e fuoco alle porte di Aleppo assediata, sono una porta in faccia a ogni tentativo di soluzione politica in Siria. Se non fosse per le vite umane spazzate via, compresa quella del direttore della Mezzaluna rossa siriana, Omar Barakat, sembrerebbe un colpo di teatro. Un gesto eccessivo per imporre la propria posizione. In Siria la guerra è totale, non ci sarà pietà per nessuno.  

Uno schiaffo soprattutto all’Onu. Il segretario generale Ban Ki-moon lo ha sentito in pieno. E ha reagito. Denuncia dal Palazzo di Vetro l’attacco «disgustoso, barbaro e deliberato». Accusa Assad di essere il «principale responsabile» dei 300 mila morti della guerra civile. Ma è di fronte a questa realtà che la tregua concordata fra Russia e Usa, fra John Kerry e Serghei Lavrov, è finita nel peggiore dei modi. In una settimana è successo di tutto. Si sono aperti nuovi fronti, inseriti altri attori a complicare la trama. Errori clamorosi, per negligenza o dolo, hanno spalancato il via alle dietrologie più nefaste.  

Damasco e Mosca negano di aver compiuto i raid che, nella notte fra lunedì e ieri, hanno distrutto i 38 camion di aiuti diretti ad Aleppo. Accusano i ribelli di aver incendiato i mezzi apposta, «per dare la colpa a loro». Ma immagini di fori causati dalle deflagrazioni fanno propendere per un bombardamento aereo, e lì volano solo jet governativi e russi. Washington accusa la Russia. Almeno sono queste le conclusioni preliminari cui è giunta un’inchiesta. La tregua voluta da Kerry, Lavrov e l’inviato dell’Onu De Mistura dava fastidio a molti. In particolare al fronte islamista, che sente vicina la creazione di un Emirato retto dalla sharia nel Nord. E al regime di Bashar al-Assad, in possesso per la prima volta in 5 anni dell’iniziativa sul campo. 

Sono progetti opposti ma in questo momento complementari. Assad ha continuato anche durante la tregua nella sua strategia delle evacuazioni forzate. Dopo i sobborghi damasceni di Dayyara e Moadamiya, lunedì è cominciata quella del quartiere Waer di Homs, un tempo multiculturale e dinamico, diventato il feudo degli islamisti di Jaysh al-Islam. I combattenti sunniti con le famiglie sono stati trasferiti a Idlib. La provincia del Nord-Ovest diventa sempre più jihadista, dominata da Jabat al-Fatah al-Sham, l’ultima sigla di facciata che nasconde il volto di Al-Qaeda in Siria. 

La «Siria utile», la spina dorsale che va da Damasco ad Aleppo, è invece più alawita e cristiana, con associati i sunniti lealisti. Cambiano le percentuali fra le confessioni. Osservatori libanesi notano che si va verso «un terzo, un terzo e un terzo» fra sciiti, cristiani e sunniti. Assad, anche se dice di «voler riconquistare ogni centimetro quadrato di territorio», diventerebbe il garante di questa Siria occidentale simile al Libano. Mancano ancora però parte di Hama e i quartieri Est di Aleppo. È qui che i ribelli hanno compiuto la maggior parte delle «trecento violazioni» denunciate da Damasco e Mosca. E che sono continuati imperterriti i raid. 

La strategia di Assad ha quasi cancellato i ribelli moderati. Un dato di fatto che sembrava accettato da Kerry, attaccato a una tregua che «non è ancora morta», che cerca di resuscitare con Lavrov, mentre gli alleati, a partire dal ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, incitano a «non arrendersi alla guerra». Ma forse non convinceva il Pentagono. I raid americani che domenica hanno ucciso 90 soldati governativi a Deir ez-Zour sono frutto di un errore al limite dell’incredibile. Le mazzate di Aleppo e Deir ez-Zour hanno seppellito la fiducia reciproca fra russi e americani e la war-room in comune che doveva coordinare i raid contro l’Isis. 

È stato probabilmente Assad a trascinare i russi. Ma anche all’America mancano alleati affidabili. Il New Syrian Army, che deve conquistare il Sud, conta 300 combattenti. L’alleanza curdo-araba al Nord è stata messa fuori gioco dall’intervento della Turchia. I ribelli filo-turchi hanno accolto con insulti e minacce le forze speciali Usa al confine fra Turchia e Siria. Ad Aleppo, Hama, Damasco sono le forze islamiste a guidare la lotta. A Quneitra, fronte a ridosso del Golan l’iniziativa è in mano a Jabat al-Fatah al-Sham. Anche i missili anti-aerei S-200 lanciati dai siriani contro i jet israeliani che compivano una rappresaglia dopo i colpi di artiglieria arrivati sul Golan, segnano un cambio di passo. Assad si sente più forte e reclama i suoi diritti. Più che mai vuole Aleppo dove, secondo le testimonianze dei ribelli, le bombe-barile «cadono come pioggia», peggio di prima. I cento morti nella settimana di tregua «sulla carta» sono comunque meno della media. Trecentomila vittime in cinque anni fanno mille a settimana. 

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