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martedì 20 settembre 2016

HORROR TRUMP

Ecco perché fa paura Donald Trump – l’Espresso

trumpespresso.repubblica.it – Ecco perché fa paura Donald Trump. A un secolo dalla rivoluzione d’Ottobre, un altro fantasma si aggira per l’Europa e gli Stati Uniti. E può spazzare via il sistema politico tradizionale. Da Washington a Berlino, calendario di un anno da vivere pericolosamente  –  di Gigi Riva
Un secolo dopo la rivoluzione d’Ottobre (7-8 novembre 1917 secondo il nostro calendario), un nuovo fantasma si aggira non solo per l’Europa ma per tutto l’Occidente. Si richiama al popolo, come allora, ma non ha venature rosse, non è internazionalista e ha orrore della dittatura del proletariato.
Nei suoi accenti più estremi è xenofobo, razzista, odia le istituzioni sovranazionali e ama le heimat, le piccole patrie. Ha preso vigore con la Brexit dello scorso 23 giugno e sfrutta un calendario favorevole, lungo un anno, cercando di produrre un effetto domino capace di cambiare i connotati della politica tradizionale, così come l’abbiamo conosciuta. E minare le fondamenta della democrazia rappresentativa.
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STATI UNITI
Per una capriola della storia, il fantasma semina il panico soprattutto nell’America che fu l’antagonista principale del suo avo centenario. E a Washington assume le sembianze di un miliardario dai capelli pannocchia di nome Donald Trump, 70 anni, il quale sembra avere molte consonanze con quel Vladimir Putin, padrone di tutte le Russie, definito zar, cioè con l’appellativo dei regnanti che la rivoluzione d’Ottobre spazzò via. Si propone come uomo forte, refrattario ai compromessi, con un linguaggio spiccio e lontano dal politicamente corretto.
In pochi lo accreditavano di grandi chance. Ma è riuscito contro pronostico a guadagnare la nomination alla convention dei repubblicani e corre per la Casa Bianca (si vota l’8 novembre) contro un avversario, Hillary Clinton, azzoppata dalla diffidenza che circonda le élite e soprattutto dalla malattia, una polmonite, nascosta però palesata in pubblico durante la cerimonia per il 15° anniversario dell’11 settembre.
L’omissione è l’ultima di una catena che ha accompagnato l’ex segretario di Stato lungo la sua carriera. E le omissioni sono parenti strette di quelle bugie che gli americani non perdonano ai politici.
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Alcuni sondaggi danno già il superpopulista in vantaggio, anche se ora è alle prese con un’inchiesta sulla regolarità delle donazioni alla sua fondazione. Le cancellerie tremano. Un eventuale successo di Trump potrebbe essere il varco entro il quale possono infilarsi altri suoi consimili all’insegna del motto: se succede a Washington perché non in Europa?
UNGHERIA
Un passo indietro. Nell’Europa fragilizzata da una crisi economica lunga ormai otto anni (superati i sette proverbiali anni delle vacche magre), resa insicura dalle scorribande del terrorismo islamista sul suo suolo, spaventata dall’esodo biblico delle migrazioni, monca della sua sponda inglese, attraversata dai venti autonomisti, il 2 ottobre si gioca la partita preliminare per la sopravvivenza dell’Unione.
Viktor Orban
Viktor Orban
Il match si svolge in un Paese all’apparenza secondario, l’Ungheria, con un esito che sembra scontato e che potrebbe avere effetti incendiari per il Vecchio Continente. Si terrà infatti il referendum promosso dal governo ultranazionalista di Viktor Orbán e i cittadini dovranno rispondere alla seguente domanda: “Volete che l’Unione europea decreti una rilocalizzazione obbligatoria dei cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?”. Il vantaggio del “no” appare incolmabile: 71 per cento, contro il 13 per cento di sì e il 16 di indecisi.
Per il premier il sistema delle quote deciso a Bruxelles «ridisegnerebbe l’identità etnica, culturale e religiosa del Paese». Viene imposta un’invasione? Tutt’altro: per la solidarietà comunitaria si chiede a Budapest di accogliere 1300 profughi su una popolazione di dieci milioni di abitanti.
Tanto è bastato per scatenare una campagna dai toni terroristici in cui i migranti sono additati come responsabili di ogni nefandezza, dagli attentati alla violenza contro le donne. Diecimila soldati sono stati mandati a presidiare le frontiere ed è stato eretto un muro di filo spinato lungo 175 chilometri a ridosso del confine. Una ribellione così estrema a una decisione della Ue rischia di minare l’intera impalcatura dell’Unione a 27. E non per caso si è già alzata la voce di un ministro degli Esteri, quello del Lussemburgo, Jean Asselborn, che chiede l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione. Il minuscolo Lussemburgo esprime però il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.
ISLANDA
Il 29 ottobre in Islanda, nelle elezioni anticipate convocate dopo che il premier si era dovuto dimettere a causa dello scandalo dei Panama Papers (pubblicati in Italia in esclusiva da “l’Espresso”) potrebbe trionfare il Partito Pirata che propugna democrazia diretta, legalizzazione delle droghe leggere e l’asilo per Edward Snowden: diversamente populisti.
AUSTRIA
A proposito di secoli che tornano su se stessi. Austria-Ungheria erano due facce dello stesso Impero dissolto dopo la prima guerra mondiale. Ora sembrano pervase dallo stesso virus etnicista dopo che ai tempi di Francesco Giuseppe avevano rappresentato un caso riuscito di multietnicità. Ricordate il muro del Brennero alzato la scorsa primavera per scongiurare gli ingressi dall’Italia? Potrebbe rafforzarsi più di prima se nel ballottaggio delle presidenziali (4 dicembre) dovesse prevalere il presidente della Camera Norbert Hofer, dell’Fpö (Partito della libertà), la formazione del defunto Georg Haider, che fu padre-padrone della Carinzia e uno dei capostipiti agli albori del populismo europeo negli anni 90.
Norbert Hofer
Norbert Hofer
Il 22 maggio scorso il suo competitor, l’economista verde Alexander van der Bellen, aveva prevalso di soli 31 mila voti con il 50,3 per cento. Dopo un ricorso alla Corte Costituzionale sono state riscontrate irregolarità nello spoglio delle schede arrivate per corrispondenza, tanto da far invalidare l’esito. Si sarebbe dovuta ripetere la consultazione il 2 ottobre, ma gli elettori si sono accorti che la colla delle buste da inviare per posta è difettosa e impedisce una chiusura ermetica. Tutto rimandato di due mesi con Hofer che sembra veleggiare verso il successo perché nel frattempo il suo programma basato su più sicurezza e meno immigrazione ha avuto un corposo aiuto grazie agli attentati dell’estate in Francia e Germania. Tutto si tiene nel mondo globalizzato.
OLANDA
Il domino, ad Amsterdam e dintorni, assume anche le sembianze del gioco dell’Oca. Si ritorna alla casella di partenza della Brexit che fa scuola. Mancano ancora sei mesi, un’eternità in politica, ma se dalle urne del 15 marzo 2017 dovesse uscire vincente il Partito della Libertà (stesso nome di quello dell’austriaco Hofer) di Geert Wilders (stessa capigliatura, più o meno, di Donald Trump) l’Olanda potrebbe intraprendere la stessa strada di Londra.
Il politico olandese Geert Wilders
Il politico olandese Geert Wilders
Wilders aveva avuto una cocente delusione nel 2012 quando era precipitato al 10,1 per cento perdendo 5 punti e mezzo. Nelle intenzioni di voto oggi i consensi alla sua politica sono triplicati grazie anche all’idea di un referendum analogo a quello britannico, al quale non è contrario nemmeno il primo ministro Mark Rutte. Wilders, in Europa è alleato di Marine Le Pen, a cui passerà la palla solo un mese dopo quando in Francia si terranno le presidenziali.
FRANCIA
Sarà la madre di tutte le elezioni in Europa. I francesi temono la tempesta perfetta che potrebbe scatenarsi soprattutto se dall’America dovesse emigrare l’eventuale “cattivo esempio” di Trump alla Casa Bianca. Da tempo Marine Le Pen è indicata come la trionfatrice del primo turno. Non basta. Il sistema elettorale a doppio turno (23 aprile e 7 maggio 2017) favorisce lo schema delle alleanze.
Che da sempre penalizza il Front National. Fu così nel 2002 quando Chirac ebbe un plebiscito, 82, 21 per cento, e si giovò anche dei voti socialisti, contro Le Pen padre inopinatamente approdato al ballottaggio. E alle regionali dello scorso dicembre quando il Front fu primo partito, arrivò in testa in sei regioni al primo scrutinio, ma non ottenne nessun presidente dopo il secondo perché funzionò la pregiudiziale contro di loro che coagulò gli avversari.
Nonostante i precedenti, il fantasma del populismo si aggira per Parigi, accompagnato dagli spettri di un terrorismo interno che ha colpito dalla capitale alla Costa Azzurra. Marine cerca di ripulirsi dalle scorie post-fasciste ereditate dal genitore.
L’ipotesi che possa arrivare all’Eliseo ha indotto alcuni deputati socialisti e Républicains a immaginare una fusione per arginare la deriva estrema. Un blocco delle forze di sistema che si contrappone a quelle anti-sistema nel possibile bipolarismo venturo.
Sembra ancora fantascienza o fantapolitica ma già il fatto che se ne discuta è enorme. Marine si affretterebbe a promuovere il referendum per la “Frexit” dall’Europa, condiviso dal 55 per cento anche se solo il 41 vorrebbe dire addio a Bruxelles.
GERMANIA
Angela Merkel e Francois Hollande
Angela Merkel e Francois Hollande
I tedeschi avevano trovato nella florida economia l’antidoto contro i fantasmi. Ma l’apertura al milione di siriani dell’agosto 2015 della cancelliera Angela Merkel ha prodotto l’effetto boomerang della sconfitta in casa nel Meclemburgo-Pomerania al cospetto della stella nascente Frauke Petry e della sua Alternative für Deutschland, movimento nato dall’idea di una classe dirigente nostalgica del marco e trasformatosi nell’avanguardia populista tedesca con consensi a due cifre.
Per le legislative si vota tra un anno ed è sulla leva dei soldi che la Merkel e i partner socialdemocratici vogliono agire per frenare l’emorragia. Con uno slogan che a quelle latitudini fino a poco fa sarebbe suonato blasfemo: meno tasse per tutti (vedi il focus nel riquadrato grigio).
A Berlino comincia a far capolino la sensazione che il Paese non si può salvare da solo. E il rischio è il naufragio assieme al resto del Continente. Dunque serve una politica più solidale che apra alla flessibilità anche in Europa. Ammesso che non sia troppo tardi e l’inerzia della rivoluzione del Ventunesimo secolo sia ormai così potente da risultare inarrestabile.

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