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lunedì 19 settembre 2016

FB COLLABORA CON ISRAELE

facebookisraelecensuraDI GLEEN GREENWALD
theintercept.com
Una seria controversia e’ scoppiata la settimana scorsa quando Facebook ha cominciato a cancellare tutti i post contenenti la foto iconica della “Ragazza del Napalm” vietnamita in base al fatto che violerebbe le condizioni riguardo l’uso di immagini di nudità di minori. Facebook ha persino rimosso un post del Primo Ministro norvegese, che aveva caricato una foto di protesta di questo atto censorio. Non appena le reazioni di oltraggio si sono diffuse, Facebook ha cambiato idea e ha ammesso “la storia e l’importanza a livello globale di questa immagine nel documentare un particolare momento storico”. In qualche modo, però, l’episodio fornisce un altro esempio dei pericoli che si corrono nel lasciare ad un nugolo di aziende tech come Google, Facebook e Twitter, la decisione ultima su ciò che possiamo o non possiamo vedere.


Ora che Facebook si è risollevata da questo atto di censura, sembra che si sia buttata a capofitto in un altro. L’Associated Press riporta da Gerusalemme che oggi (12 Settembre, NdT) il governo di Israele e Facebook hanno raggiunto un accordo su come trattare, congiuntamente, l’incitamento alla violenza e all’odio, sul social media. Questi meetings si stanno tenendo in questi giorni, mentre il governo sta mettendo a punto un disegno di legge per costringere i social network a limitare i contenuti che Israele indica incitare alla violenza. In altre parole Israele sta per costringere Facebook, per legge, a censurare i contenuti che le autorità politiche israeliane considerano “improprio”, e Facebook appare reagire con entusiasmo a questa minaccia lavorando direttamente col governo di Israele per determinare quale contenuti debbano essere censurati.
Non è necessario aggiungere che l’operazione di censura congiunta tra Isreele e Facebook sarà diretta ad Arabi, Mussulmani, e Palestinesi che si oppongono all’occupazione Israeliana. L’articolo di AP è chiaro sul punto: “Israele ribatte che l’ondata di violenza con i Palestinesi negli anni recenti è stata alimentata dall’incitamento avvenuto in gran parte sui social media.” Come riporta Alex Kane su The Intercept di giungo, Israele ha attivamente monitorato i contenuti pubblicati dai Palestinesi su Facebook e in alcuni casi arrestato individui per i loro post di natura politica. L’ossessione Israeliana per il controllo dell’uso dei social media da parte dei Palestinesi è motivata dal fatto che Facebook ha giocato un ruolo chiave nell’organizzare gruppi politici che si oppongono all’occupazione. Come scrive Kane: “Una dimostrazione contro l’occupazione di Israele può essere organizzata in una manciata di ore, mentre il monitoraggio dei Palestinesi può essere condotto più facilmente grazie all’impronta digitale che questi lasciano nei loro portatili e cellulari.”
Da notare che in questo meeting con Facebook, Israele era rappresentata dal Ministro di Giustizia Ayelet Shaked, un estremista a tutti gli effetti, il quale ha precedentemente dichiarato che non crede in uno Stato Palestinese. E’ stato Shaked che ha proposto “una legislazione atta a costringere i social network a rimuovere contenuti che Israele considera di incitamento”. Recentemente ha fatto notare, con orgoglio, come Facebook sia già molto “in regola” con i diktat della censura di Israele: “negli ultimi 4 mesi, Israele ha trasmesso a Facebook 158 richieste di rimozione di contenuti, e Facebook ha accettato il 95% dei casi.”
Tutto questo non fa altro che riportare all’attenzione i serissimi pericoli di avere le nostre dichiarazioni pubbliche sotto il controllo e la responsabilità di un piccolo numero di giganti tech, senza un mandato democratico. Suppongo che qualcuno sia confortato dall’idea che managers benevoli come Mark Zuckenberg ci proteggeranno dai discorsi di incitamento all’odio. Però, parole come “terrorismo” non hanno un significato fisso; sono costantemente malleabili e soggette a manipolazioni per scopi propagandistici. Puoi dire di fidarti veramente di Facebook o del governo di Israele nel giudicare quando un post Palestinese contro l’occupazione sia considerato “incitamento alla violenza e odio”?
Mentre l’attenzione si concentra sull’ “incitamento” dei Palestinesi, è in realtà molto frequente l’uso che gli Israeliani fanno di Facebook per incitare alla violenza sui Palestinesi, incluso l’incitamento alla vendetta degli Ebrei che vivono negli insediamenti contro i Palestinesi quando vi sono attacchi a Israele. Come ha fatto notare recentemente il Washington Post “I Palestinesi hanno anche loro messo in rilievo il fatto che i social network incitano alla violenza e diffondono una propaganda d’odio, razzismo e discriminazione nei confronti dei Palestinesi.”
Nel 2014, migliaia di Israeliani hanno usato Facebook per pubblicare messaggi in favore dell’assassinio dei Palestinesi. Quando un soldato dell’IDF nei territori occupati fu arrestato l’anno scorso per aver ucciso, senza motivo e con un colpo in testa, un Palestinese ferito a terra, il soldato ha usato Facebook per lodare il gesto e giustificare quella violenza, con tutta la cricca di soldati Israeliani accorsi in suo supporto. Persino lo stesso Ministro Shaked, adesso parte del governo che deve decidere sulla censura, ha usato Facebook per pubblicare messaggi incredibilmente estremisti, violenti, e di una retorica rabbiosa anti-Palestinese. Il Primo Ministro Netanyahu e altri ministri del suo gabinetto hanno fatto lo stesso. Al Jazeera America ha riportato nel 2014:
I messaggi d’odio contro gli Arabi pubblicati su Facebook si sono tradotti in atti di violenza sulle strade di Gerusalemme nel momento in cui gli estremisti Israeliani hanno fomentato la violenza e provocato caos. Questa violenza è poi circolata, di ritorno, nei video di YouTube e Facebook, i quali mostrano centinaia di gruppi di Israeliani cantare con rabbia “Morte agli Arabi”, in cerca di Palestinesi da attaccare”. Il video di un Ebreo Israeliano che attacca un Palestinese in un autobus pubblico, gridando “Sporco Arabo, sporco Arabo, assassino di bambini” è emerso da Tel Aviv. E altri video che mostrano le forze di sicurezza Israeliane usare una forza eccessiva su un ragazzino Israelo-Americano in manette, vien da chiedersi chi fosse in realtà ad incitare la violenza:
https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=rImgsRg-a-8
C’e’ qualcuno che riesca ad immaginare il fatto che Facebook possa rimuovere messaggi di importanti figure Israeliane che fanno appello alla violenza o oppressione sul popolo Palestinese? Allo stesso modo, chi può minimamente immaginare Facebook cancellare i messaggi di Americani o Europei che chiedono guerre di aggressione o altre forme di violenza contro paesi Mussulmani, o paesi che criticano le politiche occidentali? La risposta è ovvia. Facebook è una azienda privata la cui missione legale è quella di massimizzare i profitti, e quindi interpreterà concetti scivolosi come “discorsi d’odio” o “incitamento alla violenza” per far piacere a coloro che detengono il potere. E’ quindi inconcepibile il fatto che Facebook possa minimamente sognarsi l’idea di cancellare questo tipo di difesa e incitamento alla violenza:
[contenuto embed da aggiungere]
Facebook è sotto la pressione di vari governi per cancellare contenuti non graditi a questi ultimi. Gli Stati Uniti e Gran Bretagna hanno recentemente lanciato una campagna di veleni contro aziende di Silicon Valley ritenute essere di supporto ai terroristi o all’ISIS, per il solo fatto di essersi rifiutate ad avere un ruolo piu’ attivo nel bandire contenuti che questi governi considerano “terroristici”. Israele è stata particolarmente aggressiva nel tentare di dare la colpa a Facebook per gli atti di violenza e quindi costringerla a venire al tavolo. Famiglie Israeliane i cui membri sono stati uccisi dai Palestinesi stanno portando in tribunale Facebook con l’accusa di aver facilitato questi attacchi. Alcuni hanno persino accusato Facebookdi essere sbilanciata contro Israele nelle sue attività di censura dei contenuti.
In tutto questo, The Intercept ha inviato le seguenti domande a Facebook, ma ancora non abbiamo ricevuto risposta. Aggiorneremo questo articolo se succederà:
1) Ha Facebook mai incontrato leader Palestinesi in uno sforzo congiunto per identificare e sopprimere messaggi di Israeliani che incitano alla violenza? Avete in programma di farlo?
2) Se un Israeliano dichiarasse apertamente un attacco o bombardamento della Palestina, questo post violerebbe i termini d’uso di Facebook? E’ stato mai rimosso un tale contenuto?
3) Quale ruolo, esattamente, gioca il governo Israeliano nell’aiutare Facebook ad identificare i contenuti da bandire?
4) Facebook ha dichiarato che ha “approvato il 95% delle richieste di rimozione dei contenuti” dagli ufficiali Israeliani. Quale percentuale di simili richieste da parte Palestinese è stata approvata?
5) Se qualcuno dice che l’occupazione Israeliana è illegale e deve essere fatta resistenza con ogni mezzo, è questa una dichiarazione permessa?
E’ vero che queste aziende private abbiano il diritto legale di censurare quello che vogliono. Ma questo fatto ignora il controllo (mai avuto prima da nessuna azienda) che un così piccolo gruppo di corporazioni possono esercitare sull’informazione a livello globale. Che questa attività di censura sia parte dei diritti concessi alle corporazioni non li assolve dai seri pericoli che queste aziende pongono, per le ragioni descritte sopra. (E’ di oggi la notizia che Twitter ha bandito un gruppo Scozzese a favore dell’indipendenza della regione dopo che ha criticato l’articolo di un giornalista di un tabloid, il quale si era lamentato di essere stato “maltrattato verbalmente”).
Non è una esagerazione dire che Facebook, in questo momento, è di gran lunga la forza più dominante nel giornalismo. Ed ecco perché è incredibilmente significativo vederlo al lavoro in collusione con governi nel censurare i contenuti degli oppositori di questi governi. Ma come spesso succedere con la censura, la gente la approva fino a quando non vengono toccati contenuti che sui quali sono d’accordo ideologicamente.
Una delle vecchie promesse di Internet era nella sua capacità di livellare le disparità, di dare a coloro senza potere la possibilità di parlare tanto liberamente e efficacemente quanto quelli che il potere lo detengono. E, in ultima analisi, di potersi organizzare politicamente in maniera più efficace. Coloro che difendono l’opportunità di aziende come Twitter e Facebook di censurare contenuti, stanno mettendo seriamente in discussione questi valori, non importa quanto nobili siano i loro intenti. E’ difficile immaginare uno scenario più lontano da questi principi di uguaglianza di quello di un gruppo di funzionari governativi Israeliani e managers di Facebook mettersi d’accordo su ciò che i Palestinesi sono autorizzati (o non autorizzati) a dire.
Fonte:  https://theintercept.comhttps://theintercept.com
Link: https://theintercept.com/2016/09/12/facebook-is-collaborating-with-the-israeli-government-to-determine-what-should-be-censored/
12.09.2016
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di COLOSSEUM

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