Quando si pensa al lavoro dell’insegnante, spesso l’attenzione si posa sulla preparazione culturale e sulla competenza didattica, considerati i pilastri su cui dovrebbe fondarsi il nostro mestiere.
Titoli di studio, corsi di aggiornamento, ore dedicate a ideare progetti innovativi, capacità di padroneggiare diverse strategie didattiche, tutto questo fa indubbiamente di un docente un buon docente.
Ciò che talvolta sfugge è il lato più nascosto dell’insegnamento, quello che chi sta fuori dalla classe non può percepire né valutare, quello che viene sommerso dalle mille incombenze burocratiche, dalle verifiche, dalle pile di quaderni da correggere: la relazione umana tra alunno e insegnante.
Difficile da percepire, dicevo.
Perché la relazione umana è qualcosa che si crea nel tempo, che incontra ostacoli e mette alla prova le parti coinvolte, che ci costringe a misurarci con noi stessi e, cosa ancora più faticosa, a metterci in gioco come esseri umani.
relazione
Difficile incanalare in un unico binario prevedibile e misurabile tutta la gamma di elementi e di variabili che intervengono in una relazione di questo tipo.
Spesso, nella mia carriera di insegnante di Scuola Primaria, ho sentito maestre e professori lamentarsi dei propri studenti poco motivati, poco attenti, poco seri, poco intelligenti. Come se il nostro lavoro fosse restare sempre dietro la cattedra, aspettando che sia l’alunno a rispondere alle nostre magiche aspettative.
Chi non vorrebbe una classe di alunni intelligenti, dotati, seri, volenterosi, pronti a recepire tutto ciò che proponiamo loro, pronti a gratificarci, a renderci tutto più facile, togliendoci dalle spalle quel peso, quella responsabilità enorme che è prepararli e istruirli?
La realtà è che noi ci troviamo davanti a bambini e ragazzi che sono innanzitutto persone. Non numeri, non cognomi, non facce anonime che ci guardano assenti, ma persone. Spesso, a dire la verità, non hanno il tipo di intelligenza che noi ci aspettiamo.
Sono oppositivi, pigri, provocatori, disinteressati, disobbedienti.
Sta di fatto, però, che questo è il materiale umano sul quale noi dobbiamo lavorare. Persone imperfette e impregnate di esperienze e sensibilità diverse che condizionano il loro essere e, quindi, anche il loro “essere a scuola”.
Sta a noi andare oltre le apparenze e capire come lavorare con chi abbiamo di fronte.
Ma è davvero possibile progettare un percorso proficuo senza conoscere realmente i nostri alunni? È possibile calibrare il nostro modo di insegnare esclusivamente sulla base dell’alunno ideale che abbiamo nella testa?
Io ritengo che prima di pensare al tipo di approccio didattico, ai contenuti da proporre, alle competenze da valutare, sia necessario instaurare un ambiente di conoscenza reciproca provando ad affiancare i bambini e i ragazzi, cercando di capire chi sono, tentando di costruire un rapporto di fiducia e di ascolto.
La scuola è innanzitutto un ambiente di vita, ma è anche l’ambiente in cui si apprende. E l’apprendimento, spesso, ha bisogno di passare attraverso la relazione umana.
Talvolta, quando ho proposto questo tipo di riflessione, mi è stato fatto notare che ci sono sempre stati maestre e professori che, sebbene totalmente disinteressati ai loro studenti come persone, sono riusciti a prepararli egregiamente.
Che ci sono ottimi insegnanti severi, rigidi, a volte ingiusti, che hanno saputo lasciare comunque una traccia nei loro alunni.
Queste obiezioni sono vere. Ma lo sono in parte, perché accanto a tanti alunni che sono riusciti a beneficiare dell’insegnamento di docenti molto preparati ma umanamente assenti, ce ne sono altri che, per difficoltà emotive o di apprendimento, hanno vissuto la scuola come una sorta di incubo, una macchina trita-autostima che li ha costretti a ore e ore di ripetizioni inutili, risultati scadenti, sensazioni mortificanti che, probabilmente, si porteranno dentro per sempre.
Magari con insegnanti ugualmente preparati ma affettivamente disponibili, il loro percorso scolastico sarebbe stato meno disastroso.
Probabilmente molti non sarebbero comunque diventati dei futuri premi Nobel, ma avrebbero imparato a valorizzare altri aspetti di sé.
Avrebbero capito che non serve prendere una sfilza di dieci per valere qualcosa. Che in un ambiente di lavoro la cooperazione è importante tanto quanto i risultati individuali. Che le capacità di ciascuno sono diverse ma utili allo stesso modo e che ognuno può portare il proprio mattoncino personale per costruire qualcosa insieme agli altri.
Per questo motivo io credo sia importante favorire in classe un clima sereno, dove siano banditi i toni arroganti, mortificanti, competitivi e dove tutti, a prescindere dalle proprie capacità e abilità, possano sentirsi accolti.
Questa è la grande sfida di un docente. Qui si gioca la parte dura del nostro lavoro. Quella che ci costringe a lasciare da parte aspettative magiche e giudizi trancianti sui nostri alunni e ci impone di scendere dalla cattedra per metterci in gioco insieme a loro.
È una grande responsabilità e non sempre riusciamo. Come dicevo, le variabili sono molte e il fallimento, nel nostro lavoro, è dietro l’angolo. Ma credo valga la pena provarci.


Autore articolo
Danila Zangarini

Danila Zangarini

Insegnante
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