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mercoledì 14 settembre 2016

LA SICILIA AFFOGA NELLA MONNEZZA

Immondizia, Sicilia al collasso. Discariche stracolme, partono navi di immondizia per la Bulgaria

La Regione spreca milioni per esportare via nave i rifiuti che le discariche che arricchiscono i privati non riescono più ad accogliere. E che potrebbero diventare una ricchezza se riciclati e riusati
(foto di Mariano Abbate e Antonio Pergolizzi)

LA STAMPA 14/09/2016
È partita nel buio del porto siciliano di Augusta, venerdì 26 agosto, la nave cargo Blue Star I, battente bandiera panamense, con il vanto di essere la prima nave di rifiuti siciliana diretta in Bulgaria, nel porto di Varna. Un viaggio lungo quattro giorni, 900 miglia nautiche più in là, con in pancia le prime 5 mila tonnellate di pattume proveniente prevalentemente dalla stremata discarica di Grotte san Giorgio, tra Lentini e Catania, con rotta verso lo Stretto dei Dardanelli e poi il Bosforo per entrare nel Mar Nero. Ci sono voluti cinque giorni di lavoro nello scalo siciliano per riempire la nave.  

Un’operazione tutta privata, avallata dalla Regione, che in via sperimentale prevede che altre 5 mila tonnellate di rifiuti urbani siciliani, previa biostabilizzazione, finiscano nei forni dei cementifici di Plovdiv, gestiti dalla ditta svizzera Holcim. In teoria potrebbe diventare un flusso costante, dipenderà solo dalla qualità degli scarti pretrattati, quindi dal loro potere calorifero: decideranno gli svizzeri. Solo Legambiente ha storto il naso, denunciando il ricorso al più classico dumping ambientale oltre confine, così nessuno protesta per le emissioni. Si aprono i confini dell’isola non per valorizzare frazioni di rifiuti richieste nel mercato delle materie prime seconde, come sarebbe naturale e giusto, ma per manifesta incapacità di saperli gestire regolarmente in patria. Altre possibili mete sarebbero Portogallo e Romania. Si segue l’esempio della Campania, che sta spedendo i suoi rifiuti tra il Nord Europa e il Marocco. Partenze che sono la dimostrazione lampante di un fallimento, ben fotografato quest’estate dalle montagne di rifiuti che spuntavano ai bordi delle strade e gonfiavano al passare dei giorni sotto il terribile sole d’agosto.  
Un viaggio di routine, perfettamente in regola, hanno precisato sulla stampa locale i responsabili dell’operazione, dalla società che gestisce la discarica, la Sicula Trasporti, all’Autorità portuale. Normale via vai. I proprietari della discarica siciliana gongolano, fanno il loro mestiere: con le spedizioni in Bulgaria danno sollievo al proprio invaso, incassano 110 euro per ogni tonnellata dai Comuni e ne spendono 30 per mandarli in Bulgaria. E, vista la mancanza generalizzata di impianti e i rischi igienico-sanitari imminenti, la Regione potrebbe in futuro sostenere questi viaggi, con un aggravio dei costi per i contribuenti, si dice, pari a quasi nove milioni di euro in un anno. Eppure fino a fine luglio l’assessore regionale Vania Contrafatto assicurava che non c’era nessuna emergenza in corso e che le discariche potevano ancora ingoiare.  

La realtà oggi è ben raccontata da questi viaggi della speranza, maschera di un misero fallimento politico, industriale, economico, sociale e ambientale, humusideale per corruzione e malaffare, dove domina l’emergenza e l’approssimazione. Con le principali discariche sotto sequestro giudiziario (Mazzarà Sant’Andrea) o pronte a esplodere (come quelle di Bellolampo, Motta Sant’Anastasia, Siculiana, Misterbianco), altre chiuse perché illegali o a mezzo servizio, la Regione consunta da contrasti interni e messa all’angolo dal ministero dell’Ambiente, e i cittadini in assetto di guerra, l’estero è apparsa l’unica luce in fondo al tunnel. Un’opzione che viola apertamente i principi di prossimità, autosufficienza e rispetto di standard ambientali e sanitari minimi posti a fondamento delle politiche europee e nazionali. Paradosso che si consuma anche dentro l’isola, con la monnezza di Marsala e Mazzara del Vallo – comuni con i migliori indici di differenziata (su scala provinciale siamo intorno al 26%, con comuni che raggiungono anche il 40) – che deve viaggiare fino in provincia di Siracusa, 700 chilometri andata e ritorno, vanificando tutto il lavoro a monte. Gli unici che fino a oggi hanno prosperato in questo sistema sono i proprietari delle discariche, che continuano a essere l’ago della bilancia.  
  
Nel marasma complessivo (manca ancora un Piano Regionale approvato) è stato lo stesso Governatore Rosario Crocetta a issare bandiera bianca e chiedere, appena tre mesi fa (maggio 2016), l’ennesima dichiarazione di stato di emergenza (l’ultima ufficiale chiusa nel 2013), richiesta respinta dal Governo nazionale, che gli ha comunque consentito di poter emanare “ordinanze contingibili e urgenti”. Un braccio di ferro continuo, quello tra Roma e Palermo. Dopo il primo commissariamento nel 1999 e la chiusura di ben 325 discariche in forza ai 390 Comuni siciliani, quasi una a testa, costruite senza un briciolo di protezione ambientale, c’è stato solo buio e silenzio. Ancora oggi ci si chiede che ne è stato di questi siti, cioè come è stato gestito il post mortem e se sono state fatte le bonifiche previste per legge. Nessuno lo sa. Pare ci stiano lavorando i carabinieri del Noe.  
  
Senza una vera strategia politica di raccolta differenziata e soprattutto di valorizzazione dei rifiuti, l’emergenza era inevitabile. Rispetto al resto del paese che fa bella figura in Europa nel riciclo di molte tipologie di scarti, come alluminio, carta, vetro, plastica e metalli, storicamente la Sicilia ha pensato solo a scaricarli in una buca. Le percentuali di raccolta differenziata sono ancora ridicole, stimate tra il 10 e il 12% (Ispra 2015), addirittura in calo nel 2014 rispetto all’anno precedente (nel 2013 era al 13,3%). Un destino già scritto.  
  
A luglio di quest’anno la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha scritto che in Sicilia l’intero ciclo è gestito “attraverso provvedimentidi somma urgenza che, di volta in volta, contengono deroghe a diverse norme regionali, leggi nazionali e soprattutto direttive europee”. Una deroga tira l’altra. Senza un orizzonte politico. Nella sostanza, “negli ultimi anni, si è passati dalle ordinanze del commissario di Governo a quelle del presidente della Regione. Strumenti diversi che hanno portato ad identici risultati”. Solo per fare un esempio, la principale discarica di Bellolampo a Palermo ha potuto operare negli ultimi anni solo perché il sindaco, tramite le sue ordinanze (se ne contano ben 20 tra ottobre 2014 e luglio 2015), ha concesso le deroghe. Le ordinanze contingibili ed urgenti sono diventate, quindi – mettono a verbale i commissari – “per la Regione siciliana un modus operandi attraverso il quale si tenta di gestire l’emergenza rifiuti. Negli ultimi mesi, infatti, il presidente Crocetta di queste ordinanze ne ha sottoscritte diverse”. Da una parte, il Governatore le nega, dall’altra le firma, le ordinanze. Un teatrino tra Kafka e Pirandello.  
  
Oltre ai viaggi all’estero, la Regione per prendere tempo sta autorizzando impianti di trattamento mobili, puntualmente criticati sia dal del Ministero dell’Ambiente che dall’Arpa, mentre gli unici impianti a lavoro sono stati fino a oggi, oltre alle discariche, quelli di tritovagliatura e TMB, mentre sullo sfondo si agita lo spettro (per i cittadini) dei termovalorizzatori (non si sa ancora se se ne costruiranno due oppure cinque o sei o otto); al momento l’unico certo appare quello proposto dal colosso A2A a Milazzo, giusto in faccia alla mega Raffineria e in sostituzione dei vecchi impianti della centrale termoelettrica, nella già martoriata Valle del Mela, uno dei Siti di interesse nazionale di bonifica (Sin). Tanto lì l’aria è già un morbo, ci sarà altro lavoro per i ricercatori dell’Istituto superiore di Sanità. Anche a Termini Imerese e a Gela, sempre per iniziativa di privati, i termovalorizzatori sarebbero destinati a prendere il posto di vecchie centrali e impianti industriali abbandonati. È il nuovo che avanza, in Sicilia.  
  
Una situazione incancrenita da anni di incapacità e pressapochismo politico che hanno spinto la Sicilia in un vicolo cieco. Negli anni sono cambiati i suonatori ma la musica è rimasta la stessa. Una tavola apparecchiata per Cosa nostra, che ha semplicemente fatto il suo, senza sforzarsi troppo. L’inefficienza portava dritti tra le sue braccia, bastava restare fermi. Numerose le indagini antimafia sul controllo mafioso dei rifiuti, che in provincia di Messina hanno portato anche a condanne definitive, vedi processo Vivaio , tanto da far dire al procuratore Franco Massara, sentito dalla Commissione di inchiesta, che sull’affare delle discariche si è registrato “un notevole, continuo e permanente inserimento della criminalità organizzata di tipo mafioso”. Inserimento mafioso che è filato liscio come l’olio ed è servito a fare da trait d’union tra la gestione pubblica, attraverso le Spa (a capitale misto pubblico/privato) create ad hoc, e il settore imprenditoriale, tutti seduti allo stesso tavolo. Lo schema sempre lo stesso e consolidato: i bandi erano cuciti addosso alle ditte prescelte, le fatture per i lavori emesse dalle imprese (per lavori non eseguiti o eseguiti solo in parte) pagate con soldi pubblici dalla società di gestione e poi i soldi girati a Cosa nostra. I tavolini erano le discariche.   
  
Lo stesso disegno di Totò Cuffaro di prevedere 4 mega termovalorizzatori naufragò a suo tempo presto tra le carte delle procure e soprattutto della Corte di giustizia dell’Ue, che nel 2007 ha addirittura annullato il Piano, considerato del tutto illecito (per la mancata pubblicazione del bando). Nel frattempo, correva l’anno 2002, dalla Regione ebbero la geniale pensata di costituire degli Ato (Ambiti territoriali ottimali), cui delegare la gestione dei rifiuti. In un niente, mafia e clientelismo erano eletti a sistema. Di Ato se ne costituirono ben 27: passeranno alla storia per il numero di assunzioni e di poltrone assegnate e per la mole di debiti lasciati in collo alla Regione. Facendo due rapidi conti, al 2010 gli Ato vantavano 11.667 unità (di cui circa il 35 per cento costituito da personale amministrativo) per una media regionale di un operatore ogni 440 cittadini siciliani: un rapporto dieci volte superiore rispetto ad altre regioni. Così si son persi altri 15 anni di tempo per mettersi al passo con i tempi. Gli Ato sono anche serviti a deresponsabilizzare i Comuni, declassati a semplici soci di un’assemblea di amministratori locali. Così tutto si poteva fare senza pagare dazio in termini elettorali.  
  
Una macchina brucia denaro impressionante e una palestra per la demagogia di molti sindaci capipopolo, che davanti ai propri concittadini sbraitavano contro il caro-monnezza, salvo poi recarsi all’assemblea dei rispettivi Ato ad approvare le stesse misure. Da una parte protestavano e dall’altra votavano a favore di bilanci che, il più delle volte, risultavano gonfiati e illegali. Si innescava così una spirale perversa: l’indebitamento degli Ato generava mancati pagamenti alle ditte di raccolta, che protestavano, e i sacchetti rimaneva in strada. Secondo la Corte dei Conti, i debiti accumulati arrivano oggi, stima per difetto, a quota 44,48 milioni di euro. Con gli stessi soldi la Sicilia sarebbe potuta diventare il fiore all’occhiello dell’economia circolare dei rifiuti.  
  
In questo settore, insomma, sindaci e Regione hanno dato il loro peggio, incapaci nella maggior parte dei casi di programmare politiche di prevenzione e di valorizzazione degli scarti, a partire dalla costruzione di impianti innovativi, capaci di dare un senso economico all’intero processo, dove pubblico e privato devono correre perfettamente in sincronia. La filiera, infatti, andrebbe costruita per intero, come chiede l’Ue, soprattutto per trarne nuova materia e solo in via residuale per estrarne energia. Le ragioni di questa gerarchia sono essenzialmente ambientali, per frenare il prelievo di materie prime vergini, cui si aggiungono motivazioni economiche e sociali. In Sicilia, se e quando si parla di recupero, si inverte sistematicamente la gerarchia: prima il recupero di energia e poi, semmai, quella di materia.  
  
Un esempio è il grave ritardo impiantistico per la valorizzazione della frazione organica. Dei cinque impianti di compostaggio previsti nel 2013 nei comuni di Augusta, Noto, S. Cataldo, Casteltermini e Capo d’Orlando, a oggi nessuno ha visto la luce. Considerato che gli scarti organici, facilmente recuperabili sia sotto forma di biogas e biometano (o come materia prima per la chimica verde, puntando sulla sintesi dell’organico piuttosto che sul petrolio) che di compost per l’agricoltura, rappresentano almeno il 40-50% del totale dei rifiuti urbani prodotti, è facile capire il valore perduto; anche perché se destinati alla discarica – com’è accaduto fino a oggi – rappresentano un costo economico e ambientale enorme, soprattutto per la produzione e lo smaltimento del percolato (che è un rifiuto pericoloso). Un impianto di biogas con digestione anaerobica, per esempio, oltre a produrre energia elettrica, produce energia termica, compost e acqua utilizzabile per fertirrigazione. Una tonnellata di rifiuti organici in un impianto del genere produce circa 380 Kwh elettrici e 480 Kwh termici e l’Italia ne è il terzo produttore al mondo, dopo Cina e Germania, per dire. Energia e calore puliti in sostituzione delle fonti fossili responsabili del riscaldamento globale, che in Sicilia, oggi, nessuno può usare. Si preferisce importare greggio e gas da mezzo mondo, esportare rifiuti e tirare a campare. Tra gli applausi di chi continua a comandare, senza muovere un dito, e la monnezza ancora per strada a marcire.  

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