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domenica 11 settembre 2016

IL CAMPIELLO VA A SIMONA VINCI

In un Campiello a tinte forti la vittoria a sorpresa di Simona Vinci 

Il più votato è il romanzo einaudiano La prima verità: una storia di fragilità umana
ANSA
Simona Vinci 46 anni milanese È diventata celebre nel 2000 con il romanzo di esordio Dei bambini non si sa niente

LA STAMPA 11/09/2016
VENEZIA
È il Campiello dei corpi straziati, in cinque romanzi finalisti che declinano in vari modi il tema di un paesaggio di violenze e ferite cui si risponde con l’amore, non necessariamente platonico, anzi carnalissimo ma anche malato fino all’ossessione sessuale. E il verdetto della vasta giuria dei lettori (trecento votanti) ha premiato Simona Vinci (La prima verità, Einaudi, con 79 voti) dove lo scenario principale - ma non il solo, c’è una parte di autobiografia e di confronto con la follia - è un manicomio-inferno su un’isola greca, e tra i volontari accorsi da tutta Europa si intrecciano storie, ivi compreso un pur fugace episodio lesbico.  

E’ un libro di grandissimo impegno che ha chiesto otto anni per essere scritto, e sa intrecciare, per dirla con T. S. Eliot, «melanconia e desiderio». Simona Vinci, quando ne parla, lo vede come un testo, nella sua complessità e anche nella sua ferocia, «abbastanza dolce». Perché riguarda «la fragilità umana» e dunque può arrivare a tutti. Chi di noi, si chiede, non è fragile? E non parla solo, ovviamente, di manicomi, ma di una sorta di destino umano. 
Fragili ma determinatissime sono anche le due crocerossine di Elisabetta Rasy, partite per la Grande Guerra con l’ambizione di essere finalmente libere, pur in un mondo che va a pezzi. Le regole del fuoco (Rizzoli, secondo con 64 voti), ne racconta la storia anche sentimentale, che sfocia in un rapporto erotico fermo e dolcissimo. 
L’opposto esatto, potremmo dire, di quanto avviene nella spaventosa follia di Andrej Cikatilo, il più efferato serial killer della storia sovietica e forse del mondo intero, che in dodici anni, dal ’78 al ’90, uccise almeno cinquantasei persone, provando da un lato una sorta di godimento politico, ma dall’altro soprattutto una sua contorta estasi sessuale. A lui ha dedicato il suo Il giardino delle mosche(Ponte alle Grazie, terzo con 62 voti) Andrea Tarabbia. 

Tra quattro romanzi dove la finzione si aggancia a una storia vera, uno solo è pura fiction: quello di Luca Doninelli (Le cose semplici, Bompiani, quarto con 41 voti), dove si immagina la vita di ogni giorno in una Milano post-atomica, il disgregarsi dei vincoli sociali e il testardo tentativo di farli in qualche modo risorgere. Ma soprattutto, anche qui, un amore che ricorda «l’amor de lonh» provenzale, non verso una dama idolatrata e vaga, ma per la moglie lontanissima, bloccata dal disastro planetario in America. C’è ancora amore, ma è quasi un gesto di catarsi, forse di ribellione, in Alessandro Bertante (Gli ultimi ragazzi del secolo, Giunti, quinto con 34 voti): un viaggio nella Bosnia dove ancora sotto le ceneri è caldissimo il fuoco della guerra. 

Durante la serata al Teatro della Fenice, presentata da Geppi Cucciari e Neri Marcoré, non sono mancate le battute, nonostante lo spessore delle tematiche. La migliore è però quella di Ferdinando Camon premio alla carriera. Ha posto una domanda semiseria e specifica: «Ma perché in tanti anni non mi avete mai dato un singolo Campiello?»  

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