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giovedì 8 settembre 2016

IL MARE E' DENTRO NOI: AVV. CEVOLOTTO SU PUOIDIRLOQUI

“PuoiDirloQui” presenta 
Diritto dell’Ambiente 
Diritto Agroalimentare 
Salve, 
sono l’Avvocato Mario Cevolotto e inizierò questa serie di incontri trattando del “mare”. 
Naturalmente il taglio critico verterà su problemi inerenti l’ambiente, l’inquinamento e la presenza dell’uomo come fattore dell’ecosistema globale. 
Più avanti, al Nostro terzo e quarto appuntamento, ci occuperemo, ovviamente trattando di temi di particolare importanza per l’ecologia dell’inquinamento, rispettivamente della terra e dell’aria. 
Il mare è dentro di noi 
La grande letteratura si è da sempre occupata del “mare aperto”, basti pensare ai romanzi di Herman Melville, come “Moby Dick”, la Balena Bianca, ossessione perpetua del Capitano Achab, o quelli di Josef Conrad e in particolare: “La linea d’ombra”, che narra di un veliero fermo da settimane in mezzo al mare in eterna attesa di un filo di vento. 
L’uno e l’altro romanzo simboli della condizione umana intera. 
Il mare ci parla di quello che è Nascosto nel profondo della nostra anima. 
Ma il mare ci restituisce anche immagini certamente meno complesse: gli sport marini, da quelli “più tranquilli”, almeno apparentemente, come la palla a nuoto, a quelli più spericolati e spettacolari come il surf effettuato cavalcando onde gigantesche. 
Qualunque sia l’immagine evocata, nella realtà il mare è in pericolo e qui segnaliamo due grandi fattori inquinanti che sono la plastica e gli idrocarburi. 
La plastica sta ormai colonizzando il mare. 
Gigantesche quantità di questo materiale vengono immesse nei mari, negli oceani e perfino nel Mediterraneo, dove saranno le correnti marine unitamente al vento a raggrupparle in quelle che possono addirittura sembrare delle “piccole isole” composte da miliardi di frammenti multicolore che si uniscono, si disaggregano e formano, per citare il grande poeta Tennesse Williams con il suo capolavoro “Lo zoo di vetro”, qualcosa di simile ad un “arcobaleno in frantumi”. 
Chilometri quadrati di plastica sulla quale si ha addirittura l’impressione di poterci camminare sopra. 
Si può approssimativamente disegnare un perimetro che comprende un terzo del Pacifico, dalle coste della California fino alla Cina, sempre in maggiore espansione dato che le stime ufficiali parlano di immissione nelle acque di una tonnellata di plastica al giorno. Un continente fittizio, innaturale, artificiale, che dati i tempi lunghissimi di biodegradabilità delle sostanze plastiche e dato il costante incremento delle stesse nelle acque durerà forse per sempre. 
Quella che ormai gli oceanologi chiamano “plastisfera”, o isola di plastica, è un vero problema per l’ecosistema marino. 
Il vero problema è che i frammenti di plastica sembrano funzionare da ricettori che, come spugne, assorbono qualsiasi tipo di sostanza, anche velenosa, restituendola all’uomo attraverso il metabolismo delle creature marine. 
L’esperto Nicola Carmineo afferma: “l’isola è dentro di noi”. 
Questi frammenti, o microparticelle, assomigliano infatti al plancton, che è una particella base di cui si cibano pesci e uccelli. Purtroppo, il problema è che pesci e uccelli non riescono più a distinguere i microorganismi naturali di cui si nutrono dalla plastica. Essi sono talmente simili che a volte perfino un attrezzato laboratorio ultra scientifico può incontrare difficoltà nel discernere. Così la plastica entra nel meccanismo biologico dei pesci. 
Nell’ultimo viaggio nel “Garbage Patch” gli studiosi hanno trovato, nel corpo di una tartaruga, trentanove pezzi di plastica ed una sottile pellicola. 
In relazione a questo non è inutile notare come spesso si possono vedere delle tartarughe morenti perché soffocate dalle buste di plastica che non sono riuscite a distinguere dalle meduse che sono parte integrante della propria alimentazione. 
Non bisogna poi dimenticare l’incidenza degli scarichi industriali. 
Basti pensare ai microgranuli contenuti in alcuni dentifrici, alle fibre di poliestere che si staccano dai tessuti durante il ciclo dei lavaggi in lavatrice e ai minuscoli granuli dei cosmetici che sfuggono ai filtri di depurazione per poi essere immessi in mare aperto. 
Quello che con ragionevole certezza possiamo affermare è che la plastica e gli altri inquinanti presto entreranno a far parte del ciclo biologico anche del nostro organismo. 
Il problema è un enigma di difficile comprensione anche per un esperto di diritto marino. 
Infatti queste isole galleggianti, semoventi, spesso si trovano a viaggiare oltre le 200 miglia da terra, in uno spazio libero che determina l’impossibilità di sapere quale sia l’agente tenuto ad intervenire sia sotto il profilo precauzionale come sotto il profilo di rimessione in pristino dell’integrità marina violata. 
Esistono anche tentativi di risolvere il problema attraverso i cosiddetti “mangiaplastica”: un progetto dell’Università di Bologna che ha come fine ultimo quello di trovare dei batteri che siano in grado di mangiare la plastica. 
Allo stesso modo un giovane studente Boyan Slat, ha avuto un’intuizione geniale. Nello sfruttare le correnti marine per arginare “il mare di plastica”, egli afferma: “poiché l’acqua è in continuo movimento secondo schemi prevedibili, è possibile usare barriere galleggianti fissate sul fondo marino per convogliare rifiuti e plastica in punti specifici”. 
Questo potrebbe dar luogo sia alla pulizia del mare che a fenomeni di riutilizzo dei materiali. 
Secondo quest’ultimo profilo verrebbe forse incentivata tale procedura superando la domanda sul chi dovrebbe assumersi gli ingenti costi dell’operazione. 
Tracy Minter, microbiologo della Woods Hole Oceanic Institution del Massachussets, dopo aver osservato un ingrandimento al microscopio, ha rilevato un rifiuto plastico al largo del mar dei Sargassi attorniato da una barriera di batteri che stavano mangiando quel che restava di una busta di plastica. Un mondo da scoprire e studiare. 
Il danno causato dagli idrocarburi. 
Si tratta di un settore vastissimo che tratteremo “a volo di uccello” nella speranza di riuscire a divulgarne i dati essenziali. 
Qualche esempio: 
Nell’inverno del 1979 la nave “Antonio Gramsci”, a causa di guasto tecnico riversò nel Mar Baltico circa 55.000 tonnellate di petrolio provocando un ingente inquinamento territoriale delle coste della Svezia, della Finlandia e della Russia. Il Governo Svedese chiese e ottenne, in base a particolari convenzioni che riguardano ciò che fuoriesce dalle navi internazionali, il risarcimento del danno derivante dalle spese necessarie per la bonifica e il ripristino della qualità della natura, della flora e della fauna anche ittica. 
Un’altro esempio, che ci riguarda da vicino, è dato da una richiesta di risarcimento del danno ambientale presentata allorquando la nave petroliera “Patmos” collise con una nave spagnola nello stretto di Messina rilasciando nel mare circa 1.300 tonnellate di petrolio che provocarono gravi danni all’ecosistema siciliano ed anche danni economici derivanti dal decremento delle possibilità economiche legate al turismo. 
In primo grado, il Tribunale di Messina ebbe a respingere le pretese risarcitorie sostenute dal Ministero della Marina Mercantile. Il tutto sulla base della circostanza che il Ministero italiano non avesse dato prova di aver subito esborsi monetari derivanti da bonifica o rimessione in pristino del “bene ambiente” violato. 
Di diverso avviso fu la Corte di Appello di Messina che, nel 1992, riformò la sentenza di primo grado. 
Una sentenza esemplare da cui naqque il moderno diritto ambientale e la valutazione dell’ecosistema in se come bene tangibile e oggetto di tutela. 
In particolare in questa sentenza si stimava il Bene Ambiente come: “res extra commercium”, non suscettibile di per se di valutazione economica, ma veniva considerato il suo proprio valore in ragione delle esigenze della collettività. 
Si profilò quindi un danno all’ambiente, in se e nelle sue componenti, considerato per un decremento di utilità a danno dell’intera collettività valutato in via equitativa dal Giudice in circa 2 miliardi e cento milioni di lire dell’epoca. 
Altra sede di fatti dolosi che rischiano di compromettere l’ecosistema mare sono l’affondamento preordinato delle cosiddette “navi carretta” colme di rifiuti tossici o l’impatto dei sommergibili atomici sulla flora e sulla fauna. 
Avvocato Mario Cevolotto 
Studio Legale: Circonvallazione Clodia, 88 Roma - tel. 3319895084 
mario.cevolotto@libero.it 
Sono Avvocato in Roma, anche se ho fatto in passato altre cose per completare la mia formazione di giurista come per esempio il Giudice Onorario, ed ho partecipato, e tutt’ora partecipo alle commissioni di diritto e procedura penale tenute dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma, come allo stesso modo sono componente di una sottocommissione della Camera Penale di Roma che si occupa di investigazioni difensive, settore che, nel diritto dell’ambiente e del diritto agroalimentare possono e potranno esse di grande utilità. Come avvocato ho partecipato a processi importanti come quello dell’inquinamento prodotto dal termovalorizzatore di Colleferro, nel Lazio, o quello relativo all’emergenza rifiuti di Roma. Ho maturato un’esperienza significativa sulla gestione dei rifiuti, la termovalorizzazione, la vaporizzazione e l’igiene in genere di acqua, aria e terra. Mi occupo in grande parte di diritto penale ma negli ultimi anni la mia attenzione è andata, prevalentemente nella considerazione del diritto dell’ambiente e nello studio del diritto agroalimentare. 

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